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ATHEIST

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Exhumed

 

Live Club, Trezzo sull'Adda, 27 Aprile 2011

 

Report a cura di Andrea Evolti

 

 

GURDA LE FOTO DEL CONCERTO QUI

Foto: Francesco Prandoni

Seconda volta in Italia, prima come headliner di un tour, per quel pezzo di mitologia aliena metal che sono gli Atheist, una delle più rivoluzionarie band del techno-death, nate dalle terre della Florida alla fine degli '80, l'inizio del grande periodo d'oro del death metal. C'era grandissima attesa per la formazione guidata da Kelly Sheafer, specie dopo la pubblicazione del bellissimo Jupiter, che ha segnato il ritorno all'operato creativo, dopo la reunion del 2007 che era partita solo per quel che riguarda le esibizioni live. Una serata speciale per i cultisti di questa band, parzialmente rovinata da suoni non certo adeguati alle trame complesse e visionarie del combo nordamericano.

Prima del main course, c'è lo starter, vale a dire il nostro primo piatto della serata, portata di tutto rispetto per la storia del death metal seminale Made in USA. Gli Exhumed, four-piece della California, sono state compagni di viaggio degli Atheist fin dagli esordi, condividendo i primi palchi negli States. Forti di una carriera regolare e tenace come il loro death metal feroce, incrociato con parti di death/grind ma impreziosito anche da una certa ricerca melodica, i 4 della West Coast hanno sfoderato, guidati dal chitarrista e voce Matt Harvey, tutta la potenza e le non trascurabili doti tecniche che caratterizzano il loro sound, dagli esordi di Goregasm, passando per i numerosissimi split fino alla nuova creatura No Guts, No Glory! La band è in forma, coesa è si dimostra con le due chitarre Harvey e Caley, dotata anche nei solo…peccato che un assetto di suoni veramente non all’altezza (si noterà la sola presenza del fonico di palco delle band, mentre per il main mixer ci si affiderà al tecnico del locale, ovviamente non al corrente di tutti gli assetti che sono solite usare queste due band in tour) non permetta di godere delle ottime prove strumentali dei due ax-man e del batterista Danny Walzer, sacrificato da un suono di batteria compresso, piatto e che quasi toglie di mezzo doppia cassa e piatti. I nostri, però, arrivano fino in fondo, da grandi professionisti e meritano l’applauso dei (non tantissimi, spiace dirlo) presenti, che comprendono l’elevata qualità del loro show.

Il momento è arrivato: l’astronave contenente le entità trans-organiche degli Atheist atterra e dal suoi fluidi portelli filtrano le note di Unquestionable Presence, la pace dell’attesa prima della tempesta della Genesi. Subito il five-piece di Sarasota mostra quanto sia valsa l’attesa, nonostante isoliti suoni, che sono migliorati solo di poco, specie per la batteria del sempre incredibile Steve Flynn, il guru dei tempi dispari e jazzistici, fusi con la furia tecnica del death. Kelly usa una voce più duttile, che alterna growling esterni a raw-vocal più thrash-oriented, mentre le chitarre di Baker e Thompson (autore delle parti di basso su Jupiter) appaiono sacrificate nel momento degli assoli e leggermente troppo deboli. Spicca, invece, lo splendido uso del basso dal timbro liquido e nasale di Travis Morgan e del suo penetrante slapping, nelle track successive quali Second to Sun e On They Slay. A sopperire ai problemi tecnici, c’è però tutto il loro talento, oltre al carisma di Shaefer che riesce a portare i fedeli ma non numerosissimi presenti, a generare dei circle-pit di tutto rispetto. I brani si susseguono, estratti da un po’ tutta la splendida ma contenuta discografia della formazione della Florida: dall’ultima fatica di Jupiter con Faux King Christ, passando per il soprannaturale Elements con Mineral e Air. Kelly ringrazia più volte il pubblico, assicurando che, questa volta, nessun bassista sparirà dentro il palco (riferito all’incidente di Tony Coy che sprofondò nel palco dell’Evolution 2007 causa un asse difettosa, con conseguente contusione al polso) e guidando i suoi verso altre esecuzioni stellari anche se dolorosamente alterate dai suoni come la titanica Mother Man. Come ogni cosa che rapisce e ci porta a livelli astrali dell’arte, anche quest’esperienza giunge rapidamente al termine e per chiudere i 5 statunitensi scelgono un classico sigillo conclusivo delle loro live performance: Piece of Time, la title-track dell’album dal quale iniziò, nel 1989, il loro viaggio esplorativo di mondi musicali paralleli. Altre parole non servono, nonostante la parziale delusione per suoni che hanno pesantemente inficiato la prova di entrambe le band. Incidenti di percorso, che non possono, però, spazzare via l’immensa classe di Kelly e soci. Al prossimo sbarco su questo pianeta!