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CHERRY LIPS

Blow It Away

Vrec/Venus - 2011

 

Secondo album per la band italiana (quasi) tutta al femminile Cherry Lips e secondo prodotto di buona qualità: dopo l’esordio nel 2008, Stefania Parks (voce), Elisa Pisetta (chitarra), Karima Oustadi (basso) e Mattia Benuzzi (Batteria) e gli ottimi risultati soprattutto sul mercato svedese, il gruppo torna sul mercato nostrano ed europeo (area su cui la band punta maggiormente) con un album dalle tinte più rabbiose e fosche. Le “ragazze” sono cresciute e una certa “spensieratezza” (fatta di testi che parlano di rock, sbronze epocali, corse in moto…) ha traslocato in favore di parole che scavano in un terreno scuro, annerito dalla crisi economica, dalla scarsa speranza nel futuro, dalle nevrosi, inscurezze e rabbie tipiche della generazione NEET di cui Stefania & c. fanno parte in pieno per ragioni d’età. E per capire meglio come l’adolescenza non abiti più qui basta prestare attenzione alla cura tecnica con cui è realizzato tutto l’album: arrangiamenti di qualità, cori ben realizzati (anche se forse meriterebbero un po’ di “presenza” in più) sound pulito che ammicca ora ai Foo Fighters, ora agli Offspring e che gode delle ottime chitarre messe in campo da Elisa Pisetta (particolarmente incisive in “U Know U Can”). Insomma, a conti fatti ci sarebbero tutti gli elementi per un disco da cinque stelle. Perché fermarsi solo a tre, allora? Il problema principale, probabilmente, è che per sfondare in un mercato difficile, poco attento e limitato nei numeri come quello italiano non basta essere bravi (e questo album dimostra come il “brand” Cherry Lips sia di qualità) ma serve qualcosa in più. E questo “qualcosa” in “Blow it away” si fa fatica a trovarlo: è un buon disco ma non riesce a incastrarsi in testa, il sound è mediamente di un certo livello ma difetta di originalità e lascia la sensazione di un gruppo ancora in cerca di una propria identità. Capitolo a parte per la voce di Stefania Parks: rabbiosa ma con ampi margini di “crescita” e, in molti brani, troppo simile a tante altre “già sentite” e ben note al pubblico. Un peccato, soprattutto perché, dismessi i panni dell’incazzata sociale che se la prende con il “sistema”, Stefania è capace di grandi prestazioni vocali. Se avete dei dubbi su cosa questa ragazza può riuscire a fare (e quali emozioni regalare), ascoltatevi almeno un paio di volte “My satellite”, il brano che chiude l’album e fra i pezzi più interessanti di tutto il disco. La stoffa c’è e si sente, ma una band con queste potenzialità non può “accontentarsi”: possiamo goderci tranquillamente un album discreto come “Blow it away” - per il momento - ma aspettiamo con impazienza (e tanto ottimismo) i lavori futuri.

 

Recensione di Alessandro Pantani