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NIHIL EXTREME METAL FEST 2011

 

Carlito's Way di Retorbido – Pavia, 3- 4 Settembre 2011

 

Report e foto a cura di Andrea Evolti

 

Il primo giorno del festival organizzato dalla Nihil Productions di Pavia, al Carlito's Way di Retorbido (PV) prende avvio a metà pomeriggio di sabato 3 Settembre e, per motivi logistici, riusciamo ad assistere ad un solo brano del gruppo di apertura, i fiorentini Story of Jade, dal look a metà strada tra i combo black metal ed i Death SS. L'immagine non ci deve ingannare, perchè il quartetto toscano è dedito ad un incrocio tra un heavy ruvido ed orrorifico ed un thrash primordiale. Poco un solo brano per giudicare, ma, di certo, la formazione italiana gode di un impatto scenico attraente ed appare gradevole la proposta musicale, anche se non particolarmente originale.

Salgono sul palco, come secondi in scaletta (cosa che fa storcere il naso a molti dei presenti e lascia in noi qualche perplessità per la collocazione), i bresciani Endless Pain, una delle formazioni migliori dell'underground estremo italiano, con all'attivo 1 EP, tre album e tanti concerti macinati. Il quintetto lombardo, fresco del recente Chronicles of Death, mostra subito di che pasta sia fatto, nonostante dei suoni non bilanciatissimi e che soffocano gli assoli del lead-guitarist Stefano Zani, sfoderando un death/thrash devastante e potente caratterizzato da una bella dinamica di sezione ritmica e guidati molto bene dal growl feroce di Hate. Solo 5 brani (ed un'altra perplessità sull'uso di una seconda batteria collocata sul lato sinistro del palco, per i drummer dei primi gruppi) ma che colpiscono e lasciano il segno nel pubblico presente, assolutamente non esiguo, vista l'ora; un'ottima e devastante prestazione, tra le migliori della prima giornata, per questa band.

Si cambia radicalmente genere con i forlivesi Abaton, dediti ad un black metal atmosferico, dai ritmi medio-lenti e che richiama, ogni tanto, il funeral-black. Nonostante non colpiscano molto per impatto ed incisività, forse anche per la scelta del doppio singer, visto che entrambe si dedicano ai growling e screaming classici per questo genere. Nelle loro gelide e minimali atmosfere, la formazione romagnola ci offre un discreto guitar-work, che può richiamare gli Emperor degli albori, ma con molta meno ferocia. Obbiettivamente, sembra che la band italiana dia il meglio sulle parti più meditative ed atmosferiche, più che nelle accelerazioni in classico stile norway black metal. 30 minuti anche per loro e l'impressione che certe capacità ci siano, ma che si debba ancora lavorare.

Il palco del Carlito's Way viene ora occupato da una delle proposte più particolari dell'underground estremo italiano: gli In Tormentata Quiete sono un'entità molto particolare, a cavallo tra l'avantgarde rock, il folk ed il black più atmosferico e progressivo. Il sestetto bolognese, con all'attivo due lavori, tra i cui l'ultimo Teatroelementale, attirano per la loro aggraziata tristezza, venata di forza e di impennate ferale, che si mischiano ad un ottimo uso delle tastiere ed alla splendida intesa dei due cantanti, Marco Vitale per le harsh vocal e Giovanni Notarangelo per le clean, ottimi anche nel gestire lo spazio sul palco. I suoni sembrano leggermente migliorati ma non ancora adeguati, ma questo non pregiudica la riuscita della performance del six-piece emiliano, particolare ed affascinante come l'uso dell'italiano in un contesto estremo. Notevoli.

Prima band straniera di questa manifestazione, i Farsot, da Gotha, Germania, propongono un black metal estremamente classico, ma che non disdegna l'atmosfera ed una certa ricercatezza compositiva, anche nelle parti più violente e ferali. La formazione tedesca appare ben amalgamata e sicura sul palco, tanto da puntare tutto sulla parte esecutiva e limitarsi molto in quanto a presenza scenica. I brani di IIII e Insects vengono scagliati su un pubblico, che sta progressivamente aumentando, con ferocia e precisione, tanto da ricordare gruppi come Dark Throne per la ferocia e Funeral (quelli norvegesi) per l'intensità delle parti più meditate. La band guidata dal front-man 10.XIXI si mostra sicura nella sua essenzialità e, con laconica ferocia, porta a termine una buona prova sotto il profilo dell'intensità e della precisione.

