CONDIVIDI

VIC DU MONTE'S PERSONA NON GRATA

Barons & Bunkers

Go Down Records

 

L'armata Kyuss ha visto i propri membri dedicarsi, nel corso degli anni, ai più svariati progetti: dai Queens Of The Stone Age passando per gli Unida, gli Hermano e arrivando ai Word Generator, tradizione proseguita anche dallo storico bassista della band Chris Cockrell (Vic Du Monte come solista), che da vita a questo progetto personale regalandoci il terzo lavoro intitolato "Barons & Bankers", timbrato Go Down Records, e che suona puro garage rock con un interessante tocco punk; il frontman Vic, che per il presente album si presta anche al piano e alla chitarra, si avvale della presenza di un'altro ex Kyuss il drummer Alfredo Hernàndez, del guitar man e produttore del cd James Childs e del bassista Dylan Roche. Ho notato una particolare differenza rispetto agli altri progetti legati alla band madre, "Barons & Bunkers" infatti ripercorre da vicino gli anni 60 visto il genere nato proprio all'epoca e la cosa carina è che chiudendo gli occhi vi assicuro che sembra di vivere le tredici tracks proprio dentro a un garage (e non è una battuta provare per credere!), con una partenza piùttosto divertente attraverso il trittico "Cockblocker", "Raising To The Ground" e "Never Home" per poi proseguire con la title track e la successiva "Chief Running Seams" dal sound più energico e ben definito dalla voce di Vic che, a titolo personale, mi ricorda moltissimo un frontman mai dimenticato: Joey Ramone, leader indiscusso degli storici Ramones e tra le band regine del punk rock. Un piano semplice, ma che allo stesso tempo arricchisce la soft "Truth And Consequence" per non deludere chi si aspetta una parentesi più rilassante anche in un contesto prettamente move e a conferma di ciò segue la più classica tracks di tale stile ovvero "Wog Box", difficile rimanere fermi! E non da meno si presenta "Running To The Moon" con un forte richiamo ai Clash. Ottime sonorità beat nella cavalcante "Vanished From The Scene" mentre un piacevole giro blues riecheggia il ritmo spensierato dei Blues Brothers, davvero di tutto e di più per Du Monte che prosegue l'album con la scatenata "Invisible" e la conclusiva e curiosa "Man Trap" in quanto non è altro che "Running To The Moon" interpretata in tedesco. Giunta al terzo lavoro la band ha senza dubbio raggiunto una propria identità e dal sound ben distinto da quello dei Kyuss come tra l'altro già sottolineato, ma va dato atto a Vic (o Chris se preferite), e assolutamente Persona Grata, il coraggio di averci creduto e con buoni risultati anche per il proprio sito web: www.vicdumonte.com  

 

Recensione di Francesco Cacciatore

MUZZLED

Reborn

Go Down Records

 

