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BACKSTAGE HEROES

Too rude Tobe Cool

Autoproduzione

 

I Backstage Heroes sono una band italiana nata a Torino dalle pericolose menti di Il Mohicano (chitarra) e Dany Disgrace (batteria) nel 2008. La voglia è quella di adrenalina allo stato puro; di un sound diretto e sporco, trasmettendo tutta la loro pericolosità con l’anima stradaiola e coinvolgente del più irriverente rock ‘n roll. A dare voce a tutte queste “buone intenzioni” ci pensa il singer Lory Cruel e poco dopo lo seguirà il bassista Miro Jayme. A questo punto la band è al completo e piano piano si fanno strada dopo la pubblicazione del loro primo EP “Stone Cold Cruel”, suonando in numerosi locali e facendo da Opening ad importanti band come Crazy Lixx, Vains of Jenna, Adam Bomb e Innocent Rosie. Tutte band con il quale il quartetto torinese va a nozze in quanto racchiudono al meglio quell’idea di Sleazy/Street rock che vogliono seguire. Dopo l’arrivo di Cris Crow che prende il posto d Dany Disgrazie alla batteria, nel 2009 inizia la lavorazione di quello che sarà il loro disco d’esordio: “Too rude To be Cool”, presentato poi ufficialmente nel maggio 2010. Il concetto è sempre quello: grezzo, sporco e diretto rock’n roll, condito da sudore e passione. Un sound che si rifà senza mezzi termini alla scena losangelina degli anni 80, dominata da band come Motley Crue, Guns’n Roses, con accenni alle leggende come Aerosmith e Ac/Dc e alle più recenti band, persecutori di questo genere, come Hardcore Superstar, Velvet Revolver, etc…La domanda è questa: ci sono riusciti? In parte sì ed in parte no. Alla lunga ascoltando le undici tracce di questo “Too rude too be Cool” si ha come la sensazione che manchi qualcosa. Tutti i brani partono bene ed hanno dei riff accattivanti ( vedi “Anybody”, “C’mon” e la blueseggiante “ I Jocke(he)r”, che ricorda vagamente gli Aerosmith) ma poi finiscono per rimanere statici sui soliti accordi, allungando fin troppo i brani. Manca in sostanza quell’immediatezza che i generi Sleazy e Street hanno nel loro DNA. Le qualità ci sono; ogni elemento svolge al meglio il proprio compito anche se Lory ogni tanto pecca con la sua voce, dando quasi l’impressione che cerchi di sforzarsi a renderla a tutti i costi accattivante (ascoltate ad esempio “Let’s rock and roll” e capirete di cosa parlo). Un briciolo più interessante è “New Hero” (un misto tra Velvet Revolver e un’inizio corale in stile Hair Metal anni 80), mentre “Reborn” pare provenire da un Soundcheck dei Backyard Babies. Sorprende infine la conclusiva “So far from Home”, una mid-tempo che ha ben poco a che vedere con tutto il resto dell’album, con suoni che si avvicinano più ad un pop-rock moderno che allo sporco rock ‘n roll. In definitiva le buone intenzioni e le ottime intuizioni della band trovano poca sintonia al momento della composizione dei brani. Manca un filo conduttore che renda le song originali ed interessanti. Sicuramente con una produzione migliore la band avrebbe avuto un tiro ben diverso e soprattutto chiaro e deciso, non risultando “spaesata”. Comunque, come detto, le qualità ci sono e la bravura agli strumenti dei singoli componenti non è in discussione. Il disco alla fine risulta anche piacevole se preso nella giusta considerazione, senza aspettarsi un capolavoro. Link: www.myspace.com/backstageheroes

 

Recensione di SimoSuicide

KINZLI & THE KILOWATTS

DOWN UP DOWN

GPees Productions / Audioglobe

 

