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ROCK HARD FESTIVAL

 

Live Club di Trezzo sull'Adda (MI), 17 Settembre 2011

 

Report a cura di Andrea Evolti

 

L'occasione appare delle migliori: il ritorno sulle scene, dopo 15 anni, di una delle band più innovative ed importanti per il techno-thrash che mosse i primi passi nella seconda metà degli '80, i Coroner, affiancati, durante la seconda edizione del festival organizzato dalla rivista Rock Hard, dagli Onslaught e da una nutrita schiera di band italiane, alcune emergenti, altre storiche o fresche di reunion. Un evento segnato dalle ottime prestazioni di gran parte delle band e da un'eccellente (soprattutto nella parte finale) presenza di pubblico da tutta Italia.

 

Assestano il primo colpo i milanesi Hellstorm, visti appena una settimana prima di spalla agli Helstar. Rispetto alla performance di 7 giorni or sono, il quartetto votato al thrash di stampo teutonico e black-thrash di stile Necrodeath, risulta di certo più convincente e compatto, anche se il loro tallone d'Achille rimane una scarsa personalità nei brani. Mezzora scarsa in cui emerge, però, la solidità della sessione ritmica Ares-Phobos. Una discreta prestazione che non li fa sfigurare, come band di apertura.

 

Sempre thrash sul palco del Live Club ma, stavolta, bisogna prendere le contromisure perché l'armamento è di quelli pesanti: sempre da Milano, una certezza della scena thrash attuale, i Methedras. Con suoni molto buoni, il five-piece lombardo, guidato dal roboante e gioviale front-man Claudio Facheris, scarica tutto il suo armamento su un pubblico ancora esiguo ma estremamente reattivo agli ordigni estratti dai loro tre full-length. Impressionante muro sonoro, per una band affiatata e che, dal Testament sound degli inizi, ha saputo scolpire e modellare la propria identità musicale con potenza, tecnica e visceralità. Ottimi e tra i migliori della giornata.

Con una lunga gavetta (dal '94 sulla scena) ed un nuovo disco, il terzo, Invincible, arrivano gli emuli sardi di Leonida ed i suoi 300: da Cagliari gli Holy Martyr. Unica band della giornata dedita al metal più epico e classico, il five-piece isolano mostra subito muscoli e valore marciando su di un pubblico che cresce di numero e sempre più coinvolto, con i loro anthem epici e guerrieri supportati dalla bella prova della coppia chitarristica Melis-Ferru e dalla ruvida e coriacea ugola di Alex Mereu, narratore di epica gesta provenienti da epoche e campi di battaglia remoti. Efficaci e coinvolgenti, gli HM concludono uno show anch'esso di circa 30 minuti roventi e con l'onore delle armi da parte del pubblico. Una di quelle band che ti prendono per le viscere e ti scagliano direttamente al fronte. Bravi.

 

Da una Guerra Santa ad una...sacrilega, almeno nei testi. Da Alessandria, una delle band culto del black italico; anche se con notevolissime dosi di thrash di qualità, i Mortuary Drape, guidati dall'unico superstite della formazione originale, Wilderness Perversion, danno vita ad un buon concerto, sia per qualità musicale ed esecutiva, dovuta ad i nuovi innesti come il lead guitarist Dario Chiereghin, sia dal punto di vista scenico, con la band vestita da sacerdoti di un oscuro rito pagano che sembrano usciti dal serial di Mario Bava, il Segno del Comando. Passando dal loro primo EP Into the Drape, fino alla più recente opera del 2004, Buried in Time, il quintetto piemontese aggredisce con la dinamica thrash e tesse occulte atmosfere con la sua vena black italiana molto diversa da quella scandinava, riuscendo a coinvolgere anche chi (come il sottoscritto) non è mai stato un fan della band. La classe non è acqua ed una band della loro esperienza e personalità l'ha dimostrato a tutti con un buonissimo spettacolo.

