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ADIMIRON

K2

Bakerteam Records – 2011

 

 

Spaesamento: forse è questa la parola migliore per descrivere le mie sensazioni nel recensire il terzo lavoro degli Adimiron. La formazione laziale, attiva dal 1999 con uno splendido, interessante e personale melodic death che, partendo dalla lezione swedish, ha sempre incorporato elementi tecnico-stilistici della scuola americana, ci propone questo nuovo lavoro, K2, con la voglia di stupire...e ci riesce, forse anche troppo. Ascoltando brani come “Passenger”, “Where Nothing Changes”, e le due best track del lavoro, “Vertical Limit” (pregevolissimo l’assolo di chitarra di Alessandro Castelli) e “The Whisperer”, con la collaborazione di Dave Padden, singer degli Annihilator, ci si trova di fronte ad un lavoro esecutivamente impeccabile, specialmente grazie al lavoro del batterista Federico Maragoni, e dal sapore estraniante e venato di una violenza che invita alla contemplazione, quasi ci si trovasse davvero in qualche gola rocciosa sull’Himalaya, sferzati dal vento e dalla neve. Ma cosa non va? La vostra domanda è lecita. Quella che non convince è l’annullamento di identità svolto dagli Adimiron, passati dal loro particolare e straripante Melodic Death, ad un Modern Thrash che sembra copiare, per non dire clonare, parte dei Darkane più moderati (la voce di Andrea Spinelli appare la copia perfetta di quella di Andreas Sydow), gli Mnemic e passaggi dei Meshuggah, ma con l’assenza di furia, strutturazione e ricerca solistica della band svedese. Una riprogrammazione inquietante, non tanto per la qualità: il disco è ben suonato e qualche idea buona c’è, oltre ad una certa atmosfera. Si rimane sconcertati di fronte ad un’operazione di annientamento di una personalità musicale in favore di un’identità totalmente nuova, con nessun legame con il passato, per percorrere una strada che sa di cloning and patchworking. Non voglio offendere la band, che probabilmente avrà lavorato sodo a questo lavoro, ma mi permetto di avanzare delusione e perplessità nel vedere un’identità musicale da me ritenuta molto valida, venire cancellata per una scelta molto in linea con gli standard attuali di un certo mercato e tendenza stilistica, purtroppo priva di un’anima artistica viva e scalpitante com’era quella dei due lavori precedenti. Rimango sempre del parere che, se si vuole cambiare genere, forse è meglio cambiare anche nome.

 

Andrea Evolti