Una vera chicca per gli intenditori del brutal death Made in Italy e del cinema splatter: da Genova gli Antropofagus. Band cult dell'underground italiano, dedita ad un feroce e tecnico brutal-grind-death dai testi ispirati all'epoca d'oro dell'horror e dello splatter italiano (e non), che al suo interno, dal 1997 ha visto alternarsi musicisti come Argento (Spite Extreme Wing) e Rigel (Detestor), si presenta con un solo full-length al suo attivo, No Waste of Flesh, ma con una classe ed una prestazione di primissimo livello. Devastante ed implacabili, quanto tecnici e precisi, il quartetto ligure che ha nel chitarrista Meatgrinder il superstite della formazione originale, assalta alla gola i presenti, forte di un guitar-work feroce e virtuoso (peccato per i suoni per penalizzino gli assoli) e del drumming di Max, il primo a poter usare il set di batteria centrale. Oltre all'opera unica della band, viene saccheggiato anche l'EP Alive is Good, Dead is Better, che comincia a scatenare l'assalto nelle prime file del pubblico. Notevole prestazione, inficiata da una scarsa pulizia dei suoni, ma non per questo meno godibile ed incisiva per una formazione talentuosa e particolare della scena italiana, che è un piacere poter ammirare ancora on stage.

Siamo arrivati ai due headliner della serata. Il primo assalto, quello di forza, dinamica e aggressività pura lo sferrano gli storici brutal-deathster olandesi Sinister. Seppur penalizzati nella line-up dall'assenza del bassista Mathijs Brussaard, sostituito dal secondo chitarrista Dennis Hartog, la formazione orange gode di ottimi suoni, cosa che le permette di sfoderare un armamento pesante tale da scatenare la ferocia degli spettatori in prima fila. Potentissimi e precisi, specie nella chitarra di Bastiaan Brussaard e guidati dal gutturale carisma del singer Aad Kloosterwaard, che svaria nella scelta dell'armamento, dalle produzioni più recenti, come Legacy of Ashes e Silent Howling, fino agli storici full-length Diabolical Summoning ed Hate. A spingere questa macchina, il drummer Duin, implacabile nel dettare ritmi serrati per rendere letali i colpi dei Sinister, che non si concedono attimi di pausa, se non per stabilire un sempre maggior feeling con il nutrito pubblico presente, il quale risponde con entusiasmo alla chiamata alle armi per gli assalti finali. Alto livello di brutalità musicale ed energia, oltre che di perizia, per questa fondamentale band del brutal death europeo, che segna positivamente questa prima parte di Main Event della prima serata del festival.

 

Successo e fama, a volte danno alla testa, vero: si può spendere molto tempo a discutere su questo effetto collaterale, anche negli ambienti più di nicchia. I musicisti spesso sono bizzosi ed imprevedibili ma, senza fare i bacchettoni o i falsi moralisti, quando la cosa va a danneggiare lo spettacolo e, soprattutto, il pubblico che paga per vedere, beh, la cosa amareggia ed irrita sempre. Queste saranno le uniche parole che spenderemo per descrivere lo spiacevole e penoso teatrino inscenato dal cantante degli Shining, Niklas Kvarforth, per alcune deficiente nel supporto tecnico da parte dei fonici del locale, contestato con un abbandono e conseguente interruzione del concerto per quasi un'ora e ripetuti insulti all'organizzazione (di certo non immune da errori e colpe, ma certe cose si possono discutere a spettacolo concluso) durante la ripresa di questo. Non c'è molto da dire su questi comportamenti da prima donna, se non stendere un velo pietoso, visto che la band svedese, nonostante intemperanze, ritardi e maleducazione (Kvarforth ha tentato di aggredire anche uno spettatore scagliandogli addosso la sua cartucciera), è stata protagonista di una prova più che buona, con il suo black depressivo e dalle feroci accelerazioni, con il singer scandinavo ottimo front-man e bravo nel modulare le varie impostazioni vocali (a parte qualche sbavatura causa eccessi di improvvisazione) per trasmettere tutta la gelida e feroce disperazione di album quali Halmstad Klagopsalmer o The Eerie Cold. Con l'opera di maligna e disperante tessitura delle due parche chitarristiche Batts ed Huss, la formazione domina il palco ed ottiene consensi dal pubblico, in gran parte lì solo per loro e parzialmente rabbonito dalla buona performance del combo svedese. La presenza scenica di Kvarforth fa il resto, tra teatralità vocale, drammaticità, eccessi di autolesionismo con vere sessioni di tagli sulle braccia e granguignolesca alterità, coronando una buona prova che si impreziosisce per il fatto che, dalla serata, verrà tratto il materiale per il loro nuovo live. Tutto questo, però, assieme alle tiepide scuse offerte al pubblico a fine serata, non cancellano una pessima scena che ha rovinato un ottimo concerto. Il talento, a volte, non scusa tutto.

