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10 Giorni Suonati Festival

 

THE BLACK CROWES

 

 

Castello Sforzesco Vigevano (Pv)- 7 luglio 2011

 

 

                   a cura di Mauro "MauRnrPirate" Brebbia

Dopo ben sedici anni dalla prima volta che li vidi dal vivo, nel 1995 in un affollatissimo e in delirio “Palasesto” a Sesto San Giovanni (Milano), ho l’onore e la fortuna di rivedere i mitici ed unici The Black Crowes. Un’oretta e dieci minuti circa di viaggio tra autostrada e campagna pavese, accompagnate da un caldo assai asfissiante ( a dispetto della pioggia che ho lasciato dove vivo), non mi angustia anzi accresce la voglia di gustarmeli appieno.

Appena arrivo, rimango estasiato dalla bellezza artistica della città e rimango davvero piacevolmente sorpreso dall’organizzazione Barley Arts (merce davvero rara in Italia dove molti non hanno ancora capito come un concerto deve essere fatto) che ha portato in questo festival “ 10 giorni Suonati” grandi artsisti. L’ambientazione è a dir poco pazzesca. Un palco molto grande ma essenziale posto proprio all’ingresso del Castello e soprattutto comoda erba dove potersi rilassare prima del concerto. Completano il tutto, ottime bancarelle di dischi, birre artigianali e salamelle prelibate, che mi hanno decisamente conquistato. La prima cosa che mi balza all’occhio è l’orario in cui si esibiranno i nostri amati “Corvi Neri”, purtroppo saliranno sul palco soltanto alle 22.30.... l'attesa sarà lunga. Preceduti dall’ottima band italiana, molto rhytm e blues, PAOLO BONFANTI BAND che vede tra le sue fila anche un fisarmonicista, il sestetto americano THE BLACK CROWES in leggero anticipo sulle tabelle, sale sul palco e sono accolti da un boato di gioia.

Subito attaccano con una doppietta micidiale quale “Sting me” e “Jealous Again” e la folla è in delirio. Chris Robinson è in pieno “flower power”, con una barba lunghissima, degna del miglior Charles Manson, e balla come soltanto lui sa fare. I Black Crowes sono una band fuori dal tempo, che non si sono fatti influenzare da nessuna moda e suonano onesto rock n’roll sessantiano, senza troppi fronzoli e soprattutto nessun effetto speciale. Il chitarrista e fratello del leader, Rich Robinson, suona molto defilato sul palco con i suoi occhiali da sole.

Il nuovo arrivato Luther Dickinson, è davvero bravo, la chitarra slide la usa come si deve, ed apporta sonorità piu’ southern rock al suono della band.

Tante le “improvvisazioni”, specie su “Wiser Time” e “Thorn in my pride”, che hanno fatto scatenare tutti. “Remedy” ha concluso degnamente la serata e resta davvero l’amaro in bocca, per la lunga pausa (che potrebbe anche significare un addio della band alle scene) che la band ha deciso di concedersi.

Novanta minuti senza sbavature, con la band che è riuscita ad intrattenere al meglio il pubblico misto: dai più giovani ai vecchi hippies, dai metallari alle persone di elevato ceto sociale e alle belle ragazze..

Ultima nota doverosa: Steve Gorman è un batterista proveniente da un’altra galassia e troppe volte non gli viene reso il merito che gli spetta. In un piccolo e significativo modo, rimedio anche io in questa mia citazione finale.