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OVERKILL

 

DESTRUCTION + HEATHEN

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After All

 

Live Club Trezzo d'Adda - (MI), 9 Marzo 2011

 

Report a cura di Andrea Evolti

 

 

Thrash is back, thrash 'till death! Sarebbe lo slogan perfetto per l'evento che ha avuto luogo al Live di Trezzo d'Adda, dove si sono visti tra i più grandi nomi del thrash americano ed europeo, tra i quali spiccava quello degli Heathen, ritornati sulle scene dopo anni, con un disco di qualità elevatissima e live act da epoca d'oro del thrash metal. Un assalto frontale che ha visto una partecipazione di pubblico notevolissima, non solo per quel che concerne l'affluenza, ma anche per l'intensità ed il coinvolgimento di questo.

A dar fuoco alle polveri di questa esplosiva serata sono gli After All, quintetto belga e veri e propri veterani dell'underground thrash del Vecchio Continente, con all'attivo 7 album e svariati mini, l'ultimo dei quali, Becoming the Martyr, è proprio di questi primi mesi dell'anno. Possenti e vicini, almeno nelle ultime produzioni a Machine Head e Pantera, tanto da ricordare, in alcune cose, i più giovani Lamb Of God, i 5 delle Fiandre si prodigano per dare il massimo, forti di esperienza e suoni di prima qualità. Il pubblico risponde bene e, come antipasto, è veramente stuzzicante. Bravi...e forse meriterebbero veramente più considerazione.

 

Esplosione, velocità, melodia, forza: questi erano e, per fortuna, sono gli Heathen. Gruppo storico ed un po' da culto della seconda ondata thrash (fine degli '80 – inizio dei '90), il quintetto californiano è diventato celebre con soli due dischi, prima di sciogliersi, grazie al suo essere borderline tra thrash propriamente detto e power U.S., avendo nella strutturazione e nella melodia unità alla velocità e violenza, un trade-mark assolutamente unico. Proprio questo segno distintivo è l'arma letale che colpisce e scatena la reazione a catena nel pubblico del Live, quando la band, con il singer Robert White in testa, fa il suo ingresso e da inizio alle ostilità....non all'amarcord. Protagonista assoluto (e con piccola delusione di moltissimi presenti – sottoscritto compreso -) della scaletta è, infatti, il lavoro della reunion The Evolution of Chaos, disco incredibile per freschezza e qualità, che viene saccheggiato quasi completamente. I suoni sono ottimi, le chitarre dell'unico superstite degli esordi, Lee Altus, e di Kragen Lum svuotano i caricatori ritmici sulla folla, accompagnando le taglienti melodie cantate da White (singer dal secondo disco Victims of Deception), incontenibile oltre che in forma vocale smagliante, nell'eseguire brani come Dying Season e Control by Chaos. Sono 45 minuti di classe e dinamica violenza fantastici, ma anche incredibilmente troppo brevi per una rinata formazione che è un gioiello ancora poco conosciuto, ma fondamentale, del thrash americano e che molti dei presenti vedevano all'opera per la prima volta. Lasciano il palco da vincitori, con il pubblico sottostante ancora affamato di loro, soprattutto di molti brani storici di Breaking the Silence o Victims of Deception, ma con la speranza che ci sia presto un ritorno sui palchi italiani, per gig più sostanziose. Per ora un assaggio di classe e talento inossidabile, con lo sguardo al futuro.

 

