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29 luglio 2016

Live Report FOSCH FEST 2016 @ Bagnatica (BG) 23 e 24 Luglio 2016

Report a cura di Andrea Evolti

 

Le foto delle due giornate le puoi guardare ai seguenti link:

Gallery sabato 23 luglioGallery domenica 24 luglio

 

Foto di Silvia Belloni
Foto di Silvia Belloni

Sabato 23 luglio 2016

 

Decisamente una partenza in salita per il Fosch Fest 2016, il festival metal della bergamasca che anche quest'anno offriva una bill appetitosa, con grandi nomi internazionali e molte band italiane, affermate ed emergenti, ad esibirsi su due palchi, un main stage ed un palco secondario, per accelerare l'alternarsi delle formazioni. Una formula, ottima sulla carta (come è stata, ad essere onesti, molto buona l'organizzazione dei servizi per il pubblico) ma che è naufragata sia per la sfortuna di eventi atmosferici sia, e questo bisogna dirlo, pur con tutta la stima verso le persone che hanno lavorato all'evento, per errori di valutazione sui contrattempi che non ci si può permettere, specie dopo alcune edizioni e la solida fama che ci si sta creando fra audience e band.

 

Dopo il prologo del pomeriggio precedente, con band emergenti italiane, la giornata di Sabato 23 Luglio 2016 era quella con la bill più nutrita di nomi di spicco ma, sfortunatamente, la mattina stessa, un fortissimo temporale si è abbattuto su Bagnatica, creando notevole complicazioni, che hanno dato il via al mezzo naufragio della manifestazione: per motivi non chiari, il secondo palco è diventato inagibile (non sappiamo, onestamente cosa sia andato storto) costringendo a cancellare quasi metà bill della giornata (Ulvedharr, The Modern Age Slavery, Unredeemed, Fall Out H.D., Sinphobia e Denial) ed a posticipare l'inizio dei concerti alle 16,30. Comprensibile l'irritazione di molti dei presenti e difficile non muovere qualche critica ad alcuni probabili errori di valutazione degli imprevisti meteo....ma passiamo alle band, che sono riuscite, nonostante tutto, ad offrire un ottimo spettacolo.

 

Dopo lunghe peripezie ed il serio rischio di dover cancellare anche la loro esibizione, i perugini Fleshgod Apocalypse riescono a salire sul palco e, nonostante altri problemi di uscita suono dell'impianto e dell'amplificazione principale (la spina nel fianco della giornata), a dar vita ad un ottimo concerto, nonostante l'orario non sia consono al loro impatto scenico ed ad una situazione di precaria sicurezza tecnica (un paio di volte, all'inizio, l'audio delle orchestrazioni e delle chitarre è svanito), sintomo che la band continua a crescere e la sua forte personalità, dimostrata nell'esecuzione delle track che compongono l'ultimo 'King', ma anche i precedenti e storici 'Labyrinth' o 'Agony', si impone sempre di più sul pubblico, che apprezza e sembra aver accantonato i problemi di inizio giornata. Show molto buono, nonostante il parziale sacrificio del suono del pianoforte di Francesco Ferrini ed il taglio della scaletta per permettere alle altre band di non sforare con i tempi; una performance corale di spessore, dove spicca la batteria inarrestabile di Francesco Paoli, la chitarra di Cristiano Trionfera e le voci del frontman Tommaso Riccardi e del soprano Veronica Bordacchini. Una prova difficile, anche sotto il profilo del carattere, molto ben superata, da una band che dimostra come creatività, tecnica e sfrontato coraggio paghino sempre.

 

