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POWER OF METAL FESTIVAL

 

SYMPHONY X – NEVERMORE – PSYCHOTIC WALTZ

 

Mercenari + Thaurorod

 

  Alcatraz di  Milano,  7 Marzo 2011

 

Report a cura di Andrea Evolti

 

 

Non è solo la quantità che dona importanza ad un evento musicale, né le band che hanno un alto ranking nelle classifiche di vendita e di fama del momento: c’è anche il valore aggiunto della sua unicità. Poter vedere, senza per questo mettere in secondo piano Nevermore e Symphony X (band stratosferiche ed adorate dal sottoscritto), una formazione come gli Psychotic Waltz, riformatisi dopo 13 anni dal loro scioglimento, rende il tutto, per chi li ama ma anche per chi li conosce poco, un qualcosa che ha il sapore dell’appuntamento con la storia.

 

Primo step, i finnici Thaurorod che vedono, guarda un po', alla voce il 'nostro' Michele Luppi, cosa che ci fa capire da subito che la formazione scandinava si prodiga nel realizzare brani di uno speed metal di scuola europea dalle tinte sinfonico-progressive. Freschi del loro debutto Upon Haunted Battlefileds, il sestetto finnico dimostra di saperci fare non solo sotto il profilo tecnico, ma anche per quel che concerne la compattezza della band dal vivo, che guadagna punti, di sicuro, grazie alla presenza del singer italiano. L'impressione è certamente positiva, i pezzi buoni, anche se non spiccano ancora per grande personalità e sono, certamente, derivativi; ciò nonostante, la performance è più che buona e prepara bene il campo alle band successive.

 

Tocca ai danesi Mercenary concludere il set di band 'opener', con la loro ottima e personale miscela di swedish death alla Dark Tranquillity/Soilwork e power granitico, più vicino agli U.S.A. che alla Germania. Il quartetto, guidato dal cantante/bassista René Pedersen, ha alle spalle già sei album e la cosa si vede, visto che la loro prestazione convince molti dei presenti (in continuo aumento) che rimangono coinvolti dai brani della formazione, da poco sul mercato con il nuovo lavoro Metamorphosis. Ottimi tecnicamente e di buon impatto, il four-piece danese convince in pieno e si dimostra una formazione che meriterebbe più notorietà di quella finora avuta.

 

I sogni, per quanto allucinanti ed inquietanti che siano, sono sempre qualcosa di eccezionale e, quando si realizzano, hanno il sapore particolare di un cambiamento: avviene l'incontro tra tra due universi distante, da sempre tenuti in comunicazione con un canale particolare, in questo caso la musica, più precisamente la musica degli Psychotic Waltz. Il quintetto di San Diego, riformatosi dopo circa 13 anni di stop, ricalca le assi del palco con la formazione originale del meraviglioso debutto A Social Grace...e si aprono subito le porte del Wonderland. A fare da Cappellaio Matto, Buddy Lackey e la sua divina, dolcemente sofferente ed alienata voce, pronta a cantarti le danze intrecciate dai due menestrelli Brian McAlpin (oggi festeggiato come Dane e Romeo, essendo il loro compleanno) e Dan Rock, nell'universo multicolore e di inquietanti ombre ridenti narrato da Halo of Thorns ed I of the Storm. Tutto appare pieno, cristallino, etereo ed, allo stesso tempo, violento, proprio come il mondo di Alice nel Paese delle Meraviglie, con le chitarre che si inseguono in scale a chiocciola che cambiano improbabili angolazione sulla base ritmica schizofrenica del batterista Loggia, aiutato dal basso di Ward Evans. Arrivano, poi, le nenie incise nella roccia oscura di Bleeding dal quale viene proposta la sofferente ed incantevole Locust, per poi tornare al passato con Nothing. Un'entità astrale dalla forza di una tempesta e dall'incedere sinuosa della nebbia come la raccontò Carpenter, questo sono gli PW, dove la perfezione ed il virtuosismo tecnico diventano strumenti per un cuore che soffre e sanguina in colori accesi, pronti a formare ritratti soavemente alieni ed inquietanti. Il concerto è veramente troppo breve, anche se di una qualità ed intensità stellare, grazie anche a dei suoni perfetti ed ad un pubblico numeroso, giusto tributo per questi 5 geni californiani fin troppo sfortunati nella loro carriera, perché solo così si definisce una band che crea un brano come Butterfly. Come dicevamo, troppo breve è apparso il concerto, ma forse solo perché le cose belle sembrano finire troppo presto. Da incorniciare e ricordare come un concerto fuori dal tempo.

 