I Destruction sono una di quelle band, per l'Italia, molto particolari e non solo per la frequenza con cui si esibiscono nel nostro paese; il three-piece di Weil sul Reno, componente della feroce trimurti teutone del thrash, assieme a Sodom e Kreator, risulta essere amatissimo qui da noi per la capacità di unire la ferocia tipica della scuola tedesca, ad una dinamica ed articolazione di matrice a stelle e strisce...oltre alla presenza carismatica di Schmier. Il bassist/cantante, leader della band, catalizza subito l'attenzione del pubblico, scegliendo sapientemente i brani da eseguire, pescando sì dall'ultimo lavoro The Day of Reckoning, ma non dimenticando quelle pietre miliari che segano una discografia tanto lunga quanto letale per potenza di fuoco: Thrash 'till Death e Mad Butcher. Un inizio devastante che genera un mosh pit tellurico ed infuocato, spinto dalla possente chitarra di Mike Sifringer e dal fuoco di copertura dell'Orient Express meglio conosciuto come Wawrzyniec “Vaaver” Dramowicz. I brani del trio tedesco si susseguono con inesorabile, splendida forza distruttiva, grazie ad una prestazione chirurgica e feroce dei suoi componenti, sopra tutti il chitarrista Mike, una macchina spara riff che si alterna in ritmiche ed assoli con tale intensità, da riuscire a far dimenticare l'unico piccolo difetto dei Destruction, la loro assenza, in sede live, di una seconda chitarra. Merito anche del basso metallico e cupo di Schmier, che scandisce le laceranti parole di brani come Nailed to the Cross, Butcher Strikes Back e Bestial Invasion. Tutto questo contribuisce a trasformare il Live in un reattore nucleare, con un pogo tra i più violenti che si possano vedere, a sigillo dell'ennesima, stellare prestazione della formazione tedesca in terra italiana. Immensi e letali i Destrucion non perdono la sfida con gli Heathen e si presentano bene nel reggere il confronto con gli headliner che stanno per calcare le assi. L'Inferno è forse un posto tranquillo, a confronto.

 

Fulminei, taglienti, immediati e spettacolarmente essenziali sono stati gli headliner Overkill, una delle band più prolifiche ed amate della scena thrash mondiale. Guidati dall'inossidabile Bobby Blitz 'The Iron Body' Ellsworth e dall'inseparabile compare/bassista D.D. Verni, il quintetto di New York City ha sferrato l'attacco finale e generato il mosh definitivo, tra un pubblico provato ma che non si è, di certo, tirato indietro di fronte alla sfida lanciata dai due mitraglieri Links e Tailer e dal cannoniere dietro le pelli, Lipnicki. Una scaletta incentrata, principalmente, su brani veloci, antemici e con un giusto mix di song recenti e pezzi storici, vale a dire l'ultimo nato in casa Overkill Ironbound, un granitico e personale lavoro dell'anno scorso, che si alterna a pezzi storici, durante la serata, quali Elimination, Rotten to the Core ed Hammerhead, portati a livelli stellari dalla forma strabiliante del singer newyorkese, la cui voce taglia, ferisce e perfora, volando altissima e penetrante con il suo classico falsetto al vetriolo e la sua mobilità sul palco, arma vincente per una presenza scenica che cattura il pubblico e fa scatenare le prime file in uno slam dancing degno dell'azione di una truppa d'assalto. La furia del combo americano si dimostra letale proprio in vertù del taglio melodico della sua produzione, debitrice con le radici speed/power U.S. del five-piece, che rendono assimilabili ed immediati i refrain tratti da album come Under The Influence, The Years of Decay e Feel the Fire, dal quale viene tratta proprio la title track ed, in chiusura, con un Bobby Blitz ancora freschissimo, indistruttibile e reattivo, sia sotto il profilo della voce che del fisico alla Bruce Lee, l'inno riottoso Fuck You, a suggello di una prova compatta, corale, dove tutti i componenti hanno brillato per la capacità di mettere il proprio smalto personale al servizio della macchina Overkill, Bobby in primis. Poco da dire di fronte ad una tale prova di energia, ferocia e perizia, di sangue, intelligenza e muscoli, degna descrizione di quello che è il thrash metal. Viene solo da dire: 'A quando il loro ritorno?'. Per ora solo le macerie conquistate dai vincitori.

 

 

P.S.= Spiace dirlo ma, come riportato da noi nel report inerente al Power of Metal Fest, si è ripetuta l'assenza dello stand del merchandising all'interno del locale, per i già citati motivi di disaccordo fra management e organizzazione Live in Italy, causa una percentuale ritenuta, dai gestori dei gadget delle band, eccessiva e della stessa entità da noi riportata. Purtroppo una nota negativa ad un successo musicale e di pubblico da incorniciare.