'Under Attack' è stato un album molto esaltante, per fan vecchi e nuovi, quindi l'attesa per i Destruction era molto vibrante: purtroppo, le vicissitudini della giornata si sono riversate (ancora) sull'impianto, il quale ha dato non pochi problemi al three-piece tedesco, fermo ed incrollabile, però nel portare a termine un'ottima esibizione, anche se con una scaletta mutilata. L'inizio non è esaltante, dato che per ben tre volte nei rispettivi quattro pezzi iniziali, l'audio salta improvvisamente, cosa che infastidisce pubblico e frontman Schmier che, nonostante tutto, fa buon viso a cattivo gioco e continua a guidare i suoi nel bombardamento selvaggio con riff taglienti e distruttivi (i suoni, quando non saltano, sono molto buoni) di classici vecchi e nuovi quali 'Nailed to the Cross', 'Thrash 'till Death', 'Under Attack' o 'Mad Butcher'. I suoni migliorano e si stabilizzano e la band, grazie anche ad una bellissima performance solista di Mike, scatena un mosh selvaggio nelle prime file, grazie ad energia e feeling che riescono a sopperire ai problemi tecnici, assieme ad un professionalità che, seppur non cela una certa delusione, si ricorda che si è lì per il pubblico, anche se si è costretti, proprio per le stesse problematiche dell'impianto generale, ad accorciare la scaletta. Prova di carattere, anche questa, per una formazione che sa sempre rinascere più forte che mai. Thrash 'till Death!!

 

Per la prima volta, l'Italia, ospita una delle band simbolo del Thrash Bay Area e, nonostante la giornata non sia delle più tranquille, i Sacred Reich scampano a qualsiasi problema sonoro e sfoderano una prestazione improntata su rocciosità e qualità tecnica di primo livello, per l'entusiasmo dei molti che erano giunti apposta per loro. 'American Way', 'Free' e 'Death Squad', sono il biglietto da visita che Phil Rind e soci presentano ad un'audience che non si fa pregare nell'headbanging e nel mosh-pit, quando le fulminee accelerazioni del combo americano spezzano i possenti mid-tempo sui quali le chitarre di Arnett e Rainey ricamano assoli penetranti e godibilissimi. 'War Pigs' è la cover che fa tripudiare i presenti, mentre la chiusura con le mitologiche 'Indipendent' e 'Surf Nicaragua' corona quella che, fino ad adesso, è stata la performance migliore sotto ogni punto di vista. Numeri uno anche nell'Apocalisse!!!

 

Averli visti in versione ridotta al Metalitalia, causa l'intossicazione alimentare patita da Anders Bjorler, faceva fremere il sottoscritto e molti altri fan, specie dopo il bellissimo 'At War With Reality', dato alle stampe circa un anno or sono; per questo il concerto degli At The Gates era attesissimo, anche con una punta di preoccupazione, visti i disagi della giornata. Dopo la intro 'El Altar del Dios Desconocido' che apre l'ultimo lavoro, Tompa &Co. Innescano le mine umane tra il pubblico con 'Death and The Labyrinth' per poi aumentare la velocità ed il dramma swedish-death con 'Slaughter of the Soul'. Qualche problema di suoni alle chitarre, specie a quella di Larsson, fanno temere il peggio ma, fortunatamente, si trova una soluzione in pochi secondi e gli ATG godranno dei suoni più simili alle loro ultime produzioni di tutta la giornata. 'At War....' e 'Slaughter.....' la fanno da padroni nelle laceranti narrazioni del sofferente e feroce growl di Lindberg, che guida l'assalto delle distruttive, sinfoniche e melodicamente deflagranti chitarre di Larsson e Bjorler, passando da 'Suicide Nation' a 'Heroes and Tombs', da 'Under a Serpent Sun' a 'Eater of Gods', con la sola parentesi di 'Terminal Spirit Disease', tratto dall'omonimo EP. L'entità ATG è inarrestabile come inarrestabile ed incontenibile è il pubblico che si muove alla stessa velocità della doppia cassa di Erlandsson, quando si arriva al blocco finale con 'Need','Blinded by Fear' e 'The Night Eternal', chiosa dell'ultimo lavoro, per una gig estremamente densa di qualità e dramma, altro gioiello che risolleva la giornata.

 

