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J27

Generazione Mutante

Vrec/venus

Uscita discografica: 27 marzo 2012

 

Potenza, tecnica, il coraggio di fare rock in italiano, testi interessanti e la giusta alternanza fra chitarre distorte, assoli di qualità e ballad: a vederla così ai J27 - quintetto pisano formato da Marco (voce), Alex (chitarra), Mamo (chitarra), Valerio (basso), Simone (batteria) – sembrerebbe non mancare proprio niente per “diventare (dei) grandi”.

 

La realtà, ascoltando questo “Generazione mutante” (secondo album per la band, dopo l’esordio con il disco omonimo nel 2008) fortunatamente non si discosta molto dalla teoria: nove inediti e una cover (“Shout” di cui parleremo fra qualche riga) danno vita ad un mix potente che si apprezza, come i vini pregiati sorso dopo sorso, man mano che lo si riascolta. Fatelo girare nelle casse qualche volta e vi renderete conto che, in un Paese dove ha successo chi esce da Amici o da X-Factor, c’è ancora qualcuno che ha il coraggio e tutte le carte in regola per sparare fuori dagli altoparlati del buon rock duro, crudo e dannatamente incisivo.

 

A fare da padrone di casa è indubbiamente la voce di Marco che graffia con rabbia, pienezza e giusta potenza ma dimostra di sapersi lasciare andare a tonalità più “docili” (virgolette d’obbligo) nella ballad “Alla ricerca di me”. A duettare con le corde vocali di Marco ci pensano le chitarre di Alex e Mamo che per tutte le dieci tracce ci regalano riff mai banali. Una menzione d’onore, però, questa volta la merita la sezione ritmica: Valerio al basso e Simone alla batteria forniscono una solida struttura portante a tutto il disco sia quando si tratta di fare i “compitini” sia quando si prendono la giusta e legittima libertà di mostrare quello che sanno fare. Senza di loro i J27 non sarebbero la stessa cosa.

 

Fatto salvo che le preferenze del sottoscritto vanno alla prima parte dell’album (“Mai”, “Il viandante”, “Non esisti” con l’aggiunta di “Bombe”, tutti pezzi carichi di un’ottima energia e supportati da testi affatto scontati) qualche parola in più va spesa per l’unico pezzo non originale del disco, “Shout” dei Tears for Fears. La presenza di un “tributo” in un album, soprattutto per i gruppi emergenti, spesso si tramuta in un “marchettone” in modo da sfruttare come traino la fama della canzone originale: fortunatamente questo non è proprio il caso dei J27. La cover che chiude l’album è una versione rabbiosa, oscura e spaventosa della famosa hit del gruppo inglese: 5 minuti e 11 secondi capaci di ricoprire di pelle, borchie e furia una delle icone della new wave britannica. Capolavoro. Link: www.j27band.com - www.facebook.com/J27band

 

Recensione di Alessandro Pantani

 

p.s. e se qualcuno avesse bisogno di spiegazioni sul significato del nome della band vada a ripassarsi i fondamenti della musica rock, leggende urbane incluse.