Per certi versi non cambiamo universo quando i Nevermore, una delle band simbolo degli ultimi 10 anni, sale sul palco dell'Alcatraz, acclamata da un pubblico nutritissimo, nonostante sia lunedì sera. Il five-piece di Seattle, che stasera vede al basso la turnista Dagna Silesia (con l'altro chitarrista Vörös nel progetto solista di Warrel Dane 'Praises to the War Machine'), in sostituzione di Jim Sheppard, convalescente per l'asportazione di un tumore benigno al cervello, è un concentrato di violenza ed oscurità, anch'egli amanti delle sensazioni che nascono nel lato oscuro e nascosto dell'animo umano e può essere visto come la versione violenta di ciò che è stato prima rappresentato dagli PW. Sono, infatti, le velocissime note di Inside 4 Walls ad aprire la performance del combo americano, che non si risparmia affatto sotto nessun profilo, con Loomis incontenibile cesellatore di assoli magniloquenti, cornice per le poesie rabbiose di un Dane in ottima forma, pronto a coinvolgere un pubblico già in assetto da guerra e che raccoglie l'invito del singer americano, dopo l'uno-due di Born e The Termination Proclamation, a salire sul palco, a formare una specie di coro di supporto e cerimoniale tribale, quando una decina di ragazzi si mettono in cerchio attorno a Loomis per genuflettersi durante uno dei suoi incredibili assoli. La band naviga molto tra l'ultimo, oscuro, difficile ma affascinante The Obsidian Conspiracy ed il passato recente, con brani come Heart Collector e la epocale The River Dragon has Come. Oscurità, potenza, teatralità, spettacolo muscolare ed artistico: i Nevermore appaiono in grande forma, regalando una prova che è la sintesi della loro natura, la visceralità intrecciata con il virtuosismo, l'individualità e la compattezza di gruppo, dove brillano anche Van Williams per la sua incredibile mobilità ed i due 'Dane-mate' Attila Vörös e Dagna Silesa. Pubblico in totale simbiosi fisico-spirituale e finale con Enemies of Reality, per un altro show da brivido, un'altra mirabile apocalisse.

 

Ultimo atto della serata e tocca agli headliner (o sarebbe più corretto dire co-headliner) della serata, quei Symphony X che sono una delle realtà più originali del panorama progressive metal, ma non solo. In attesa del nuovo album, che come annunciato da Allen, uscirà a Giugno, il quintetto di New York si presenta in questa serata pronto per offrire ai presenti un Best of di sé stessi...ma qualcosa sembra non andare, almeno in partenza. Purtroppo i suoni, finora ineccepibili, si dimostrano settati molto male, con la voce di Allen compressa ed a volume troppo basso, cosa che costringe il singer statunitense ad urlare ed essere, a volte, impreciso, sulle note iniziali di Of Sins and Shadows e Set the World on Fire. I guai, però, non si limitano a questo, visto che la batteria del fluido e sempre eccezionale Rullo, soffre del terribile effetto 'fustino Dixan' (non è pubblicità occulta! N.d.A.) al rullante ed una terribile e quasi totale latitanza del suono dei piatti e che, cosa veramente blasfema per chi ama e conosce la band, la chitarra di Michael Romeo (anche lui oggi festeggia il compleanno...data di festa mondiale per il metal?) quando scarica le sue devastanti ritmiche, si produce in un suono zanzaroso e debole, cosa che mutila totalmente l'asse portante delle song dei SX.Si salvano, praticamente, solo il buon LePond, che gode di un meraviglioso basso pulsante e Pinnella, la cui tastiera è ben chiara, anche se verso il finale soffrirà di misteriosi furti di note. La band, però, è tutt'altro che sotto tono e suda le fatidiche sette camicie per trasmettere la potenza e la bellezza di brani come Inferno (Unleash the Fire) o Evolution (The Grand Design), che riscuotono l'apprezzamento dei fan ma anche il malcontento verso il comparto suoni. Allen è il rinomato istrione del palco, sempre in prima linea per infuocare il pubblico con la sua inarrestabile mobilità ed energia, ma anche con la sua intensità emotiva, quando viene il momento della title-track dell'ultimo lavoro, Paradise Lost, tornando poi, repentinamente indietro nel tempo a In the Dragon's Den. Da qui, per fortuna, qualcuno si sveglia in cabina di regia e, improvvisamente, magicamente ed anche beffardamente, i suoni si ristabilizzano e si può assaporare il bel tocco e l'agile potenza di Rullo, la voce di Allen, provata ma ancora impeccabile e calda e, soprattutto, l'artiglieria pesante delle ritmiche di Romeo il quale, per fortuna, almeno negli assoli non ha sofferto di questi problemi tecnici. Meglio tardi che mai visto che, in chiusura, i SX ci offrono la loro canzone-manifesto, quella Sea of Lies che ha fatto capire al mondo con cosa aveva a che fare. Ultimi minuti di estasi e tormento, visto che se si pensa a cosa sarebbe potuto essere il concerto, ci sarebbe proprio da voler tormentare qualcuno...ma sono inconvenienti del mestiere. Resta il fatto che il Power of Metal Festival è stato un successo qualitativo e di affluenza notevole, per valore delle band ed eterogeneità, formula che dovrebbe tornare ad essere uno standard per questi mega-tour. Per il resto...uno show da circoletto rosso (grazie a Rino Tommasi per la citazione!).

 

 

P.S.= Nota a margine della serata. Tutte le band, nel corso della loro prova, hanno dato appuntamento ai fan fuori dall'Alcatraz, per acquistare il merchandising ufficiale, cosa molto curiosa, avvalorata dall'assenza del consueto stand interno. Recatici allo stand abbiamo chiesto agli addetti dell'official merchandising di Nevermore, Symphony X e Pshycotic Waltz (oltre che delle altre due band europee di supporto), la motivazione di questa scelta: risposta laconica, diretta e calma...quanto deludente. Per vendere all'interno, l'organizzazione italiana delle date (che fa capo alla Live in Italy), chiedeva una percentuale del 45%, cosa che, sempre a detta del personale, avrebbe costretto loro a vendere le t-shirt ad almeno 35-40 €. Così facendo, le t-shirt sono state vendute a 20 €, facendo totale concorrenza ai bagarini. Esplicativo e demoralizzante.