 

2° GIORNO

 

Puntata numero due di questa stagione del Nihil Extreme Metal Fest e qui, in tutta onestà, un'altra scelta poco felice da parte degli organizzatori: un Festival di due giorni è una scelta impegnativa e, forse, i tempi non erano ancora maturi per fare il grande salto. Prova ne è stata la scarsa affluenza di pubblico; un vero peccato, dato che si sono potute ammirare formazioni di grandissimo valore ed interesse, che nulla avevano in meno di quelle presenti nella bill del 1° giorno.

Purtroppo perdiamo l'esibizione dei Symbolic per motivi di traffico, ma riusciamo ad esserci per l'inizio della performance dei Blasphemous Noise Torment. Il three-piece di Belluno, dedito a sonorità black ma dall'impatto e dalla dinamica death (una sorta di Behemoth molto più grezzi e mimali) e con all'attivo un solo album, Ancient Insignias, ma una notevole produzione di demo, punta ad uno show d'impatto e privo di fronzoli, visto il limitato tempo a loro disposizione. Niente di eccezionale, ma un robusto e ben eseguito death/black, ottimo per scaldare i (pochi purtroppo) presenti.

 

Totalmente diversi come stile e filosofia sono i bresciani (Ech0), sestetto più orientato verso un doom dalle sfumature ed accelerazioni death melodiche. Devoid of Illusions è il loro primo lavoro, uscito non da molti mesi, ma la formazione lombarda appare già abbastanza sicura di sé e con le idee ben chiare sulla propria personalità artistica che vede la presenza della tastiera di Simone Mutolo e la voce di Antonio Cantarin come elementi distintivi che contribuiscono a rendere molto interessante la loro proposta, in bilico fra l'onirico e l'impetuoso, viste le sfumature modern metal alla Lacuna Coil che, ogni tanto, prendono le chitarre di Ragnoli e Saccheri. 4 brani in tutto, ma la sensazione che qualcosa di molto valido sia stato lasciato da questa formazione: si aspettano altri interessanti sviluppi in futuro.

Esplosivi, originali, talentuosi ed esaltanti: così sono riassumibili i techno-prog-thrasher Lunarsea. Tra le migliori band esibitesi nella due giorni pavese, il five-piece romano sfodera una prestazione da incorniciare, macchiata solo da dei suoni non proprio impeccabili, che ci presenta una delle realtà più belle del metal italiano, con all'attivo due lavori ed in fase di creazione del terzo, il successore di Route Code Selector, il combo laziale brilla non solo per le grandiosi doti tecniche delle due chitarre, Pacioni e Romagnoli, per la virtuosa sezione ritmica di Franzoni ed Antolini e la voce trascinante di Daniele Biagiotti. I Lunarsea sono l'esplosiva dinamica del thrash americano unita alla ricercatezza delle band prog estreme come Anacrusis e Watchtower, con il senso della melodia che, pur con i distinguo di una band di metal estremo, ci riportano alla mente l'entusiastica aggressione dei Sieges Even. Da seguire, supportare, amare incondizionatamente, vista anche la loro incredibile presenza live.

Da Barcellona, Spagna (ops...Catalunia, vorrebbero dire loro!) i Foscor, un quartetto che unisce il tocco ferale black alla melodia quasi folk, tanto che, in pezzi come Alma Negra (rigorosamente in catalano) è possibile ricordare certe reminiscenze dei Moonspell di Wolfheart. La proposta è più che apprezzabile, visto che coniuga molto bene questi due aspetti della band, abile anche a tenere il palco ed abile dal punto di vista della pulizia esecutiva. Una buona band con personalità e non banale.

