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DEADPEACH

2

Go Down Records / Audioglobe

 

I tre romagnoli Giovanni (chitarra e voce), Stefano (basso) e Federico (batteria) ci sanno proprio fare, e dal 1995 a oggi, dopo avere macinato chilometri e accumulato esperienza, arrivano al secondo lavoro in studio, dal semplice - ma che non necessita di spiegazione - titolo “2” sotto etichetta Go Down Records. Il trio utilizza gli strumenti tradizionali in modo egregio, senza arrampicarsi sugli specchi, e cantando, per la felicità dei più, in lingua italiana, conseguendo un risultato dal segno più. La bella energia che il disco sprigiona e che ci si sente addosso consente di ascoltare più volte un lavoro interessante e importante fatto di ingredienti quali la psichedelia di derivazione sixty e seventy, lo stoner rock che la attualizza, il progressive, qualche spruzzatina punk qua e là, gli effetti vari ottenuti solo coi pedali e non con synth, il cantato di personalità come detto sopra in italiano, gli arrangiamenti di livello e tanta tanta coerenza che fa andare questi ragazzi per la loro strada, acquisendo una spiccata individualità che li differenzia dalla maggior parte delle band in attività al momento. Il contenuto dell’album è costituito di otto tracce dall’evidente sound vintage con buoni testi , tendenti spesso all’ironico di gusto. “Cameriere” è un blues abbastanza strong + stoner psichedelico che apre la strada alle successive songs, delle quali “Il Mattino” , con i suoi 9 minuti e 13 secondi di classe pura merita un attento ascolto, facendo percepire l’influenza Pink Floyd prima di tutto, con il suo sound very cool, e con l’aggiunta di chitarra e flauto jazz di ispirazione ‘70 rende un chiaro omaggio ai grandi Jethro Tull, fino all’ottima chiusura funky senza nessuna sbavatura. “Nel Bosco” è un notevole lento, con tutti gli strumenti in dominio e con poco cantato, che si guadagna una nota di merito in più per la sua particolarità. Difficile trovare incrinature, non se ne scorgono, nemmeno verso la chiusura del lavoro, anzi, “L’Ora, con suono di basso dominante è d’una bellezza disacerbante. Infine “Bombay”, con batteria in risalto e sonorità indiane di sottofondo, fa quasi dispiacere di essere giunti in fondo, ma il bello è che si può sempre ripartire… Link: www.deadpeach.com ; www.myspace.com/deadpeach

 

Recensione di Margherita Simonetti

BLUGRANA

Blugrana

Autoproduzione/Wondermark

 

BLUGRANA degli emiliani BLUGRANA è un lavoro per giovanissimi, per teen agers, per minorenni o giù di lì fatto in maniera egregia, è un lavoro interessante sotto molteplici punti di vista, e senza alcunché di sbavatura, senza migliorie da introdurre, registrato ottimamente e seriamente. Che dire, tutto è perfetto e va benissimo così. Un esordio senza pecche, che fa seguito a tre precedenti EP, e che dimostra che qui siamo di fronte ad artisti completi, sicuri e maturi, capaci di sfornare melodie indie rock di presa ineccepibile, un rock lineare ma anche accattivante, sporcato qua e là da parti strumentali e da un fiato sax su tutto che impreziosisce ancora di più un già buon lavoro, che non evidenzia novità eclatanti, ma nella sua essenzialità colpisce nel segno e va dritto al dunque. L’album apre con “Desmael”, il cui video lo si può trovare su Youtube, una vecchia radio da sintonizzare e una volta trovata la stazione si parte con armonici strutturati ad arte e una voce forte e molto intonata, che richiama un poco Renga dei giorni nostri e Federico Zampaglione nelle parti più melodiche. Le sonorità sono pop rock d’autore, le tematiche sono giovani, si parla d’amore, d’amicizia, di sofferenza, e anche di temi spessi e importanti alla maniera che piace a noi “ccciovani”. Non manca nulla qui, undici tracce che segnano, un dardo sparato che colpisce al cuore. Dopo “Desmael” si ascolta “Comemaledire”, un lento che poi verrà ripreso nell’ ultima track in extended version e che chiude con suono di sax accattivante. Fanno seguito altri pezzi validi, tra cui si segnalano “L’apparenza”, un altro lento con finale in crescendo veloce rock e “Se mi vuoi”, tanto amore in una ballata intensa. Che altro dire, se non applaudire questo ottimo inizio, nella speranza che tutta la loro bravura serva per spianargli la strada, sarebbe servito solo un pizzico di personalità in più nel tutto per raggiungere la perfezione e per ottenere un ottimo squisito condimento. Line-up: Marcello Mautone: voce, chitarra; Biagio Siero: batteria; Bruno Tomasello: sax, chitarra, tastiera, synth, theremin; Dario Bartetti: basso; Francesco Fidone: chitarra. Link: www.blugrana.it ; www.myspace.com/blugranarockband

