CONDIVIDI

 

MACHINE HEAD

 

Special Guest:

 

 

Haterbreed + Bleeding Through

 

Martedì 9 Febbraio 2010 Alcatraz Milano

                        Report a cura di Andrea Vash Evolti

                       

                        Foto a cura di Francesco Prandoni

                                          photogallery dell’evento

Tornano per chiudere un ciclo ed iniziarne un altro i Machine Head. La formazione californiana, capitanata da Rob Flynn, giunge in Italia per quelle che saranno tra le ultime date della loro attività live (che sta durando, con qualche pausa da circa 3 anni, vale a dire dalla pubblicazione di ‘The Blackening') prima di chiudersi in studio e dare alla luce il loro settimo full-length, così come annunciato durante la performance del four-piece californiano dallo stesso front-man.
Ma la serata è iniziata molto prima...quindi un paio di passi indietro.
Sono i Bleeding Through ad aprire le ostilità ai quali viene concessa solo mezzora, periodo, però, sufficiente perché i 5 statunitensi, dediti ad una moderna mistura di metalcore, reminiscenze thrash e straigth-edge possano lanciare l'assalto dal palco principale dell'Alcatraz su di un'audience già abbastanza nutrita. La reazione dei presenti è sicuramente di buon livello, visto che il gruppo autore di 5 release, tra le quali Declaration, targata 2008, ha un ottimo seguito in Italia e la miscela diretta e compatta di assalti hard-core misti ad una certa strutturazione metal che supportano le harsh-vocal di Brandan Schieppati fa buona presa sui presenti che si riscaldano per quella che sarà l'attività principale della serata: il circle-pit. Breve ma intensa la loro esibizione, che ha visto principalmente sugli scudi i brani di Declaration e The Truth. Efficaci e diretti.
Sono tra i gruppi emergenti della nuova generazione del metalcore (quello vero, vale a dire il filone iniziato nei '90 con Biohazard, Downset, Life of Agony etc.), godono di un gran seguito in Italia, hanno energie e talento e generano un assalto sonoro che lascia scampo a ben poche persone che si trovano nei paraggi dei mosh-pit che si generano spontaneamente durante i loro assalti sonori: sono gli Hatebreed, direttamente da New Haven, Connecticut. Pochi fronzoli, essenzialità per Jamey Jasta e soci, i quali colpiscono subito alla gola il pubblico con raffiche di metalcore ibridato da guitar-work di matrice thrash, pescando le munizioni principalmente dall'ultimo omonimo album, da Supremacy e Rise of Brutality. La reazione dei kid è devastante, una vera prima linea da sbarco in Normandia, che trascina dentro tutto e tutti. Le sferzate metalcore-thrashy della coppia Martin-Novinec, supportate dai ritmi ora lineari nel classico hardcore-style, ora veloci e terremotati ad opera della doppia cassa di Byrne, generano una vera e propria tempesta adrenalina, nonostante i suoni assolutamente poco all'altezza, eccessivamente saturi di bassi, tanto che spesso si perde il senso della struttura del brano e si fatica a riconoscerlo, avvolti da momenti in cui il rumore ha il sopravvento sulla musica. Per fortuna i 5 del New England sfoderano grinta e precisione durante l'ora scarsa a disposizione, non perdendo un colpo, non accennando un solo momento di cedimento al ritmo imposto fin dalla partenza, guidati dalle corde vocali e dalla grinta di Jasta, in versione Mike Muir (Suicidal Tendencies) per via della bandana. Un concerto di pura energia, una manifestazione della natura irrefrenabile, capace di generare una gran quantità di mosh-pit per un pubblico entusiasta ed inneggiante agli Hatebreed alla fine della loro esibizione.
Dopo quasi tre anni ininterrotti di tour, i Machine Head fanno ancora tappa a Milano, per radere al suolo ciò che era sopravvissuto ai loro precedenti passaggi ed all'incursione di pochi minuti fa da parte degli Hatebreed...un ultimo raid prima di entrare in studio per il nuovo lavoro, così almeno ha annunciato dal palco il cantante-chitarrista Rob Flynn, tra un brano ed un dialogo con un kid in prima fila che appariva poco attivo e simpaticamente apostrofato da Flynn per aver usato carta igienica come tappi per le orecchie (errori di inesperienza! Flynn si è subito premurato di invitare gli altri spettatori ad aiutarlo con le mani per l'headbanging!). Ma partiamo dall'inizio: l'entrata in scena del four-piece americano genera un vero fall-out nucleare tra il pubblico. I suoni non aiutano a gustare l'impatto devastante della coppia Demmel/Flynn (la stessa che all'epoca formava i Vio-Lence) che iniziano l'assalto con l'opener del pluriosannato masterpiece The Blackening, Clenching the Fists of Dissent, per poi mettersi a rivisitare in lungo ed in largo quasi tutta la loro discografia (non verranno presi in considerazione i brani di The Burning Red....per fortuna! N.d. A.), con pezzi come Ten Tons Hammer, Old (grandiosa), Imperium, Halo ed Elegy. Impressiona, come sempre, la precisione, la tecnica e l'energia della band che dopo tre anni di tour quasi ininterrotto riesce a generare mosh-pit a ripetizione tra il pubblico, con continui assalti per lo stage diving. Merito, oltre che del chirurgico e virtuoso operato (sia in ritmiche che in assoli, Flynn e Demmel mostrano ancora l'incontrastata grandezza della scuola chitarristica della Bay Area) delle due asce a stelle e strisce anche della sezione ritmica Adam Duce (basso) e Dave McClain (betteria) con quest'ultimo in grado di viaggiare ad altissime velocità, scatenare tuoni ma, allo stesso tempo, crea parti atmosferiche fortemente nervose, che si stemperano in passaggi anche meditativi. A completare un concerto di altissimo livello, una gestione delle vocal da parte di Flynn perfetta sia negli bowling che nei puliti e un comparto cori, che vedeva la partecipazione di Demmel e Duce a supportare il loro front-man, davvero impeccabile, specie in mezzo a suoni eccessivamente saturi di bassi. Si chiude alla grande con la mitologica Davidian, la canzone che ha dato il via alla carriera dei Machine Head nel 1994. Non rimane molto da dire dopo una meravigliosa battaglia di questo tipo; si ammira il teatro dello scontro, i volti dei sopravvissuti vincitori (tutti per fortuna...è questo il bello del metal) stremati ma veramente felici. Si prende nota di quanto i Machine Head siano devastanti dal vivo e si comincia il conto alla rovescia aspettando un nuovo album per poi riprovare questo brivido...un po' come le montagne russe. A dispetto di problemi tecnici, un concerto di altissimo livello.

Pubblicato il 19 Febbraio 2010