Il vino migliora invecchiando. Non so se Scott Ian abbia appreso questa massima dal suo amico Joe Bastianich o se l'abbia sempre, innatamente saputa, fatto sta che gli Anthrax 2016 visti al Fosch Fest sembravano usciti direttamente dallo studio dove hanno registrato, nell'87, 'Among the Living', specialmente grazie alla stellare performance di Joey Belladonna, uno dei punti di forza di questa gig. Il combo di New York City apre le dinamiche ostilità con un pubblico bramante mosh-pit e wall of death, con l'opener dell'ultimo e bellissimo 'For All Kings', 'You Gotta Believe' e da lì in avanti, grazie all'esperienza, alla tecnica, ai suoni ma, soprattutto, alla devastante energia che ha fatto degli Anthrax uno dei live-act più tellurici della storia del thrash, sarà puro delirio da slam-dancing indiavolato. Compatta, precisa e distruttiva la ritmica di Ian, con Bello al supporto delle linee basse e Dette (che sostituisce ancora Benante, ancora convalescente per l'intervento al tunnel carpale), il fiume burrascoso degli Anthrax non si risparmia e scaric a i pezzi da 90 già dall'inizio, con la terremotante 'Caught in A Mosh' a mietere vittime tra gli spettatori, i quali vengono innescati come ordigni subito dopo con 'Madhouse' e 'Got the Time'. Donais si sbizzarrisce sulle sei corde, inanellando un assolo dopo l'altro e Belladonna non solo mostra un timbro perfetto, inalterato dal tempo, ma spara acuti molto precisi, quasi completamente identici alle versioni da studio di sia di pietre miliari come 'Medusa' sia di nuove gemme come 'Evil Twin' 'Fight 'em 'til You Can'. La band è compatta, in perfetta armonia e letale come un missile tiger, con Dette ormai sesto elemento del combo nordamericano, tanto da potersi permettere di rendere al meglio la cover di 'March of S.O.D.' dei grandissimi Stormtroopers of Death, per poi passare alla splendida 'In The End' e volare verso il finale al cardiopalma di 'Antisocial' (anche qui una cover storica, quella dei Trust), 'Breathing Lightning' e la danza di guerra conclusiva di 'Indians', per un concerto di altissimo livello adrenalinico, oltre che artistico.

Foto : Silvia Belloni
Foto : Silvia Belloni

24 Luglio 2016

 

Terzo ed ultimo giorno del Fosch Fest e, nonostante la cappa di afa mattutina, la giornata, che prende regolarmente avvio alle 14,45, risulta essere un esempio di precisione nella gestione band, con entrambe i palchi funzionanti e le band (maggiormente incentrate sul folk e viking, ma con qualche eccezione) in buona forma, che si alternano tra l'Underground Stage ed il Main Stage e, proprio in virtù di questa suddivisione, recensiremo i due blocchi differenti le band, dando più spazio (ovviamente) a quelle del Main ma senza trascurare le interessanti proposte dell'Underground.

 

Underground Stage

 

Rompono il ghiaccio i Beriedir, gli homies, proprio da Bergamo, con un buon power metal dalle tinte epiche e progressive, dove spicca la bella e tagliente voce del singer Stefano Nusperli, anche tastierista dalle chiare influenze prog-rock. Un ottimo inizio per una four-piece che sembra padroneggiare tecnica ed idee e deve solo sciogliersi un po' di più sul palco.

 

Gli Evendim, corposa formazione di folk-metal, proveniente da Firenze, che si fa notare per la presenza di un fisarmonicista il quale, però, non sarà molto supportato dai suoni (non eccellenti nel loro caso), che lo lasceranno quasi sempre in ombra. Peccato, perché l'energia c'è, anche grazie alle 3 chitarre e le tastiere, anche se si deve trovare ancora una certa personalità musicale.

 

L'Under Stage è ora calcato da un'altra formazione toscana, i lucchesi Norhod, seven-piece di matrice symphonic-metal sulla scia degli Epica e degli Within Temptation più energici. Il doppio cantato, growl e pulito per Jev e operistico per Clara, è uno degli assi portanti di uno show pulito, lineare e molto ben condotto anche se, va detto, scarseggia ancora una certa indipendenza artistica, causa le influenze così marcate.

 

Con i milanesi Atlas Pain si torna su più classiche coordinate folk con venature epic, dato che il quartetto meneghino fa della trascinante energia, che a volte rasenta il power teutonico alla Running Wild, un punto di forza della propria esibizione, cosa che viene molto apprezzata dal bellicoso pubblico. Brani quadrati, immediati e che cantano di antiche leggende, si dimostrano vincenti, per una formazione che ha ben chiaro in testa cosa suonare.

