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SAXON

Call to Arms

Soulfood/Audioglobe – 2011

 

In un periodo dove sembrano non esserci più molti punti di riferimento stabili nel mondo metal, visto il continuo avvicendarsi di band nuove che spesso clonano i grandi del passato o i trend del momento, fa piacere sapere che, almeno ogni due anni, i Saxon torneranno per farti provare quel brivido di energia del metal degli albori, dove potenza, melodia, carattere e talento, erano qualità imprescindibili per una band degna di questo nome. Con "Call to Arms", il five-piece guidato dall'inossidabile (nella voce, soprattutto) Biff Byfford ci offre l'ennesima prova di alta scuola NWOBHM con venature hard-rock americane, però puntando più sul groove melodico e su di uno spirito più vintage, senza essere retrò. Siamo lontani dalla cupa e splendida potenza di "Inner Sanctum" o "Into The Labyrinth", specie nel sound delle chitarre di Scarratt e Quinn, come si evince dai brani quali la title-track o "Chasing The Bullet", mentre con la successiva "Afterburner" si torna alla bruciante potenza dei due album precedenti, al meglio dei Saxon in assetto d'attacco. La stessa sessione ritmica, con il motore da drum-kit Nigel Glocker, tende di più al groove ed alle sfumature come in "Surviving Against the Odds" o nell'opener "Hammer of the Gods". Suoni più contenuti, secchi ma penetranti, che permettono di scolpire anche melodie più rilassate come quelle della semi-ballad "Mist of Avalon" dove emerge, proprio come vecchio faro nella nebbia a guidarci verso un sicuro approdo, la voce vibrante, come fosse composta da corde di ferro, di Biff, sempre più incisiva, sferzante, imperiosa e duttile, come nella cadenzata ed epica "When Doomsday Comes (Hybrid Theory)", dove appaiono gli echi di una sorta di tributo a Perfect Stranger dei Deep Purple, in alcuni passaggi sinfonici e di leading-guitar. Un album a metà strada tra il ripescaggio delle origini e la ricerca di un filo conduttore che unisca il metal dei '70s con quello del 2011, senza dimenticarsi del proprio nome, come sembra vogliano suggerirci pezzi quali "Ballad for a Working Man o Back", dove le autocitazioni dei propri pezzi storici (almeno nei titoli che vanno a comporre il testo del brano) sono il primo step, quello del ricordo; il secondo è nei brani più potenti ed oscuri come "No Rest for the Wicked". Un ottimo album, non eccezionale, ma di sicuro con pezzi che valgono più del 70% della roba che si sente oggi da band battezzate come la 'next big thing'. L'ennesima sicurezza da una granitica leggenda, sempre pronta a rinnovarsi lentamente, senza stravolgersi. Un faro nella nebbia, appunto.

 

Andrea Evolti