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LOU REED & METALLICA

Lulu

Universal - 2011

 

 

Nel 2009 Lou Reed e i Metallica si esibiscono insieme alla Rock’n’Roll Hall of Fame e quello che sembrava essere stato il gioco di una serata, da lì a poco si sarebbe trasformato in qualcosa di enormemente più complesso e inaspettato. Una collaborazione, ma non qualcosa di semplicistico come una canzone o partecipazioni da una parte o dall’altra sul disco dell’amico, un vero e proprio full lenght, con protagonisti Reed, Ulrich e compagnia bella. Ovviamente la curiosità dei media e dei fans non si è fatta aspettare e non c’erano dubbi su questo. Da prima hanno iniziato a circolare i primi samples delle canzoni di 30 secondi, poi il primo singolo “The View” e subito i pareri sono stati generalmente supportati da insofferenza e avversione, verso quel mostro a tre teste che non s’ha da fare. Con l’immissione in rete dello streaming ufficiale in tutto e per tutto, abbiamo adesso un’idea basica ma tutto fuorchè chiara di “Lulu” e di ciò che dovrebbe rappresentare. L’idea del disco nasce da alcune demo scritte da Lou Reed e ispirate dal lavoro dello scrittore, drammaturgo, nonché attore teatrale Frank Wedekind. Sin dall’iniziale “Brandenburg Gate” è limpido un concetto, i Metallica si mettono musicalmente al servizio dell’istrionismo metadrinico del cantastorie newyorkese, lasciando da parte il loro sound quasi completamente, tranne per piccole reazioni del loro dna sopito e asservito. Dieci brani nei quali un “primo attore” di tutto rispetto come Lou Reed, rilascia tutto il suo sapere, attraverso la musica, incatenata ad un grosso guinzaglio, dei suoi adepti Metallica. La “recita” di Reed non prevede co-protagonisti, ed Hetfield non può far altro che accontentarsi di un lavoro a mezzo servizio come cantante, duettando sul primo brano e raccogliendo cori, lungo la strada di questo disco, che ha una durata record che si attesta su quasi un ora e mezza di musica. Lou Reed non canta, non segue metriche, se ne sbatte delle note e soprattutto fa quello che vuole e ne ha ben donde, quasi 70 anni di età, dei quali almeno 50 passati a furoreggiare sui palchi del mondo, ne fanno un sicuro vincitore, aldilà del risultato finale. Si, perché questo album è un enorme calderone, nel quale viene stipato una così enorme quantità di suoni, strumenti, reazioni e allucinazioni reali non concatenabili, da riuscire difficile all’assimilazione anche dopo moltissimi ascolti. Gli assoli chitarristici di Kirk Hammett sono probabilmente riposti in qualche antro oscuro, in attesa di qualche disco futuro della casa madre, mentre gli assoli vocali autistici di Lou Reed la fanno da padrone incontrastato in pezzi come “Mistress Dead” o “Frustration”, lasciando spazio zero ai compagni di naufragio. Qualcosa che possa assomigliare apparentemente alla realtà passata di Lou Reed, si percepisce in “Iced Honey”, ma l’impressione che si fa pian piano sempre più percepibile è che tra la strabordante personalità dell’ex frontman dei Velvet Underground e l’indottrinatura musicale, fin troppo reverenziale dei Metallica non se ne esca fuori. Ad un certo punto ascoltando “Junior Dad”, riscontriamo che forse la vena melodica riesca a uscire dal coma al quale sembrava relegata, ma è un attimo e i battiti scompaiono definitivamente, prolungando l’agonia e il dolore per ben 19 minuti. Apprezzabilissimi i tentativi di Lou Reed di spolverarsi, rimettersi a lucido e provare a competere per l’ennesima volta per qualcosa di grande e quelli dei Metallica di assecondare, studiare e provare a fare loro, un mostro sacro degli anni 70’, ma i tempi non sembrano forse ancora maturi per tutto questo. Ma, attenzione, parliamo di Lou Reed e dei Metallica, è facilissimo essere smentiti, io mi riparo dietro alle mie tre stelle nel giudizio complessivo e lascio ai posteri l’ardua sentenza.

 

Recensione di Emiliano Vallarino