10 anni sono tanti e le traversie vissute dai Detestor, una delle più belle speranze nel 1996, per il metal estremo italiano, quando pubblicarono lo stupendo In the Circle of Time, non sono state minori. Da quando pubblicarono In the Circle of Time, capolavoro di death-grind tecnico ed epico, si sono succeduti cambi di formazioni, dischi non certo esaltanti (Red Sand) ed anni di silenzio. Vederli, però, trasformati in un gruppo metalcore, con due singer (uno Jaiko, cantante storico, l'altro Niki, prima alla chitarra) che fanno, sostanzialmente, la stessa cosa, un solo chitarrista con conseguente eliminazione degli assoli e degli intrecci estremi del loro materiale storico, lascia un po' perplessi (come la maglietta di Jaiko!). Detto ciò, va precisato che, al di là di I Have the Power (In the Circle of Time), la band ligure si concentra sull'ultimo Fulgor e sforna una prestazione non certo povera d'impatto e di coinvolgimento con il pubblico ma che lascia l'amaro in bocca a ci li conosceva ed aspettava un loro ritorno, magari con la formazione originale al completo o meno (Rigel, il batterista, ha suonato solo su disco, sostituito live da Fog), oppure di continuare a sviluppare una strada stimolante invece che incanalarsi in un filone un po' standardizzato. Discreta prova, comunque, con Jaiko e la sua brutale voce su tutti.

 

Altro 'ritorno', stavolta più esplosivo ed in linea con la storia e l'aria di culto che avvolge il nome degli Schizo è palpabile...è lo è ancora di più quando il five-piece catanese assalta il pubblico con il suo death-grind di qualità e carattere. I presenti, sempre più numerosi, rispondo con un pogo infernale nelle prime linee, quando si rendono conto che il combo siciliano è in piena forma e non si risparmia assolutamente, guidato dal singer Nicola Accurso (con passamontagna da narcos per i primi brani) e supportato dal superstite della formazione originale, Reder, una delle due chitarre. Gli Schizo, dal 1984 ad oggi non hanno prodotto molto in termini di quantità, ma è la qualità che ha creato capolavori come Main Frame Collapse, Sound of Coming Darkness o il più recente Hallucination Cramps, tutti serbatoi dai quali gli Schizo attingono al propellente per motori inesauribili e spasmodici come il loro drummer Dario Casabona. 50 minuti ad alto tasso di asimmetrica e ricercata violenza, per una formazione che consolida ancor di più la sua aura di leggenda di aritmica macchina falcidiatrice, precursore di molto dell'extreme metal italiano attuale. Chirurgicamente poetici ed artisticamente sadici.

 

Prima band straniera della serata, i Master sono anche loro una cult-band di lungo corso. Nati negli Stati Uniti ma naturalizzati nella Repubblica Ceca, il three-piece guidato dal cantante/bassista Paul Speckman, unico superstite degli esordi, può contare su un seguito di fedelissimi e su di una nutrita discografia dedita al death-metal più minimale ed oltranzista. Di certo non caratterizzati da originalità o particolare inventiva nel songwriting, la formazione boema si produce oggi, in una più che discreta prova, distinguendosi per potenza, compattezza e visceralità, grazie anche al chitarrista Alex Nejezchleba che regge bene il ruolo di ritmico/solista, durante tutta la performance che svaria dagli albori dell'omonimo disco o Collection of Souls, fino ai più recenti Slaves to Society e The Human Machine. Robustezza, pesantezza e viscerale contatto con il pubblico, assieme al supporto del drummer Zdenek Pradlovsky, anch'egli essenziale ma efficace. Non una band eccezionale, ma che convince sul palco e raccoglie l'energia e l'entusiasmo dei sui die-hard fan.

 

Si ritorna in Italia e negli oscuri territori del black con un'altra formazione storica del genere, i toscani Necromass. Ricomparsi, anch'essi, dopo un lungo periodo di inattività (ultimo lavoro l'EP Chrysalis' Gold del 1998), il quartetto fiorentino ritorna a calcare le assi con una buonissima prova, in grado di convincere anche chi non ha mai apprezzato molto la band (vedi il sottoscritto) della bontà della loro caratura di live act. Chitarre taglienti, riff frizzanti ed atmosfere sulfuree si fondono con un'ottima dinamica, quasi da band classic-metal, ed un senso di oscura e macabra melodia, tutti ingredienti ben amalgamati da una buona voce e presenza scenica del front-man e bassista Ain, truccato (come gli altri componenti) con un face-painting meno pesante ma più particolare rispetto alla tradizione black norvegese, che tratteggia alla perfezione la personalità di una formazione che ha sempre voluto distinguersi dai trend scandinavi, per essere sé stessa. Il repertorio non è vasto, dato che tre EP e gli album Mysteria Mystica Zothyriana ed Abyss calls Life sono le produzioni della formazione italiana, ma la prestazione, che vede protagonista anche il chitarrista 'anziano' della band, Nachzerehrmara, abilissimo nel tessere aridi e taglienti ragnatele sonore, cariche di quel flavour misticheggiante e necromantico che distingue il black metal italiano all'interno della scena. Un successo meritato.

