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  DIMMU BORGIR

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TRIPTYKON

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TURBOWOLF

 

ALCATRAZ, MILANO 27 Settembre 2010

 

Report a cura di Andrea Evolti

 

Serata importante per i Dimmu Borgir a Milano....e sarebbe dovuta partire meglio, almeno nelle loro aspettative confessateci una mese fa durante la chiacchierata con Galder e Silenoz. Prima di tutto la defezione di Shag ed Enslaved che sono stati, però, sostituiti da due band molto interessanti, per passato e futuro: da una parte i Triptykon di Thomas G. Warrior, una sorta di nuova incarnazione dei Celtic Frost per il musicista elvetico che ha influenzato un po' tutto il black metal moderno. Dall'altra il four-piece di Bristol Turbowolf, che mischia thrash, stoner, psichedelia e umori degli ultimi Voivod, per offrire un sound di certo intrigante. Quello che deve aver rovinato i piano ai D.B., però, è stato il doversi esibire con l'Alcatraz in assetto 'palco piccolo laterale', cosa che deve avere quasi sicuramente costretto il sestetto norvegese a scartare l'idea di portarsi musicisti sinfonici e coriste liriche, come sembra abbiano intenzione di fare nel resto delle date europee.

I Turbowolf danno il calcio d'inizio alla serata e riescono a coinvolgere i pochi presenti all'apertura dello show. La loro miscela è nervosa, composta da riff circolari a volte molto '70's, incastrati su una sessione ritmica asciutta e scattante e guidata dalla voce del, all'occasione, tastierista Chris G., molto bravo ad entrare in sintonia con i pochi presenti ed a riscaldare per bene l'audience, con una buonissima presenza scenica, sia sua che del resto della band. 30 minuti circa a disposizione di questa curiosa creatura nata a metà strada tra il deserto stoner dei Queen of the Stone Age, una zona periferica della Bay Area, la campagna inglese degli anni '70 e le ultime galassie esplorate dai Voivod (lo stile vocale di Chris G. ricorda un po' quello di Denis Belangier). Stimolanti.

Qualche persona in più, ma ancora troppo pochi, se si pensa, che in quest'istante, sta per salire sul palco meneghino una delle leggende assolute del black metal della prima era, quello degli '80's, mente di una delle formazioni più particolare dell'heavy metal mondiale. Tom G. Warrior entra in scena sicuro ed imperioso con i suoi Triptykon, che molto hanno mutuato dalla band d’origine di Warrior per le atmosfere oscure e dal taglio nichilista. Dall’incedere doom ma con suoni, purtroppo, troppo sporchi per il loro cupo metal atmosferico, la formazione Svizzera è comunque protagonista di un buon concerto, che trova man mano il supporto sempre crescente dei presenti. Ovviamente, protagonista della serata, il debut-album e finora opera unica Eparistera Daimones, tra i brani del quale spicca Descendant ed A Thousand Lies, eseguiti da un gruppo molto compatto, che vede nella sezione ritmica formata dal basso di Vanja Slajh e dal bravissimo batterista Norman Lonhard, il loro fiore all’occhiello. Peccato per i suoni, per il volume della voce di Warrior che spesso si azzera…ma anche per alcuni passaggi eccessivamente dilatati e prolissi, vista la struttura minimale del riffing e dei pezzi in sé, che tendono, alla lunga, ad annoiare un po’. Un buon punto di ri-partenza, però, per Warrior, che non ripropone solo un glorioso passato, ma anche un futuro interessante ed a tinte cupe.

Scenografia tra l’horror e lo steam-punk, costumi di scena in peli, pelli e colore bianco, maschere rituali dalla forma che ricorda un caprone, ma non nello stile della classica iconografia balck.metal: un modo nuovo di guardare un’antica tradizione…l’alba di una nuova era. Questo è stato promesso e questo si è concretizzato con la calata dei Dimmu Borgir. Forti dei tre nuovi innesti nella loro line-up (almeno per i live), Dariusz "Daray" Brzozowski alla batteria (ex-Vader e Vesania), Terje "Cyrus" Andersen al basso e Geir "Brat" Bratland alle tastiere e campionamenti, il combo norvegese ha riversato sul pubblico, (ora più nutrito, ma senza raggiungere l’affluenza che sarebbe stato lecito aspettarsi) i dardi generati dalla sua nuova creatura Abrahadabdra: Born Treacherous, Dimmu Borgir e Gateways. Il primo impatto è stato letale: ci si è trovati di fronte ad una band compattissima, affiatata e che mostra tutta la forza dei nuovi brani in sede live, nonostante il disco abbia una direzione molto magniloquente ed atmosferica. Ottimi i suoni, specie la calibrazione tra chitarre e tastiere, che non si pestano i piedi a vicenda né si oscurano reciprocamente. In gran forma la ‘trimurti’ dei D.B., vale a dire Shagrath, Silenoz e Galder, con il primo vero e proprio sciamano oscuro, che detta i ritmi di Progenies Of The Great Apocalypse, dove troviamo il lascito di Vortex nella sua parte vocale campionata. Le asce di Silenoz e Galder duettano in perfetta sincronia su The Blazing monoliths Of Defiance, unico brano tratto da Spiritual Black Dimensions e si esaltano nell'aggressione lanciata con Brzozowski in Puritania. L'intensità sinfonica amalgamata perfettamente con gli strumenti metal, raggiunta in sede live è esplicativa su quanto credano i D.B. nella loro ultima fatica, visto che da questa vengono anche tratte, Chess With The Abyss, Ritualist e A Jewel Traced Through Coal, scelta ideale per far rendere l'atmosfera di questo complesso ma intrigante album, ma leggermente contestata dai die-hard fan del six-piece scandinavo che vorrebbero sentire (noi compresi) anche altri pezzi delle passate produzioni, antecedenti a The Serpentine Offering. Sfortunatamente l'unica altra perla del passato è la ending-track per eccellenza, una Mourning Palace intensa e feroce, guastata solo da un lieve squilibrio di suoni tra chitarre e tastiera. Un concerta 'incantatore' nel suo creare atmosfera con magniloquenza, ferocia ed impatto, che ci riconsegna una band che sembra essere rinata meravigliosamente dalle ceneri di uno split così drastico (compresa anche la defezione post-registrazione di Snowy Shaw), che non mancherà di far discutere per il suo nuovo lavoro e le scelte di scaletta di questo tour, ma che lascia senza parole tutti, ogni qual volta calca le assi del palco. Come dicevamo...è l'alba di una nuova era, nata dalle sue stesse ceneri.

INTERVISTA CON LA BAND QUI

 

RECENSIONE QUI