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TEXAS IN JULY

One Reality

Nuclear Blast Records - 2011

 

 

In teoria in Texas a luglio si dovrebbe crepare di caldo. Giusto? Invece pare che nonostante il nome, la band provenga dalla fredda Pennsylvania e la cosa si avverte. Però in fin dei conti le idee non sono da buttare via così come siamo anche contenti di imbatterci ogni tanto in qualche band estrema ma non troppo; qualche band capace di esprimere anche altro oltre la rabbia e il casino generale tentando di essere molto chiassosi, i più chiassosi! Sicuramente sono chiassosi anche i T.I.J. ma con fili logici ben più definiti e trame tessute con sapienza e il giusto concetto. Volete subito la nota negativa? Ebbene, bisogna essere molto critici per dire questa cosa anche perché spesso i pareri sono discordanti: la voce è troppo monotona. A volte lievi, lievissimi cambi di intensità, ma per il resto è una mattonata costante in faccia che tocca sempre solo la stessa nota e sempre nella stessa tonalità senza mai lasciare spazio al cuore e alla passione che le tecniche scream e growl esigono per essere sensate. Non basta quindi gridare per dirmi qualcosa di cattivo, sarebbe come tenere sempre alto il gain di una chitarra per contraddistinguersi nel genere metal. Tutti sappiamo che non è così. Ma a parte questo, che può piacere oppure no, la band risponde bene alla chiamata del secondo lavoro in studio (dopo il precedente “I Am” datato 2009). Interessante fissazione quella coi mesi dell’anno, dato che alla numero 7 troviamo “May” una alquanto strana traccia di chitarra acustica che passa emozioni diverse per ogni ascoltatore, o almeno si augura di farlo. Personalmente trovo “1000 Lies” la canzone più interessante dell’album, per ritmiche e idee: provare per credere!

Va anche detto che lo standard di durata è davvero molto basso e ricorda quello di

una classica punk band, ma probabilmente i T.I.J. hanno preferito evitare di essere

prolissi e lasciare chiusi nel ripostiglio gli assoli (cosa molto in voga attualmente e

che io approvo particolarmente). Altra cosa degna di nota è la non invasiva presenza di troppe parti cosiddette “Mosh” che ormai intasano e saturano ogni CD metalcore. La cosa piace a molti e sicuramente sono diventate parte integrante del genere così come la cassa dritta per la discomusic, però incredibilmente piace anche sentire band che evitano di straziare ogni brano con questa tecnica. In conclusione tutto è piacevole e si lascia ascoltare facilmente. Non è un capolavoro del genere e non pone nuovi basi su cui lavorare. E’ semplicemente un lavoro “passabile” che però non consacra ancora la band come grande esponente odierna!

 

Bryan Vee