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AUGUST BURNS RED

Leveler

Solid State Records - 2011

 

 

Dopo l'anteprima della copertina col pollaio distrutto, sullo stesso stile, sulla stessa linea di colori, gli ABR rilasciano l'album con un artwork diverso (magari però solo per alcuni paesi): un'automobile disastrata in una laguna. Se qualcuno vi dicesse che si tratta della copertina di un disco metal, restereste un po' di stucco. E invece è così che si presenta al pubblico “Leveler”, l’ultima fatica in studio del quintetto metalcore August Burns Red, dalla Pennsylvania con furore (cristiano…poi questa ve la spiego). E’ il quarto disco, traguardo notevole per una band giovane che ha esordito sulla scena solo 8 anni or sono con un EP, per poi pubblicare il primo full length due anni dopo; è un album che, lo diciamo subito, si situa in una perfetta linea di coerenza evolutiva (anche se sembra un ossimoro, messa così) con quanto prodotto in passato dai cinque. Ma gli ABR, si sa, sono dei fuori di testa capaci di questo e altro! La coerenza c’è, perché il lavoro riprende da dove lì avevamo lasciati con “Constellations”: riff tecnici da perdere il filo, tempi dispari, breakdown distruttivi, il tutto accompagnato spesso da melodie di chitarra e, in più di un caso, anche da assoli (merce rara di questi tempi). Ma si nota pure l’evoluzione, perché gli August Burns Red non si limitano solamente a ripetere quanto fatto nei dischi precedenti: per quanto possibile, e senza snaturare di una virgola il loro sound, inseriscono qua e là gustosi elementi e piccole sorprese. E’ il caso dei cori dell’opener “Empire” o di “Salt & Light”, che non mancheranno di far cantare i fan ai concerti oltre a farli distruggere a vicenda nel pogo; è soprattutto però il caso di “Internal cannon”, a parere di chi scrive il miglior momento del platter. Partenza che ricorda da vicino i Darkest Hour, giro di chitarra veloce bloccato qualche secondo dopo dal più classico dei riff “dispari” di cui si parlava poco sopra; ma la vera novità, che non mancherà di spiazzare più di un ascoltatore, è lo stacco “spanish” circa a metà pezzo, seguito immediatamente da un assolo di chitarra – novità questa già introdotta nel disco precedente e qui ulteriormente sviluppata. Il materiale restante, pur non arrivando forse ai picchi di questa traccia, è comunque ottimo, specie se rapportato allo stato di salute del metalcore: tra pezzi veloci (come la riuscitissima “40 Nights”) e altri più epici (si veda “Carpe Diem”, che al sottoscritto ha ricordato, almeno nell’intenzione e ferme restando le differenze stilistiche, i mid-tempos degli Heaven Shall Burn). L’album si dipana attraverso il sapiente lavoro delle chitarre – in ogni pezzo i riff si sprecano, e la loro varietà è un punto forte del disco – che accompagna nel migliore dei modi un drumming decisamente sopra la media, per merito di un Matt Greiner in forma smagliante alle pelli. Altra cosa che si sa: sono musicisti esagerati e sottovalutati! E’ rimasta sospesa una questione, quella relativa alla religione: gli August Burns Red non hanno mai nascosto in effetti la loro fede cristiana, tant’è che nella maggior parte dei testi si possono ritrovare riferimenti ad episodi biblici, o ancora ai valori di tale confessione (leggetevi come esempi le lyrics di “40 nights” o “Poor millionaire”, attacchi neanche tanto indiretti al materialismo e alla cultura consumistica, che hanno fuorviato l’uomo dal divino). Ora so benissimo che queste cose faranno perlomeno sorridere gran parte degli ascoltatori dell’universo alternative (me compreso), ma al di là del significato dei testi, secondo me ci si può passare sopra quando è la musica a parlare, soprattutto quando il livello è buonissimo, come in questo caso. L’unico appunto che si potrebbe fare è che, a parte alcuni dei momenti sopra citati, molti degli altri pezzi si situano generalmente sulla stessa linea, per cui chi non li ha apprezzati finora difficilmente riuscirà a farlo con questo disco. Si tratta in sostanza di un album “quasi” per i fan della band, nel senso che garantisce ampia soddisfazione a chi li conosce già, perché come già detto gli elementi tipici si ritrovano tutti, con in più quelle novità che fanno sì che il disco non si esaurisca con pochi ascolti o scompaia se comparato con quanto fatto in passato (vedi ad esempio “Messengers”, o il mai abbastanza elogiato “Constellations” secondo me a oggi il loro lavoro più riuscito). In fondo nessuno chiedeva a questi ragazzi una rivoluzione, anzi, in un momento in cui le basi del genere si stanno progressivamente sfaldando c’è bisogno di qualcuno che porti avanti un discorso coerente, in grado di rappresentare una certezza di fronte a dischi deboli e poco ispirati o svolte poco riuscite verso un sound più leggero. In definitiva, August

Burns Red: una delle migliori band del momento!

 

 

Bryan Vee