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mar

08

mag

2012

Recensione NEURODELIRI - Quello che resta

NEURODELIRI

Quello che resta

Indiebox - 2012

 

 

Si può fare del buon punk rock senza essere banali, già sentiti e prevedibili? La sfida raccolta dai Neurodeliri, band fiorentina al disco d’esordio, è di quelle impegnative: la scena pullula di gruppi che si cimentano nel genere convinti che basti scimmiottare qualche mostro sacro per sfondare, ma la (dura) realtà è che distinguersi, in questo panorama, non è affatto semplice.

 

Dopo un paio d’ascolti di “Quello che resta”, tuttavia, ci sentiamo di essere ottimisti: i quattro toscani sono riusciti a mettere in fila nove tracce davvero niente male. Sonorità potenti, testi graffianti al punto giusto e scelte melodiche che fanno agitare la testa nel (vano) tentativo di staccarle dalla zona del cervello dove si sono inchiodate e continuano a pulsare: nove pezzi con cui pogare senza esclusione di colpi ma anche da cantare sotto il palco con la giusta dose di incazzatura.

 

Brano dopo brano, c’è spazio per parlare di religione e di critica sociale senza mai diventare scontati e senza mai staccare il piede dal pedale dell’overdrive. E c’è spazio anche per un paio di vezzi che fanno ben sperare per il futuro: su nove brani il disco conta ben due “intro” (una, vera e propria, all’inizio del disco e una, “Solo”, che fa da overture all’ottima “Nel vuoto”) e solo due pezzi in inglese. Dico “solo due” perché, a ben vedere, “Where we will end up” e “Stop us” sono fra i brani più deboli dell’album: indubbiamente ben suonati e anche interessanti ma, probabilmente, forse proprio perché non cantati in italiano, un po’ più “prevedibili”. La scelta di marcare la propria identità cantando nel “patrio idioma” è una delle più azzeccate di tutto questo album d’esordio e permette alla band fiorentina di arrivare, senza giri di parole, direttamente alle orecchie e al cuore dei propri ascoltatori.

 

La speranza, ora, è che i Neurodeliri (ma ben poco di delirante c’è nelle loro canzoni, al contrario piuttosto lucide e incisive) non si perdano per strada come tante altre band nate e morte nel giro di un album. Speriamo di no: questo quartetto ha qualcosa da raccontare e, fin’ora, lo ha fatto davvero bene.

 

Alessandro Pantani