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WE ARE THE IN CROWD

Best Intentions

Hopeless Records – 2011

 

Succede che un mattino ti svegli e decidi di controllare la pagina MySpace della band che hai messo insieme con qualche amico, giovanissimo come te. Siete piuttosto bravi, avete un certo seguito e avete già pubblicato qualche pezzo originale che il popolo del social network ha apprezzato parecchio. Succede che però quella mattina ti trovi di fronte a quello che non vorresti mai vedere: qualcuno, un hacker, ha violato la tua pagina, cancellato tutti i tuoi amici e tutti i tuoi materiali tanto faticosamente messi insieme. Mentre ti disperi e bombardi di sms i tuoi amici-compagni di band qualcuno si accorge del disastro e contatta un’autorevole rivista online che dedica alla tua “tragedia” un pezzo e invita i lettori ad aiutarti a “ricostruire la pagina”. Succede anche che l’articolo viene notato da un’etichetta musicale che decide di contattarti e nel giro di un mese ti propone di firmare un contratto che porta prima ad un EP e, nel giro di pochissimo ad un album completo.

Detta così suona proprio come una storia da telefilm targato USA, quelli alla “Beverly Hills 90210” o “Glee”, sempre a cavallo fra realtà e “grande sogno americano”. Eppure è esattamente quello che è successo ai “We are the in crowd”, giovanissimo (e si sente) gruppo pop-punk (molto pop, appena punk) di Poughkeepsie, New York recentemente lanciato da MTV come “Band of the week”. E il loro disco d’esordio (che segue un EP – “Guaranteed to disagree” – molto apprezzato da pubblico e critica) non tradisce questa origine un po’ cinematografica: dieci tracce che potrebbero benissimo fare parte della colonna sonora di una serie tv d’oltreoceano che parla di adolescenti, di amori, di problemi quotidiani, di crescita personale. Basterebbero già alcuni titoli (“Kiss me again”, "This Isn't Goodbye, It's BRB" , "Worst Thing About Me" solo per citarne alcuni) per capire che questo, almeno sulla carta sarebbe al massimo materiale da festa del liceo. Pardon, del college. Eppure quella di Taylor Jardine (molto interessante prima voce femminile), Jordan Eckes (chitarra e seconda “prima voce”, a sostituzione di Taylor in alcuni brani), Mike Ferri (basso), Rob Chianelli (batteria), and Cameron Hurley (chitarra) è una bella favola a cui piace credere e sperare che continui a lungo.

Soprattutto perché questi ragazzi sono davvero bravi. Intendiamoci, nel disco non c’è nulla di “mai sentito”: pezzo dopo pezzo si ritrovano un po’ della Avril Lavigne delle origini e accenni sparsi ad Alanis Morrissette che molto ben si mescolano sia nelle sperimentazioni più “eighties” (in particolare “Kiss me”) che nei brani più “arrabbiati” (come "Better Luck Next Time", dove le virgolette sono un obbligo: come rabbia non si va oltre ai Green Day di “Dookie”). Eppure nei poco più di trenta minuti occupati dai 10 brani di “Best Intentions” c’è energia, c’è freschezza, c’è divertimento e voglia di fare musica alla grande. Peraltro mettendo in campo una capacità tecnica decisamente di alto livello. I brani scivolano via uno dopo l’altro con una leggerezza che non annoia ma che non richiede neanche un impegno particolare per apprezzare virtuosismi o tecnicismi. Un buon disco da mettersi in macchina per canticchiare sorridendo. O magari per una festa da adolescenti un po’ cresciutelli.

Che la favola continui: quando i “We are the in crowd” si toglieranno di dosso i panni del liceo quella che rimarrà sarà – probabilmente – solo buona musica. E noi saremo lì a vedere come se la cavano: teniamoli d’occhio.

 

Alessandro Pantani