Una bella voce raffinata apre “Don’t Shoot”, la prima delle 11 tracks di questo disco chiamato DOWN UP DOWN , uscito in data 22 Gennaio e distribuito dalla GPees Productions in Italia. Subito ci viene in mente la grandissima eclettica islandese Bjork, con il suo suono ambient misto di classicità e alternative rock di estremo successo meritatissimo. Ma, nel prosequio dell’ascolto udiamo che stili differenti così come influssi dissimili accompagnano l’andamento musicale, e via via sono palesi le influenze provenienti da Nora Jones, dalla bravissima Sarah Jane Morris con il suo R&B di ottime fattezze, fino alla più famosa Susan Vega. Ecco dove ci troviamo ascoltando la londinese d’adozione (coreana di nascita) KINZLI e la sua band d’accompagnamento, i THE KILOWATTS, in territorio impegnato, dove gli armonici sono mixati egregiamente per portarci in un luogo incantato e fatato, dove l’uso degli strumenti è molteplice e crea colore. Ci si sente quasi in imbarazzo davanti a cotanta vena artistica col timore di sminuire con la nostra scrittura tale arte, non sentendoci all’altezza della situazione. Detto ciò e proseguendo con l’ascolto, osserviamo e ascoltiamo che l’ambiente soft creatosi, così rilassante anche grazie alla dolcissima voce di Kinzli, che tiene questa sweet melody fino alla fine, non scadendo, di brano i brano, è una delle prerogative di questo lavoro. E’ come se venissimo catapultati in un mondo irreale, musicalmente parlando, un mondo morbido, ovattato e dolce, ma lo è solo in apparenza, perché ascoltando i testi, tutti impegnati, ne fuoriesce invece un posto struggente, fatto di esperienze personali difficili, come del resto anche il titolo stesso ci fa intuire, dove però non mancano i di desideri di pace, indipendenza, amore per i bambini e tanta voglia di fratellanza. Ogni traccia è un racconto, con il suo personale strumento che la accompagna, e lo strumento viene preso dal mondo folk, che sia un violino, una chitarra, un accordion o altro, e ci porta nell’intimo di Kinzli e ce lo fa conoscere, invitandoci in una landa country (“The Future”) e persino a fare una passeggiata alle Hawaii (“Oahu”), usando sempre un tono pacato, mai urlato per esprimere desiderio di rivincita, molto intenso e sentito. Complimenti. Line-up: Kinzli Coffman: voce, uke, chitarra; Barbara Bartz: violino, accordion; Vince Webb: piano, synth, melodica; Harpal Mudhar: batteria e percussioni; Dan Mills: chitarra.

Link: www.kinzli.com ; www.myspace.com/kinzli

 

Recensione di Margherita Simonetti

PEARL JAM

Live on Ten Legs

Universal Music

 

Difficilmente si trovano le parole adatte per definire quello che rappresentano per milioni di fans(tra cui il sottoscritto), gli statunitensi Pearl Jam.Attivi dagli inizi degli anni Novanta, la band del carismatico Eddie Vedder, celebra con un ennesimo cd dal vivo, un periodo di attività live che parte dal 2003 e arriva al 2010, continuazione ideale del disco dal vivo “Live on two legs”del 1998. L’artwork dell’album, richiama subito alla vista, tutta la serie di registrazioni dal vivo dal banco mixer, autorizzate dalla band nel corso degli anni e sicuramente loro, insieme a Gov’t Mule e Metallica, son gli artisti che hanno messo in circolazione sul mercato, il maggior numero di registrazioni live ufficiali. Spesso i loro tours son passati in Italia, sempre con attese spasmodiche e risultati al botteghino ampiamente all’altezza della potenza del loro nome. L’Italia è una nazione nel cuore dei Pearl Jam, tanto che dal loro debutto nell’ormai defunto “Sorpasso”di Milano, si son esibiti un po’dappertutto, sia per conto loro (ricordo anche la storica data all’Arena di Verona) e sia in festivals quali l’Heineken Jammin’Festival. Diciotto pezzi che prediligono per la maggior parte i pezzi piu’tirati dei Pearl Jam, come ad esempio la velocissima punkeggiante e dall’effetto di pugno sulle gengive “State of love and trust”, oppure la selvaggia “Spin the black circle”. Ci son episodi che invece, spezzano il ritmo e ti fanno sognare, trasportati dalla voce unica e melodiosa di Vedder e dalle chitarre vive di Mc Cready e Gossard. Tali episodi sono rappresentati da “Just breathe”, una delle canzoni piu’ belle degli ultimi cinque anni, dalla suadente “I’m mine” e dal loro maggiore hit di ogni tempo, vale a dire “Alive”. C’è spazio anche per l’omaggio a due miti assoluti della musica punk: l’iniziale “Arms aloft” tributa degnamente Joe Strummer e i suoi Mescalinos, mentre “Public Image” ovviamente tributa i Public Image LTd dell’istrionico John Lydon meglio conosciuto dalla massa come Johnny Rotten dei Sex Pistols. La band ha raggiunto un livello di precisione musicale pazzesco, il cd è senza sbavatura alcuna ma soprattutto ha un sound molto grezzo, senza diavolerie di incisioni in studio e ritocchini qua e là. Bene o male quasi tutti i loro albums sono ben rappresentati e risentendoli live mi accorgo che pezzi quali “The fixer”, tratti dal loro ultimo lavoro in studio non sfigurano assolutamente. Un disco che sicuramente si procureranno in molti e che è uscito il 17 Gennaio 2011. Avrei dato tranquillamente il massimo dei voti, che è poi la votazione minima, che questa band meriterebbe, ma l’abbasso di mezzo punto per le dolorose esclusioni di “Corduroy”, “Even Flow” e soprattutto( mannaggia a loro..)”Black”.

 

Recensione di MauRnrPirate