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FEAR FACTORY

 

giovedì 11 marzo 2010 @ Magazzini Generali  

 

Milano

 

 

Report a cura di Andrea Evolti

 

C'è da dirlo: a volte i sogni sono azionati da meccanismi nero metallo degli incubi futuristici. Ed a cantare questi incubi illuminati dai riflessi azzurrognoli di un schermo al plasma che reca un messaggio di speranza, sono tornati, nelle due personalità che hanno sempre caratterizzato il combo di L.A., i Fear Factory. Da poco partorito Mechanize, un ottimo ritorno allo stile di "Demanufacture", ma con tutta l'intenzione di tornare a guardare al futuro (cosa che si era persa, anche se gradualmente, fin dall'uscita di Obsolete nel 1998), di cantare l'Apocalisse, la distruzione e la rinascita. Niente special-guest, solo loro ai Magazzini Generali, pieni ma non con il sold-out che, francamente, mi sarei aspettato; ed alla fine la cosa si rivelerà una fortuna in quanto il piccolo locale milanese, non risultando eccessivamente affollato, ha potuto offrire dei suoni, se non eccezionali, quanto meno degni di questo nome, visto che il sound è uno dei punti chiavi delle performance del quartetto americano. Con una scenografia essenziale ma di grande impatto, I FF aprono la loro suite per apocalisse con la title-track del loro nuovo lavoro, Mechanize e fa subito piacere al pubblico ed a chi vi scrive risentire le devastanti mitragliate di Cazares sulle cui note la voce di Bell canta i versi dei vangeli della Human Machine of Hate, supportati dalle detonazioni del gigantesco e talentuoso Hoglan. Potenza, claustrofobia, rabbia, attraversate da stralci di speranza quando il singer texano cambia registro e passa dai growling brutali alle ieratiche clean vocals che, assieme agli inserti tecnologici di sottofondo costruiscono le strutture metalliche di brani come Edgecruscher, Industrial Discipline e Acres Of Skin. Il four-piece a stelle e strisce comunica con il pubblico che risponde con entusiasmo, ma non si perde in inutili discorsi e mantiene alto il ritmo, snocciolando brani dalla chirurgica precisione ma con una rabbia sanguigna, presi per la maggior parte dall'ultimo lavoro, ma andando anche a toccare Obsolete ed il contestatissimo Digimortal (Linchpin e Acres Of Skin), lasciando praticamente da parte il periodo senza Cazares (Archetype e Transgression), per poi pescare anche con Martyr nel debutto (forse un po' messo da parte) Soul Of A New Machine. La macchina sembra già essere in sintonia perfetta, ingranaggi, circuiti e CPU sfoggiano una precisione ed un'intensità fantastica per una formazione con un membro nuovo di zecca e uno rientrato dopo alcuni anni: non ci sono cali di tensione, di potenza e, soprattutto d'intensità. La claustrofobia rimane una cappa opprimente, l'impressione di trovarsi in prima linea tra caseggiati distrutti ed inseguiti da unità cyborg dedite allo sterminio di ogni essere organico e quasi palpabile, ma ancor più forte è la potenza e la rabbia più che umana profusa dai FF che hanno mantenuto in formazione Byron Stroud, a riformare la sessione ritmica degli Strapping Yang Lad. Ma a circa ¾ del concerto avviene uno stop: la band esce per poi rientrare e concedere ben 5 bis tutti estratti da quello che è l'album per eccellenza del combo californiano, quello che, in fondo sono tutti qui per ascoltare. Back to Demanufacture quindi e si apre con l'oscura alba sintetica della title-track, per poi infiammare tutti i presenti con l'anthem simbolo dei FF, Self Bias Resistor, un vero inno di guerra. Tocca poi alla quasi sognante Zero Signal ed alla bruciante H-K (Hunter-Killer) per concludere con una altro classico dei FF, Replica, che trascina tutti in un mosh pit devastante nelle prima file. Poco da dire di fronte a questa dimostrazione di freschezza musicale se non constatare che la scena metal ha ritrovato una formazione fondamentale del metal estremo degli anni '90 e seminale per molte band attuali. Uno sguardo indietro e poi...welcome back to the future!


Andrea Evolti