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SINCIRCUS

No Sin No Fun

Valery Records - 2011

 

Lo scrittore Chaim Potok ripeteva spesso che "gli inizi sono sempre difficili": "No Sin No Fun" l'album di esordio dei veronesi SinCircus prodotto da Valery Records, ribalta la prospettiva mostrando come a un ottimo inizio non sempre corrisponda una buona fine. Ad accoglierci è la title track, un concentrato di energia e rabbia ben miscelati: la voce (Cresh) – che si distingue per un growl tanto deciso quanto “pulito” – si accompagna al perfetto duettare di cassa e corde, impegnate in un inseguimento mozzafiato. I virtuosismi di Ash (chitarra) danno la pennellata finale: con questa apertura i SinCircus si sono assicurati l’attenzione dell’ascoltatore. E forse qualcosa in più. I due brani successivi (“Fooled and betrayed” e “Keep goin’ on”) mantengono gli stessi standard fatti di voce dirompente e ottimi assoli in ogni spazio lasciato libero dai colpi di batteria e di basso. Ma è con “New Generation Blood”, “On my way” e “I don’t love you” che il disco raggiunge l’apice: ad un memorabile uso della voce in una soluzione ritmica molto serrata nel primo brano, fanno seguito due “attacchi” tremendamente efficaci che introducono due tracce consistenti e musicalmente molto solide. Poi succede qualcosa: anche i SinCircus cadono nella più classica trappola dei clichè del metal, ”l’immancabile” ballad. Il risultato, "Right Choice”, è infelice: il pezzo, con atmosfere che richiamano i vecchi vinili degli Alice in Chains, esula dalle "corde" del gruppo, la voce di Cresh ammiccando al grunge perde potenza, la chitarra cerca di ammorbidirsi forzatamente, come accade per basso di Cri e la batteria di Apo. La conclusione è prevedibile: dopo tre minuti e mezzo addio ballad e riecco i “soliti” SinCircus, tutti growl e potenza. Ma l'alchimia non riesce: le parti restano scollate, quasi due pezzi distinti. E' il giro di boa, da questo punto in poi "No Sin, No Fun" non decolla più: “Rockin' Vegas” e “On the road with my mates” si piazzano appena al di sopra della sufficienza. Qualche buona intuizione (come l'apertura di basso di “Enough”) non compensa la generale mancanza di un "guizzo" che inchiodi i brani nella memoria. L'impressione, arrivati a questo punto, è che la band non abbia più molto da dire: nelle orecchie resta solo una sensazione di "già sentito". Ma è un peccato veniale, in fondo: "No Sin No Fun" è, complessivamente, un buon disco d'esordio e un ottimo biglietto da vista per un gruppo che, soprattutto sul palco, ha saputo mostrare carattere ed energia, doti necessarie per durare ben più di un paio di stagioni. Stay tuned, sentiremo ancora parlare di loro.

 

Alessandro Pantani