 

Siamo giunti alle battute finali di questo Rock Hard Festival e, per le due band di punta della bill, il Live Club di Trezzo d'Adda è splendidamente affollato da un pubblico reattivo ed entusiasta. Quale miglior presupposto per dare il via a quello che, nel complesso di esibizione e qualità sonoro, è stato, a mio avviso, il miglior concerto della giornata (i Coroner saranno penalizzati solo da una non azzeccata scelta dei suoni): da Bristol, gli Onslaught. Con una storia iniziata nel 1985 con Power from Hell e riemersa dal ripostiglio musicale dell'inattività, nel 2007, il quintetto britannico assalta frontalmente il pubblico, che risponderà con assalti al palco e stage-diving frequenti, offrendosi in tutta la sua fluida potenza e nella carismatica performance vocale del singer Sy Keeler che non risparmierà le sue corde vocali al titanio, tenendo il ritmo della coppia basso/batteria Williams/Hourihan, con quest'ultimo assolutamente devastante, e delle due mitraglie frontali, le sei-corde di Davies e del solista e veterano Rockett. Tecnica, melodia, ferocia, senso della canzone e grande passione accompagnano la formazione inglese nel suo repertorio che svaria da The Force ed In Search of Sanity, fino al recente Sounds of Violence, dove gli assoli di Rocket s'incastrano alla perfezione con la trama di fondo cesellata da Davies e sospinta dal grandioso lavoro dinamico di Hourihan dietro le pelli, Un carroarmato con l'agilità di uno Spitfire, giusto per rimanere in tema, formidabile nel destreggiarsi tra potenza d'assalto quasi thrash e dinamismo compositivo tipico del power di scuola americana. Ogni brano scatena gli assalti dei kid e si rivela un autentico colpo di fucile in pieno volto, aiutato da un assetto suoni che è il migliore finora apprezzato nello svolgersi della manifestazione. Finale con bis per questa splendida formazione dedita al power che corre sui confini del thrash, che non si perde in nostalgie ma non vuole nemmeno smarrire la sua identità, proponendo, anzi, la propria evoluzione per i giorni a venire: immensi.

 

Last Chapter: the Return. Sì, il ritorno di un'entità musicale che ha fatto storia nei late Eighties per il suo talento, la sua geniale lungimiranza nell'aprire nuove soluzioni di approccio al thrash e per averlo guidato nei difficili anni dal 1991 al 1993 (data del loro scioglimento), periodo di oscurantismo anti-metal ma, paradossalmente, prolifico di talento e genialità (spesso incompresa). Tutta questa solfa si può eliminare e far spazio ad un solo nome: Coroner. Il power-trio elvetico guidato dalla voce e dal basso di Ron, in versione Galder (vista l'acconciatura), sale sul palco con la scioltezza di chi non ha mai smesso di suonare...e la cosa si vede. Partono senza troppe cerimonie, anche se il pubblico sembra fibrillare (sottoscritto compreso) come ad un rituale. E subito le oscure e taglienti evoluzioni chitarristiche di Tommy 'Baron' Vetterli ci scaraventano nei gorghi onirici dei loro brani, tra i quali spiccano classici come Masked Jackal da Punishment for Decadence, una rivelazione più che un disco. Le chirurgiche e complesse trame di Vetterli e del nostro Caronte Ron 'Royce' Broder, si avviluppano seguendo i ritmi serrati, spezzati ed eterogenei della batteria di Marky 'Marquis' Edelmann, un artista dell'aritmia. Purtroppo una scelta di sound troppo pulita, forse per far spiccare ulteriormente gli splendidi assoli di Tommy (pochi sanno essere tanto tecnici quanto pieni di feeling come lui), renderanno non molto incisive le trame di song come Read my Scars (Mental Vortex), sempre eseguite con immenso pathos e cattiveria dalla tagliente e lugubre voce di Ron. I fan tentano l'assalto al palco, stavolta placcato dalla sicurezza, ma si scatenano nelle prime file ad ogni assolo veloce di Tommy. Un concerto notevolissimo, che si conclude con bis e con chicche come la famosissima cover di Jimi Hendrix Purple Haze, tratta dal monumentale Punishment for Decadende. Un'esperienza unica poter vedere (nel mio caso) o rivedere i Coroner on stage, in un evento musicale ben assortito come questo, anche se non al 100% causa i suoni; soprattutto, c'è la speranza di sentire nuove opere da parte loro che ci guidino ancora attraverso l'oscurità, verso un nuovo futuro. Aspettando un Rock Hard Festival Episodio III...see ya next show!!