Ci stiamo avviando verso la fine e le due band headliner, ma prima dei due main event, tocca ai piemontesi Black Flame, veterani della scena black italica underground con all'attivo ben 6 full-length e molti anni di esperienza. Il trio di Adenzano, che dal vivo si avvale di un secondo chitarrista session, Tyorad, assalta alla gola i presenti con un feroce ma pulito ed incisivo black metal di stampo classico, che si rifà ai maestri norvegesi Dark Throne, Immortal primo periodo ma con quella particolare cura dei dettagli nella violenza ferina tipica di Handful of Hate ed i vicini di casa Mortuary Drape. Pescando dalla loro nutrita discografia, la formazione guidata dal front-man e chitarrista 'Cardinale' Italo Martire, offre brani da Torment and Glory, Imperium o l'ultimo nato Setpem. Sanguigna e selvaggia ferocia curata dal tocco italico, passione e visceralità sono gli ingredienti della ricetta Black Flame, una formazione che mostra una compattezza ed un mestiere notevole, oltre ad una ben definita personalità artistica, che li fa apprezzare anche a chi non è proprio die hard fan del true unholy black metal. Complimenti.

 

 

Tocca al main event della serata, anzi ai main event: la prima delle due band headliner di questa giornata conclusiva del Nihil Extreme Metal Fest sono un vero e proprio culto ed orgoglio dell'underground (ma non solo, ormai) italiano: da Piacenza, i cupi signori del doom&gloom Made in Italy, i Forgotten Tomb. Under Saturn Retrograde è l'ultima lapide (la quinta) del cimitero urlante che custodisce i quattro spiriti tormentati guidati dal Caronte emiliano Herr Morbid. Imperiosi, laceranti, spettrali ed angosciosi, i FT mostrano tutta la loro classe in una performance di alto livello, dove la maestosità doom si fonde con la cruda ferocia black, generando momenti di dilaniante tormento; merito delle chitarre abrasive ed oniriche di Morbid e Razor SK le quali, unite alle dilatazioni sabbatiane della sezione ritmica conferiscono ai pezzi tratti da Love's Burial Ground e Negative Megalomania quel sapore arcano che rendono il live della formazione italiana un'esperienza assolutamente da provare. Ancora una volta splendidi, nonostante l'esiguo pubblico, i FT si confermano una delle realtà più belle e particolari del metal italiano.

Siamo giunti alla conclusione e per suggellare la conclusione del festival vogherese, abbiamo un nome internazionale di tutto rispetto, quegli October Tide che vedono tra le loro fila Fredrik Normann, per molti anni uno dei membri dei Katatonia ed ora tra le colonne di questo particolarissimo progetto che porta la minimale tristezza della sua band d'origine a fondersi con la corposità di un death/doom calibrato e pieno di melodia intimista. Con già tre lavori all'attivo, l'ultimo dei quali, Thin Shell, risalente all'anno scorso, il quintetto svedese si produce in un concerto avvolgente, intimo, sognante nel suo ricercare a volte melodie lievi ed arcane, altre ad esplodere in passaggi potenti ma dal sapore quasi rigenerante e magico, come il rumore della pioggia nelle prime notti d'Autunno. Il pubblico, scarso di numero ma molto caldo ed avvolgente (radunato tutto attorno al palco dove si sta esibendo il combo scandinavo) dà una dimensione sognante, dove anche la solenne pesantezza di certi passaggi e la ruvidità delle vocal di Tobias Netzell, appaiono più la voce narrante di un bardo che rievoca antiche leggende che quella di un cantante di metal estremo intento ad eseguire brani usciti da Rain without End e Grey Dawn. Un'esperienza magica, entusiasmante e coinvolgente, per una band dalla forte personalità e con una visione particolarissima del doom/death, melodica e triste ma, a modo suo, energica e calda.

La kermesse metallica si conclude (come la sera precedente) con un dj set preceduto da un'esibizione, per così dire, da wild card, della band Bleeding Fist che, per motivi logistici, non riusciamo a raccontarvi. Ottime band, buonissime esibizioni, qualche incidente da parte di qualche artista che non ha il senso della misura (e dell'umiltà) e, questo va detto, delle pecche organizzative e decisionali che hanno intaccato una manifestazione che, pur non avendo affatto deluso, poteva dare, sicuramente, molto di più, soprattutto in termini di pubblico. Speriamo vivamente, però, di poter assistere alla prossima edizione, con maggiori novità, miglioramenti e, soprattutto, pubblico.