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UFO

Seven Deadly

SPV/Steamhammer - 2012

 

 

Quando si parla di una band come gli Ufo, il discorso si fa parecchio serio. Calcare i palchi da 32 anni (l’esordio risale al 1970) e condividerlo con band come i Led Zeppelin e avere all’attivo 21 album in studio non è cosa da poco. Se a questo aggiungiamo il fatto che negli anni, personaggi come Michael Schenker, Billy Sheehan e Jason Bonham hanno suonato nel gruppo, allora parliamo della storia del rock. “Seven Deadly” è un gran bell’album contraddistinto dall’eccezionale lavoro alle chitarre di Vinnie Moore e la spettacolare voce di Phil Mogg. Dai ritmi molto bluesy che caratterizzano da sempre il sound della band, si spazia verso orizzonti più hard, a volte heavy, mantenendo però sempre un’identità precisa e una ricerca della melodia mai fuori luogo. Trovo da sempre incredibile il lavoro di Vinnie Moore alla chitarra, una tecnica sovrumana e alla continua ricerca di soluzioni innovative nel suo personalissimo sound. La mia particolare propensione per le ballad, trova una sua dimensione ascoltando “Angel Station”, ma poi sentendo “Wonderland” o “The Last Stone Rider”, esce fuori tutta la passione del metallaro old school per la sei corde e la tecnica. Certi dischi devono per forza suonare “classici”, e non perché i musicisti in questione hanno l’età dei nostri genitori (Mogg ha 64 anni, ma la sua voce, decine di ragazzini senza talento devono prenderla in prestito pagando un buon produttore, con un ottimo mixer), ma semplicemente perché la ricerca della novità a tutti i costi, per stupire o semplicemente per far parlare i recensori come me, se non supportata dalla voglia di suonare e da capacità sopra la media, non serve a niente. Chi, come gli Ufo, ha dalla sua, serietà, passione e tecnica fuori dalla norma e continua a produrre dischi seguendo il proprio gusto personale e non l’attenzione e il consenso a tutti i costi, può tranquillamente essere classificato come “classico”, però, attenzione, qui non si parla di muffa e ragnatele, questo è rock’n’roll signori.

 

 

Recensione di Emiliano Vallarino