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LENNY KRAVITZ

Black and White America

Roadrunners Records/Atlantic – 2011

 

“Black and white America” è il nono lavoro del talentuosissimo Lenny ed è sicuramente un disco non facile da digerire. Sedici pezzi, che non seguono un genere predefinito, svariate volte mi hanno lasciato davvero l’amaro in bocca. Funk, rock, disco anni Settanta, pop dichiaratamente da classifica sono i vari ingredienti che compongono questo lavoro. Lenny, assoluto sex symbol mediatico, suona ogni tipo di strumento in questo cd, coadiuvato solamente dal fidatissimo Craig Ross, che l’accompagna alla chitarra, come sempre. Si parte davvero bene con due pezzi, “Black and white america” e “Come on get it”, che vado sicuramente ad annoverare tra le sue migliori canzoni. La prima, descrive le bellezze e le contraddizioni degli Stati Uniti, dove a capo della nazione, ora c’è un Presidente Nero (Barack Obama) e che sembra provenire da un bar tipicamente di Manhattan. “Luci soffuse, nessun schiamazzo!”, va in scena il “Lenny show”, potrei introdurre questa canzone in questo modo, che paga pegno in modo inequivocabile a James Brown. “Come or get it “, tra l’altro ascoltata da molti, durante uno spot della Nba (ora desolamente ferma a causa di un blocco da parte dei Presidenti), è una canzone molto bella: inizio con distorsioni di chitarra rock e corpo della canzone tipicamente funk, ispirato al migliore George Clinton. Un pezzo che non puoi fare a meno di ballare. Le prime note nolenti arrivano già con “In the black”, pezzo dove dominano parecchi effetti e che avrei visto maggiormente adatta ai primi Depeche Mode. La sua pecca è la totale ripetività in tutto il brano, che non decolla proprio. “Liquid Jesus” è un pezzo suonato con la batteria elettronica, spruzzate di piano qua e là e la voce di Lenny quasi sempre in falsetto. Musica da ribaltabile istantaneo e che se invece analizzi dal punto di vista musicale, non spicca certo per originalità. Questo è quello che non perdono a Lenny, in questo lavoro. Riconoscendogli un peso non indifferente nella musica degli ultimi venti anni, l’ho percepito, come quasi stesse facendo un compitino, dove in alcune parti fa emergere la sua classe e in alcuni frangenti invece si siede completamente. “Finalmente le chitarre” e i riffs assassini della coppia Kravitz e Ross, ho gridato all’ascolto di “Rock star city life”. Eccolo qua il Lenny che amo alla follia! Un pezzo molto ballabile ed assassino, il mio preferito del album. Vergognosa è invece “Boongie drop” con la superstar Jay-Z. Un pezzo mid-tempo molto ballabile, che secondo me puo’ essere usato soltanto in un club di lap dance con qualche bionda, rossa, mora (non son razzista) che ti fa evoluzioni sul cubo, degne della migliore Cuccarini dei vecchi tempi. “Stand” (penso che avete visto tutti il video, dove Lenny sculetta scatenato in un tipico quiz americano), è un brano molto carino ma contemporaneamente è palesemente pensato per passaggi incessanti su Mtv, Youtube e tutti i mezzi di comunicazione possibile. Il riffettino di chitarra ti entra in circolo pesantemente, anche se siamo lontani luce dai funambolismi di “Are you gonna go my way”. Per continuare la recensione e per farvi capire bene cosa succederà ora cito le stesse parole di Lenny rilasciate alla stampa specializzata: “Dal punto di vista musicale e lirico sento che questo è l’album piu’vario e ricco della mia carriera ed è in perfetto equilibrio tra cio’ che sono stato, cio’che sono e cio’che sarò”."

La dichiarazione d’intenti è confermatissima già dalla successiva “Superlove” che è in modo inappellabile bocciata dal sottoscritto. Un pezzo anni settanta molto scialbo ed è per questo che personalmente dico che, Lenny poteva lavorarci decisamente meglio su diverse cose in questo album. “Everything” è sicuramente meglio, con la batteria finalmente non elettronica, voce grintosa ed ottimo lavoro d’insieme della coppia Kravitz/Ross. “I can’t be with you” ha chiaramente pesanti riferimenti a “Wicked game” degli HIM e diverse atmosfere di David Bowie del passato, il pezzo che probabilmente dimostra in maniera chiara ed inequivocabile la versatilità della voce di Lenny: molto suadente e bassa in alcune strofe e grintosa nel ritornello. Unico difetto, appunto, un certo gusto di ”già ampiamente sentito”. La ballata stile “Believe” arriva puntualmente con “Looking back from love”, che regala diversi momenti di piacevole relax uditivo con atmosfere tenue e lunghe jam. Uno dei pezzi migliori dell’album di certo. Altra nota molto dolente è “Life ain’t even better than it’s now” è nient' altro che una base molto sincopata con qualche trombone sparso qua e là, dove Lenny canta sopra qualcosa in modo quasi svogliato. Provate a pensare quando sentite scorrere su uno schermo una sequenza di suoni e voi ci improvvisate sopra qualcosa. Questa è la sensazione che ho provato a sentire questa canzone. “The faith of a child” è un’altra ballata. Canzone decisamente commerciale e radiofonica, che non regala particolari sussulti se non un breve coro quasi gospel che avrebbe dovuto sicuramente essere maggiormente approfondito. “Sunflower” vede la presenza dell’ospite Drake e dopo pochi secondi già mi ha preso la voglia di passare alla traccia successiva. Anche dopo diversi ascolti supplementari, il pezzo non è decollato nel mio cuore. Un pezzo assai brutto per un artista capace di ben altre cose. Fortunatamente subito dopo arriva “Dream”, ballata struggentissima introdotta da delicate note di pianoforte con un Lenny che regala brividi su brividi... una performance assolutamente e finalmente all’altezza del suo nome e prestigio. Un gioiello, impreziosito da una sezione d’archi, che aggiunge pathos a tutto l’insieme. “Push”, il sedicesimo brano ( numero assai lungo per un cd non doppio) conclude questo lavoro. Molto soul e molta atmosfera, con un bel organo Hammond in sottofondo e soprattutto un riuscitissimo assolo nella parte finale. La mia recensione, quindi non è positiva, anche perché Lenny sembra essersi dimenticato completamente dei suoi esordi, dove il rock e passaggi chitarristici ispirati dal migliore Hendrix la facevano da padrone. Ora abbiamo un’artista che continua il cammino molto commerciale intrapreso qualche albums addietro e che regala comunque qua e là, lampi del suo genio. Inoltre, caro Lenny, lascia Jay-Z in compagnia di Beyonce e delle sue Ferrari e da un colpo di telefono ai tuoi vecchi cari amici Slash o Mick Jagger, per un po’ di sano rock n’roll.

 

Recensione di MauRnrPirate