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PETER MURPHY

Ninth

Nettwerk Music Group / Self

 

 

Bela Lugosi is dead? Forse no, ma sicuramente ha deciso di cambiare guardaroba. “Ninth”, il nuovo album di Peter Murphy (che esce a sette anni di distanza da "Unshattered” del 2004) è un disco destinato a far discutere: i vecchi fan del “babbo” dei goth, dopo l’immancabile brivido causato dalla voce ancora cupa e graffiante di Murphy, storceranno probabilmente il naso di fronte ad una tracklist che ammicca più al pop che non alle atmosfere cui si abbina, storicamente, il marchio della voce dei Bauhaus. Chi invece scopre per la prima volta l’ex-vampiro di Northampton rischia di trovarsi di fronte ad un album non semplice, in bilico fra atmosfere tardo-anni ’80, contaminazioni pop-rock e una “spruzzata” di Iggy Pop. La verità, tuttavia, è che “Ninth” è un bel disco: vario, piacevole, profondo ed emozionante a tratti. E sarebbe anche qualcosa di più se non portasse in copertina il nome di Peter Murphy. Ma se sei l’uomo che ha spiegato al mondo che “Bela Lugosi is dead” ecco allora che fare “semplicemente” un bel disco non basta più: il tuo nome richiede l’eccellenza. E se decidi, improvvisamente, di dare una svolta meno cupa al tuo sound e un’impronta intimista ai tuoi testi rischi che i tuoi fan non siano pronti a perdonarti con facilità. Poi però nelle undici tracce che selezioni per il disco ti scivolano dentro quattro o cinque pezzi che meriterebbero, da soli, tutti gli euro del prezzo di copertina: dopo aver fatto preoccupare per la scarsa sapidità di “Velocity Bird” piazzi al numero due un ottimo pezzo come “See Saw Sway” (una dichiarazione chiara d’intenti: “non aspettatevi il solito disco, il Reverendo Murphy sa fare grande musica anche senza vestirsi di nero”). Ti permetti persino una deriva new-romantic con la preziosa e malinconica “I Spit Roses” (un trionfo di tastiere e coralità) prima di congedare l’ascoltatore con un paio di brani in assoluto crescendo: “Slowdown” e “Secret Silk Society” sono una carezza ruvida ai fan di più antica memoria. E poi, quando hai creato l’illusione di aver messo la parola fine ad un buon disco ti rendi conto che c’è ancora spazio per l’ultimo vero colpo di coda di un artista sempre capace di stupire. E scegli di chiudere l’album con un pezzo come “Creme de la créme”: atmosfere bauhausiane, archi, sonorità e voci in equilibrio perfetto fra rabbia e malinconia. E’ l’ultimo, inaspettato, brivido. La dichiarazione inequivocabile che il vampiro non è morto. Ma che da oggi, forse, vuole raccontarci un’altra storia.

 

 

Alessandro Pantani