Altro lancio per l'etichetta indie Go Down Records che, dopo Vic Du Monte, veglia sui Muzzled anche per la registrazione dell'album e a totale supporto del quartetto che ci propone un ottimo flashback in note delle realtà seventies attraverso un puro e frizzante hard rock omaggiando quelle sonorità che diedero il via al suono più duro, tra le band testimonial del periodo ci sono i Black Sabbath ai quali i Muzzled si ispirano per gran parte del cd e non non mancano tracce anche dei Black Stone Cherry, ma non è tutto perché c'è la ciliegina finale con la cover di un'altra storica band dell'epoca: niente popò di meno che i Rolling Stones. Prima di raccontare le tracks che suonano "Reborn" trovo doveroso menzionare i quattro musicisti della band sottolineando il fatto curioso che la line-up manca dei cognomi, non è una critica ci mancherebbe! E' solo per non regalare sorprese inaspettate ai fedelissimi delle reviews: Daniele alla voce, Mattia alle chitarre, Stefano al basso e Fabio alla batteria per la piacevole serie "viva le band Made In Italy"!! Con entusiasmo ben domato mi appresto a questo piacevole viaggio retrò a partire dall'opener e strumentale "Barret" proseguendo con la dinamica "Nice Time" in attesa delle prime tracce dei Sabbath che puntualmente si ascoltano in "Gimme More", a tratti sembra di sentire davvero la band di Tony Lommi (almeno a titolo personale), con l'energico solo di Mattia e la voce interessante e corposa di Daniele. Seventies a go go in "Shiny Door", avete presente l'incredibile Festival di Woodstock? E allora vi aspetto per continuare a goderci lo spettacolo con "Chains", "The Bronze Muse" e a seguire piccola pausa con la part two della brevissima e divertente "Crimson Circus" preceduta in traccia quattro e seguìta in traccia dodici. "L.s.d." ha il punto forte nel solo anche se la track ha già in se una carica non indifferente mentre un sound appena più soft accompagna la successiva "A Waste Of Time", ottimo il riff di chitarra che si ripete con lo stesso e perfetto stile in "Sad Sun" arrivando così alla già accennata ciliegina finale dei Rolling Stones ovvero "Gimme Shelter", con una personalissima interpretazione e che sfocia in un sound più cattivo (consentitemi il termine), per dare alla track una spiccata oroginalità Muzzled. Viaggio retrò interessante, mai banale e anche coraggioso direi, perchè il quartetto trevigiano non solo ha saputo riportare in auge un genere mai dimenticato, ma è riuscito a omaggiare e con grande maestrìa un'epoca tra le più cult e se la vostra curiosità la fa da padrona, vi invito a visitare il loro myspace: www.myspace.com/muzzledrock e perché no?! Aggiungo il sito web dell'etichetta meritevole anch'esso di attenzione: www.godownrecords.com

 

Recensione di Francesco Cacciatore

TEN

Stormwarning

Frontiers Records

 

Prima di apprestarmi ad ascoltare il nuovo cd dei Ten mi sono chiesto se il risultato sarebbe stato quello lontano e non all'altezza del calibro della band, riscontrato negli ultimi due lavori "Return To Evermore" e "The Twilight Chronicles" (datati 2004 e 2006), o quello vincente dei primi, dall'omonimo del 1995 a "Far Beyond The World" uscito nel 2001 e dopo il quale l'eccelso guitar man Vinny Burns ha lasciato la band per altri progetti; fortunatamente l'inossidabile frontman Gary Hughes è tornato ai fasti migliori con una line-up rinnovata per metà e che vede ai già collaudati chitarrista ritmico John Halliwell e il keyboardist Paul Hodson, l'arrivo dell'altro chitarrista e dedito ai soli Neil Fraser, Mark Sumner al basso e Mark Zonder in qualità di drummer. Il presente Stormwarning", timbrato Frontiers, riecheggia al meglio e al massimo gli intro ad effetto teatrale come nell'opener "Endless Symphony", di grande e celestiale impatto soprattutto nel finale con il magistrale tocco dei cori, idem per la successiva "Centre Of My Universe" dove alla partenza keyboards e chitarre si intrecciano alla perfezione per un'original Ten track e felice di assicurarvi che non è l'unica, ascoltare per credere l'eccellente "Kingdom Come" per un piacevolissimo amarcord targato "The Name Of The Rose" (anno 1996), a mio avviso l'album più riuscito della band."Book Of Secrets" lascia ad Halliwell e Fraser destreggiarsi e divertirsi egregiamente accompagnando una track crescente di minuto in minuto, divertente al punto giusto nel chorus e dove nel finale Hughes si lascia andare a un tocco vocale suadente e simpatico allo stesso tempo. I cori continuano in grande stile a rendere più corposi i brani e nella title track girano a mille come la traccia stessa, anche qui i riff di chitarra fanno da ciliegina mentre sonorità più vivaci le si ascoltano nell'altrettanto briosa "Invisible". Atmosfere da far west, pur se in piccola parte, echeggiano nella mid-tempo "Love Song" carina e di piacevole compagnia per ogni occasione e non da meno la successiva "The Hourglass And The Landslide" dove le tastiere la rendono ancora più solare, due tracks alle quali è difficile resistere grazie alla loro cristallina semplicità per poi tornare al sound più rock e lanciarsi in un'altro pregevole tuffo amarcord nel 1996 con l'ottima "Destiny", grandi riff di chitarra e di impeccabile sostegno lungo tutti i sei minuti e con un finale avvincente che lascia poi spazio a un arpeggio breve, ma di epica atmosfera, sonorità che mi ricordano anche il debut album e questo non può che migliorare ancora il ritorno alle origini di Hughes e compagni. A malincuore sottolineo l'unico punto debole del cd, la conclusiva ballad "The Wave" e mi duole non poco perché ho sempre amato le sweet songs di Gary che, a parere personale, in passato ha saputo trasmettere intense emozioni, trovo però doveroso sottolineare che la track in questione non sminuisce assolutamente una rentrée in grande stile della band che con "Stormwarning" non fallirà assolutamente ed è proprio grazie a questo che nel prossimo album anche l'immancabile ballad ritroverà i punti emozionali più alti, ne sono sicuro al 100%. In conclusione desidero lanciare un messaggio sentito e sincero alla band: "bentornati Ten".

