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GRAND DESIGN

Idolizer

AOR Heaven - 2011

 

 

Ho visto cose che voi umani…è l’inizio del monologo finale del replicante, interpretato da Rutger Hauer in “Blade Runner”, grandioso film di Ridley Scott. Il perché mi venga in mente mentre scrivo di “Idolizer”, secondo album degli svedesi Grand Design è presto detto. Aldilà della performance in alcuni brani, non sempre all’altezza del cantante Pelle Saether, quello che salta subito all’occhio e in questo caso al mio orecchio, è la somiglianza assurda al limite del plagio con il sound elettrizzante e coinvolgente dei Def Leppard. Ma è tutto spiegabile dal fatto che la band aveva chiaramente detto quale era la loro fonte di ispirazione e che le sonorità avrebbero avuto quel sound coinvolgente e personalissimo che ha fatto grande la band inglese negli anni 80’. In poche parole un omaggio ad un mito, ma reinterpretato alla loro maniera e in chiave più moderna. Ma ascoltando le canzoni, la mancanza di personalità non può restare inosservata. Non fraintendetemi, questo album è davvero un buon lavoro, con ritmi piacevoli e divertenti, ma il rimando al sound di Elliott e Co. è sempre nell’aria. Prendiamo ad esempio “Get On The Action”, “Change Me Up” o “You’re Gonna Dig On It”, brani dai ritmi incalzanti e con qualche buona intuizione, ma pur sempre con chiarissime reminiscenze Leppardiane, che andrebbero anche bene, se non fosse che il cantato raggiunga punte di acutezza, il più delle volte al limite della sopportazione, anche se il lavoro del resto della band resta pur sempre convincente. Qualcosa di un po’ meno ovvio si intravvede in “”Your Love’s A Runaway”, “Addiction For Love” è chiaramente ispirata da una delle più belle ballad mai scritte, “Love Bites”, forse la hit più famosa dei Def Leppard. Ok, non c'è nulla di male nel voler copiare le sonorità dei Def Leppard, ma se dopo pochissime note di qualsiasi brano, si ha la sensazione di ascoltare un altro gruppo, non credo sia la giusta direzione da prendere. Perché in fondo i Grand Design avrebbero le possibilità per poter creare un loro sound mettendoci un po’ più di personalità, perché le potenzialità ci sono, e in fondo se Pelle Saether vede in Joe Elliott un punto d’arrivo, non può che uscirne fuori qualcosa di buono, però nella consapevolezza che è difficilissimo arrivare a fare qualcosa di simile a quello che ha fatto lui. Questo deve essere ben chiaro nella testa di tutta la band, se poi, nuove intuizioni, unite ad un sound che non morirà mai e ad un po’ di fortuna li porteranno all’ascolto del grosso pubblico, non è dato saperlo. Per intanto, un maggior controllo della voce da parte del cantante, fondamentalmente sarebbe meglio, non sempre le note alte per quanto unite ad un’ottima intonazione, sono sinonimo di bravura. Questo è il secondo album e un’altra possibilità non si nega a nessuno, poi, anche la pazienza raggiunge certi limiti. Per adesso che dire? Peccato.

 

Recensione di Emiliano Vallarino