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MESHUGGAH

Koloss

Nuclear Blast

release date: 26 Marzo 2012

 

 

Inquietante il titolo di questa loro settima fatica, come, del resto, imperiosa ed inquietante è la loro musica. I Meshuggah, una delle band più geniali e rivoluzionarie di questi ultimi 15 anni, ci hanno abituati sempre a vederli spingersi oltre, a non cercare mai la soluzione di comodo, il riempitivo, il compitino, ed anche con questo Koloss, la formazione svedese ha cercato attorno a se la via per arrivare alle più remote regioni della propria interiorità ed identità artistica.

 

Dopo l’opener I am Colossus, lenta, monolitica e cadenzata, che ha quasi la funzione introduttiva più che di vero e proprio brano d’esordio. Le vere ostilità iniziano con The Demon's Name Is Surveillance dove si evince che la formazione di Umeå, facendo tesoro dell’armoniosa violenza del predecessore ObZen, ha optato per mantenere un songwriting dinamico, aggressivo e fluido, per la maggior parte dei brani, con anche assoli più aggressivi e meno ipnotico-amtosferici, che sembrano addirittura andare a riprendere elementi del loro sottovalutato e splendido esordio Contradditions Collapse. In casa di Thordendal e compagni, però, nulla è scontato o fatto per abitudine e quindi, dopo Do Not Look Down che ci riconsegna la pesantezza virtuosistica del capolavoro Destroy, Erase, Improbe, si fa un salto nei territori di Nothing con il brano Behind the Sun, imponente, lento come un film espressionista tedesco, ma che ha di fresco una pesantezza ed un delirio magnificamente rappresentato dai tormenti vocali di Jens Kidman (anche se sarebbe lecito aspettarsi una progressiva crescita verso un cantato più articolato e meno tetragono) e dallo splendido lavoro ritmico della ‘Death Engine’ Tomas Haake, molto bravo a passare da tempi semplici e lenti, quasi sabbatiani del monolite onirico Demiurgo alle psicosi laceranti narrate da Break Those Bones Whose Sinews Gave It Motion, fino allo splendido e pirotecnico assalto alla massima velocità di The Hurt That Finds You First.

 

Un album vario, che sonda un po’ tutta la rappresentazione del concetto di ferocia del dolore spirituale dei Meshuggah, che si concretizza nel riffing della coppia Hagström/Thordendal del brano summa dell’album, Marrow e negli assoli molto vari, tecnicamente sublimi, ma anche più catchy, opera del già citato mastermind Thordendal. Con una produzione adeguatissima, che lascia da parte l’ossessione (a volte eccessiva) per la pesantezza a tutti i costi, in favore di una maggior agilità per le chitarre, si potrebbe parlare di disco definitivo per il five-piece svedese; c’è un però che mina la perfezione di questo lavoro. Si tratta dell’eccessiva pesantezza e sindrome pachidermica dei brani più lenti e pesanti e di alcuni passaggi più volutamente ossessivi, troppo lunghi in alcuni frangenti ed eccessivamente ripetitivi in altri, come il già citato opener I am Colossus o Behind the Sun, dove la scarsezza di variazioni nella struttura (anche se è palese che sia una cosa voluta), nel drumming ed in uno slow-mation di svariate tonnellate, più che immergere l’ascoltatore in break di dilatata allucinazione, rischiano di estraniarlo dall’ascolto e spingerlo, ogni tanto, a scippare alcuni passaggi o il brano stesso. Sono pecche non gravi ma che, da una band di tale portata e che da molta importanza al flowing dell’intero album, non possiamo non sottolineare, visto che fanno la differenza tra un bel disco ed un capolavoro, anche se questo Koloss ha tutto il diritto di piombarvi addosso e polverizzarvi con il suo architettonico e rabbioso dolore.

 

 

Andrea Evolti

 

 

Tracking List

 

1. I Am Colossus

2. The Demon's Name Is Surveillance

3. Do Not Look

4. Behind the Sun

5. The Hurt That Finds You First

6. Marrow

7. Break Those Bones Whose Sinews Gave It Motion

8. Swarm

9. Demiurge

10. The Last Vigil (Instrumental)