 

Recensione di Francesco Cacciatore

MORITZ

Undivided

Avenue Of Allies

 

Avete presente un bagno caldo e rilassante dopo una giornata di lavoro stressante? Ecco pronto il nuovo lavoro dei Moritz e a maggior ragione dopo ben ventiquattro anni di assoluto silenzio! Un tuffo AOR/melodic rock di quasi cinquanta minuti, nel pieno degli anni 80, e che per gli inossidabili amanti del genere è relax totale. Diverse sono le band alle quali "Undivided", in uscita per l'Avenue Of Allies", presta fedele attenzione e tra questi vi sono i Survivor, i Foreigner, i Night Ranger e il sestetto che compone i Moritz non si risparmia attraverso il frontman Pete Scallan, il keyboardist e chitarrista ritmico Greg Hart presente anche in veste compositiva per buona parte della tracklist, Mike Nolan il guitar man, Andy Stewart al piano e a supporto tastieristico, Ian Edward al basso e il drummer Mick Neaves. L'opener "Power Of The Music" è assolutamente degna di essere tale in quanto gli eighties entrano subito a contatto col cuore, song tra l'altro crescente e dal sapore tipicamente anglosassone per passare in gran scioltezza con i Survivor a go go nella title track "Undivided", basta ascoltare il piano e il solo per un flashback davvero pregevole. Il sound passionale alla Night Ranger riecheggia nella power ballad "Should've Been Gone" e dove Janey Smith ben si allinea alla voce di Pete Scallan, mentre la successiva "Who Do You Run To" apre le note a un sound più catchy e per un sogno ad occhi aperti che prosegue con la delicatissima ballad "Can't Stop The Angels". Si accendono le sonorità original rock con "Same But Different" e nella quale Scallan tira fuori ancora il meglio di se, idem per i cori sempre pronti a dare maggior corposità a tutte le tracce dell'album. Di grande effetto la bella e ondeggiante "Any Time At All" che sfocia in un chorus di altrettanto grande enfasi e con le tastiere padrone assolute, track che si avvalora ancora di più in fade out quando l'atmosfera si fa acustica e dove il lead singer si ripete con la sua calda voce, senza ombra di dubbio tra i brani più interessanti dell'album. Rock nello stile più classico per "Without Love" con la parte che precede il chorus finale a dir poco devastante e lo stesso dicasi per la successiva e più breve (anche dell'intero cd), "Never Together" mentre la soft style "Lonely Without You" accende la voglia di correre dalla propria lei per rassicurarla di un sentimento sempre più importante. "Can't Get Away" è a mio giudizio una track a due facce perché parte in sordina, o meglio, una strofa che non lascia il segno, ma che ritrova nel chorus quel valore che non è mai venuto meno durante l'ascolto dell'album e che tale si conferma nella speciale radiosità della conclusiva "World Keep Turning", un vero e proprio inno alla spensieratezza più trasparente. Un sincero plauso ai Moritz che dopo quasi un quarto di secolo di assenza dalla scena musicale sono tornati con lo smalto di chi non ha perso la propria vena artistica regalandoci, attraverso "Undivided", un più che apprezzabile revival anni 80, chapeau.

 

Recensione di Francesco Cacciatore