 

Prima ed unica formazione di black metal/death sinfonico, i Nightland da Pesaro si presentano con impatto scenico in stile Emperor, quindi con armature nere ma abbastanza sobrie e basi sinfoniche che ben si amalgamano con un lavoro molto intenso da parte delle chitarre. La loro musica, fortemente influenzata da Dimmu Borgir ma, più ancora da Behemoth ed Emperor, pur mostrando chiaramente le influenze, è di buonissima fattura e l'esibizione cattura il pubblico, portandola ad essere la migliore di tutto l'Underground Stage per questa giornata.

 

Headliner dell'Underground Stage, proprio prima che sul Main calino i Korpiklaani, i trevigiani Kanseil, caratterizzati da abbigliamento da menestrelli medievali e strumenti tradizionali (affiancati al comparto elettrico e della batteria) come flauti dolci, rauschpfeife (suonati da Stefano Da Re), cornamuse e kantele (Luca Zanchettin), che danno a tutto il loro concerto, assieme alla roca e bardica voce di Andrea Facchin, un sapore degno di alcune performance del primo Branduardi. Energia, intensità, sentimento ed il brano 'Vajont', dedicato alla tragedia del 1963 in cui morirono 2000 persone, offrono una chiusura con tutta la passionalità folk metal e lo spirito underground che ha dato il nome allo stage.

 

Ottime band e qualche interessante rivelazione: oggi, per fortuna, tutto senza intoppi per il palco dedicato alle emergenti band di casa nostra.

   

Main Stage

 

La giornata sul Main Stage si apre con la conferma di un annuncio dato in mattinata: gli Ulvedharr reinseriti sul palco principale dopo la cancellazione del primo giorno, ma non senza un'altra defezione, quella dei piacentini Embryo. Dispiace per la formazione emiliana ma concentriamoci sugli Ulvedharr, che hanno l'occasione di salire sulle assi......e non la sprecano.

Giocando in casa, l'appoggio dei kid si fa subito sentire e lo swedish death di scuola Unleashed/Dismember/primi Entombed colpisce subito nel segno, scatenando le prime file, incitate dalla ruvida voce del chitarrista Ark e spinte dalla possente e feroce batteria di Mike. 'Swords of Midgard' e 'Ragnarök' sono gli album della band che fanno da arsenale per l'assalto alla gola del pubblico, che apprezza tutta la primordiale energia della scuola death di Stoccolma, rivisitata in chiave bergamasca. Ottimo inizio.

  

Dall'ispirazione nordica a quella italica, con gli abruzzesi Atavicus, fautori di un pagan metal che riprende la lezione scandinava, rielaborandola in un contesto (vedasi anche i vestiti di scena del duo, che in sede live diventa quintetto) più centro/sud europeo. Energici ma sempre con l'attenzione rivolta all'atmosfera ed al mood epico/oscuro, la formazione italiana offre uno spettacolo convincente, che mette in mostra una buona personalità musicale e live, senza perdere di vista alcune ricercatezze atmosferiche, inserite nella loro imperiosa ruvidità musicale. Intriganti.

 

Otto componenti per questa orchestra guerriera che viene da Barcellona e risponde al nome di Drakum. Il folk metal unito alla potenza death non è certo una novità, ma se ad esso si uniscono violini elettrici, flauti, arpe e cornamuse galiziane, il risultato, pur con un suono non sempre al servizio degli strumenti tradizionali elettrificati, è trascinante, come trascinante è il folk e l'entusiasmo dei catalani guidati dal singer/arpista Javi Crosas. Il mood è più festaiolo che death, anche se la potenza non manca alla formazione iberica che sfrutta il suo unico (finora) album pubblicato, 'Torches Will Rise Again', per incendiare l'animo dei presenti, cantando di gesta di eroi e bevute, tra un assalto ed una bisboccia. Sicuramente non con un sound che li facilità, i Drakum riescono a far presa sul pubblico, con un folk ricco di passaggi della loro tradizione musicale, chitarre death grezze ed energia a non finire. Tra i più acclamati.