 

Recensione di Margherita Simonetti

RHINO BUCKET

Who’s got mine

Acetate Records/Warner Bros – 2011

 

Dopo due anni, dall’ultimo “The hardest town”, tornano sul mercato discografico gli storici Rhino Bucket, band originaria di Van Nuys, California. Questo è il loro sesto album, che esce ancora per Acetate Records. Dieci canzoni all’insegna della loro classica formula: molto divertimento, testi decisamente selvaggi e soprattutto palese e chiara ispirazione dagli Ac-Dc. Il binomio Rhino Bucket= Cloni degli Ac-Dc li perseguita dall’inizio della loro carriera, ma alla fine gli dei australiani hanno ispirato tantissimi, che magari neanche si sognano di dichiarare il loro amore per Angus e soci. Nella band milita il chitarrista Brian Forsythe, ex Kix da ormai dieci anni, anch'essa band decisamente ispirata dal combo dei fratelli Young. Diversi dischi, inoltre in passato, vedevano dietro le pelli della batteria Simon Wright che poi alla fine ha militato effettivamente negli Ac-Dc. Quindi, direi, che lo sanno ampiamente e non fanno nulla per nasconderlo. Il disco vede inoltre la presenza di un rinomato batterista losangelino, Mr Anthony”Tiny”Biusio, già coi Tsol e i The Dickies. La band sarà in tour italiano a Febbraio per tre date in compagnia degli italianissimi e decisamente validi Snakebite e se volete passare una serata, gustandovi qualche bionda e col rock che vi pulsa nelle vene, non potete mancare gli appuntamenti della band americana. Il disco si apre con “Message in my bottle”, un midtempo con la voce nasale di George Dolivo, che si amalgama perfettamente con le schitarrate assassine di Brian Forsythe. Un pezzo molto divertente e ovviamente, che in talune parti si discosta dal solito binomio con gli Ac-Dc e sicuramente paga pegno ai Georgia Satellites. La seguente “Lifeline” non mi può non piacere e mi ricorda moltissimo alcune produzioni soliste dell’ex chitarrista dei Guns N’Roses, Izzy Stradlin e con una bella cowbell che accompagna buona parte della canzone di Anthony “Tiny” Biusio. Rock americano allo stato puro, molto energico, grezzo e che per qualche minuto ti regala un sorriso, anche nei giorni piu’tristi. L’album è gradevole in diversi punti mentre tende un pochino ad annoiare in alcuni frangenti. Le canzoni si basano sui medesimi accordi per la quasi totalità delle canzoni e voi direte che alla fine anche gli Ac-dc lo fanno. Il problema è che i seppur bravi Rhino Bucket, tranne in alcune canzoni, non hanno mai scritto enormi classici come che ne so ”You shook me all night long”. La prova lampante è la titletrack ” Who’s got mine”, che si trascina abbastanza noiosamente per tutto il pezzo. Fortunatamente però ci sono pezzi come la seguente “Her way”, un piccolo gioiellino che ti arriva addosso come un combo distruttivo di Tekken e ti spazza via con un sorriso ebete impresso in volto. Il mio pezzo preferito è sicuramente la traccia numero 8 intitolato “Chase the case”. Pepato, vivace, coretti assassini, molto sleaze old style e suonato sapientemente. Un cd, quindi sostanzialmente gradevole, ma non eccelso, suonato comunque con passione ma senza particolare originalità. Per appassionati.

 

Recensione di MauRnrPirate