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THE WANKERSS

Tales for a sweet demise

Jetglow Recordings - 2010

 

Ci deve essere qualcosa di profondamente rock nell’aria che si respira in Veneto: a pochi giorni di distanza dall’ottimo album di esordio dei veronesi Allborn, dagli scaffali delle recensioni è cascato sulle nostre scrivanie il primo album completo dei padovani The Wankerss, “Tales for a sweet demise”. Dieci pezzi, per la maggior parte ben oltre il fatidico muro dei tre minuti, danno vita ad un album intenso, ed energico, dalla potenza sorprendente: non fatichiamo ad immaginare questi quattro su un palco davanti ad una folla che agita la testa e alza al cielo il segno inventato da Ronnie James Dio. Lafayette (voce e chitarra) e soci, però, probabilmente ci metterebbero dentro la stessa carica anche se fossero ad una sagra di paese di fronte a un pubblico sparuto. Perché quello che traspare soprattutto in questo disco è la passione: il vocalist e frontman non si risparmia per un istante negli oltre 45’ del disco, butta nel microfono un’energia travolgente, costringe i polmoni a un superlavoro dai risultati – tutto sommato – di qualità, lasciando nei brani un’impronta “sporca” e graffiante. E se Lafayette ce la mette tutta, non sono da meno GG Rock (chitarra), Syracuse Hewitt (basso) e MC Memphiss (Batteria): un pezzo dopo l’altro si capisce che questi esimi membri delle “neglette legioni dei perdenti” (così sul loro sito) tanto perdenti non sono, anzi! Certo, c’è margine per crescere e migliorare ancora ma, dagli assoli ai bassi con grande presenza, fino ai tamburi&piatti ottimamente malmenati qui c’è tutto il materiale che serve per creare davvero un buon disco. A partire da “Already Gone” (che entra in scena preparata da una overture da 54 secondi di parlato+chitarra) e colpisce come un destro al mento: una dichiarazione d’intenti che non lascia spazio a dubbi su quel che seguirà. Menzione speciale, poi, per la “quasi title track”: “The sweet demise” sposta per un momento l’accento su sonorità più pacate grazie a chitarre e voci meno rabbiose. Il risultato è un pezzo meno punk hard rock che, tuttavia, non guasta nel panorama complessivo del disco e che permette di prendere fiato per un istante prima di ricominciare a correre sulle note di “Tryin’ to be like you”. Attenzione a metterli su in macchina: questa è roba che fa pestare pesantemente sul pedale dell’acceleratore!

 

Alessandro Pantani