  

Li avevamo visti in azione, ad inizio anno, con gli svizzeri Eluveitie e ci fa piacere rivederli per il mood particolare con cui affrontano un folk metal scandinavo, grazie anche alla loro affascinante lingua: dalla terra dei ghiacci, gli Skàlmöld. Guidati dalla particolare e suggestiva voce di Björgvin Sigurðsson, il viking atmosferico e sognante del combo islandese incontra da subito l'approvazione dei presenti, pescando a piene mani dal lavori quali 'Baldur' o il recente 'Vögguvìsur Yggdrasils'. L'energia viking, mostrata dalla spina dorsale della batteria di Jòn e dalle chitarre Baldur ed Arni, si fonde con la ieratica armonia delle tastiere e dell'oboe di Gunnar, senza che la loro performance perda di dinamica o impatto. Ancora una splendida conferma per questo intrigante viking metal act dall'arcana ed affascinante lingua.

 

Cala la sera ed arrivano i signori dei fiordi, quelli che furono tra i prime mover dell'evoluzione del death/black scandinavo in viking metal, pronto a narrare le gesta dei guerrieri vareghi, vichinghi e normanni: da Bergen, gli Enslaved.

Forti di una discografia nutritissima e del carisma di precursori di una scena, il quintetto norvegese, che ha elaborato sempre di più la sua furia black/viking, con la ricerca dell'atmosfera, inserendo le tastiere, parte con 'Convoys to Nightmare' per poi lasciare che il comandante del drakkar, Grutle Kjellson, ci porti con 'Fenris' e 'Fusion of Sense and Earth', nelle insenature dell'animo umano, dove risiedono gli ancestrali ed atavici campi di battaglia delle nostre primordiali origini interiori. Le chitarre, in 'Isa' e 'Jotunblod', aprono portali mistici con il loro nervoso, ferino e selvaggio riffing black, che si unisce alle tastiere evocative di Herbrand Larsen, vedetta che annuncia la fine della mistica battaglia navale, sulle note di 'Ruun'. Prestazione maiuscola, tra le migliori di questa giornata, capace di affascinare anche un non-fan della band come il sottoscritto.

 

Dopo battaglie, gesta epiche, imprevisti affrontati e scampati e scontri con i feroci demoni della cappa di afa, il Fosch Fest giunge al termine dell'ultima giornata con un solo urlo: it's folk-party time! Per questo ci vogliono loro, i festaioli del folk metal scandinavo, i menestrelli della taiga dal piglio country; in breve, ci vogliono i Korpiklaani! Accompagnati da una vera ovazione, al momento del loro ingresso sul palco, il combo guidato Jonne apre subito le danze e la mescita di alcool con 'Viinamäen mies' e 'Journey Man', dove a scandire il ritmo dei balli c'è la chitarra di Cane, agghindato in stile Dee Schnider periodo Widowmaker, la fisarmonica di Sami Perttula ed il violino di Tuomas Rounakari, strumenti tradizionali che, questa volta, ottengono il giusto risalto grazie ad una calibrazione suoni stavolta impeccabile. 'Lempo' e 'Sathi' fomentano ancor di più lo spirito metal-festaiolo del pubblico, completamente coinvolto nella personalissima versione festaiola di una gig metal che il combo finnico, da molti amato ma da altri criticato sotto il profilo dell'originalità, mette in scena per i presenti, i quali dichiarano la loro approvazione lanciandosi sulle note di 'Rauta' o dell'adattissima 'Wooden Pints', vista la quantità di bicchieri che circola stasera. Amati od odiati, i Korpiklaani dimostrano, però, di essere degli animali da palco e chiudono alla grande la loro gig con le azzeccatissime 'Vodka' e 'Beer Beer'.

 

 

Si chiude l'edizione 2016 del Fosch Fest e, nonostante il finale sia stato in crescendo ed abbia offerto molti risvolti positivi, non si può dire che l'occasione per confermarsi un grande festival sia in parte sfumata, vuoi per imprevisti sfortunati, vuoi per alcune leggerezze organizzative fatte, forse, perchè si cercava di dare il meglio sotto il profilo dei servizi agli spettatori (cosa che, in effetti, è avvenuta). Non ci si può esimere da certe critiche, visto che il Fosch Fest, come è riuscito lo stesso a dimostrare, è un evento che sta guadagnando sempre più importanza ed è guidato da un'organizzazione coraggiosa e propositiva, ma che deve stare attenta a non fare alcuni scivoloni. Al prossimo anno...ed alla prossima pinta!!

 

Le foto delle due giornate le puoi guardare ai seguenti link:

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