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SLAYER

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THE HAUNTED

 

29 giugno 2010 @ Alcatraz, Milano

 

Report a cura di Andrea Evolti

 

 

 

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Apocalisse Meneghina atto I: dopo i due rinvii a causa dei problemi alla schiena di Tom Araya (che sembrano essere totalmente spariti, da come lo si è visto muovere sul palco!), questa sera gli Slayer si sono presentati davanti ad un affollato (ma non come facevano presagire gli annunci di sold-out degli organizzatori) Alcatraz di Milano, con una carica che è apparsa, anche a chi è abituato allo standard elevatissimo delle loro telluriche gig, veramente devastante. Grazie a dei suoni perfetti (cosa un po’ rara, visti i problemi di acustica che spesso l’Alcatraz ha palesato) lo spettacolo della band californiana si candida come uno dei migliori live-show di quest’anno, supportato anche dalla performance di altissimo livello fornita dall’opening-act di lusso dei The Haunted.

 

 

Ad aprire la serata un vero e proprio ‘special guest’, visto che i The Haunted sono una delle formazioni di metal estremo più interessanti dell’ultima decade, e non solo per essere la band dei fratelli Björler, tra le menti pensanti dei grandissimi At The Gates. Il five-piece svedese inizia subito mettendo in chiaro quali saranno i due punti cardine sui quali si baserà la loro esibizione: forza d’urto viscerale e precisione chirurgica. Quest’ultima è la chiave di volta per la performance live dei brani tratti dal loro ultimo lavoro, Versus del 2008, lavoro che sottolinea quella ricercatezza nella violenza che fa dei The Haunted qualcosa di più che una semplice riproposizione degli At The Gates. Spiccano, su tutti, i due ax-man, Anders Björler e Patrik Jensen, che sfoggiano una sincronia ed un’intesa superlativa e la solita, possente e carismatica presenza scenica di Peter Dolving, voce e uomo della prima linea della formazione scandinava. Il pubblico, benché non ancora numerosissimo, reagisce bene, com’è tipico delle audience delle band per palati fini, vista anche l’ampiezza dello spettro che la scaletta cerca di mantenere, passando dai brani del già citato Versus, a quelli della gemma Revolver per poi tornare indietro fino agli albori della band, quell’uno-due di album devastanti che è stato Made Me Do It e, soprattutto, l’omonimo, deflagrante debut-album, quando dietro la batteria c’era anche Adrain Erlandsson, il cui posto, oggi, è ormai saldamente in mano allo splendido Per Jensen, un vero e proprio orologio a detonazione. Un’ora scarsa, forse qualcosa di meno, ma incredibilmente intensa, per una band che, onestamente, può essere messa a fare da opening-act solo agli Slayer. Un fall-out ad orologeria.

 

 

Il mondo è dipinto di sangue…..un messaggio chiaro. E l’Alcatraz è stato adeguatamente decorato dal ‘Giustiziere’ che ha iniziato l’assalto con la title-track di Blood Painted Blood, mettendo sul campo potenza, ferocia, carattere, tecnica e suoni assolutamente perfetti per godere di ogni singolo passaggio di questa armoniosa carneficina, specialmente dopo che l’Alcatraz si è riempito (senza però arrivare a livelli di sold-out) e l’interazione fra band e pubblico ha raggiunto il climax in pezzi come Cult, Disciple, Flesh Storm, per quel che concerne l’ultima parte della carriera dei 4 californiani, per poi diventare pura forza della natura sui classici come War Ensemble, Seasons In The Abyss e South Of Heaven. Araya è localmente in piena forma, una vera e propria sirena che annuncia il raid del four-piece di L.A. e dimostra di essersi ripreso al 100% dall’infortunio alla schiena (una delle sue serate in cui è stato maggiormente mobile!). Le due asce non hanno bisogno di recensione: un duetto di armi letali in base al quale potreste sincronizzare i vostri orologi….vere e proprie ghigliottine sonore. Dave (Lombardo…per chi non lo conoscesse!) è sempre lui, il migliore in campo, con delle soluzioni nuove in accordatura di pelli, visto un suono meno secco del solito, e quella naturalezza nel dettare ritmi da TGV impressionante, specie su Silent Scream, Hell Awaits, The Antichrist fino a giungere all’apice che tutti aspettavano, i tre pezzi che sono la chiusura tipica dei live-act Slayer: South Of Heaven, Raining Blood ed Angel of Death, dove il classico assolo di doppia-cassa è il segnale per l’assalto finale delle prime linee, che anche stavolta, non si sono risparmiate, profondendo energia e sudore in questo strabiliante connubio di potenza e pulizia che rende gli Slayer il metal live-act più letale del mondo. Nient’altro da dire, come gli stessi Slayer sono soliti fare, lasciando spazio solo alla musica….e così hanno fatto, regalandoci una prestazione annuale difficilmente eguagliabile.