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ALLBORN

New Rock Generation

Vrec/Venus - 2011

 

Non capita spesso di trovarsi per le mani un disco d’esordio che riunisca una certa maturità musicale, mancanza di atteggiamento in stile “siamo la nuova rock band del decennio” e buone (anzi, più che buone) capacità tecniche. Pensare che un prodotto del genere possa arrivare da un gruppo di appena ventenni, poi, rasenta quasi l’illusione. Eppure “New Rock Generation”, l’opera prima dei giovanissimi veronesi Allborn (età media: 20 anni. Il che significa una data di nascita fra uno e due decenni dopo il momento di massimo splendore dei loro “padri spirituali”) è un ottimo album. Che può contare su una marcia in più: la voce di Manuel, frontman della band, capace di una pienezza e una maturità che spesso mancano anche ad artisti ben più navigati, è davvero la sorpresa che non ti aspetti e garantisce al disco una “scintilla” in più. Nove brani “trasparenti”, diretti e indiscutibilmente rock, dove le robuste influenze ’70s ed ‘80s non solo non vengono mascherate ma si mostrano in tutta la loro orgogliosa evidenza. Iron Maiden, Ac/Dc, The Who, Led Zeppelin, Deep Purple… quasi ogni “mostro sacro” dell’epoca d’oro del rock risponde “presente” alla chiamate delle chitarre di Mattia e Alberto, ottimamente supportati dal basso di Nicolò e dalla batteria di Elia, dando vita ad un susseguirsi di brani tonici, ben eseguiti e piacevoli. Nessun “plagio” sotto mentite spoglie ma tanti tributi alle proprie radici musicali, con armonie e sonorità che, pur ammiccando al passato, vibrano dell’energia dei giovanissimi membri della band. Così, nei quasi 40 minuti di “New Rock Generation” trovano quindi spazio tanto una ballad a tinte power come l’ottima “Coma” (cantata in duetto con la voce delle Cherry Lips, Stefania Park) quanto pezzi decisamente più rock-della-tradizione come la title track (con cori alla Who) o la notevole “Immortal Dream”, brano a marcatissime tinte maideniane. Apprezzabile, infine, la scelta di utilizzare, in un disco di pregevoli inediti, una cover dei Doors (“Love me two times”, realizzata per un’antologia-tributo al “re lucertola”): un brano forse più lontano dalle “corde” della band veronese ma non per questo meno piacevole o ben eseguito. In generale, quindi, pollice su per gli Allborn: se questo disco rappresenta la “nuova generzione del rock” c’è di che essere ottimisti. Speriamo continuino così!

 

Recensione di Alessandro Pantani