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mer

03

ott

2012

Intervista a IAN PAICE, il leggendario batterista dei Deep Purple

Intervista: Fabrizio Tasso

Trascrizione e traduzione: Daniela Patanè

 


Abbiamo volutamente aspettato un po’ per pubblicare questa splendida intervista con Ian Paice date le vicissitudini che hanno investito la famiglia Deep Purple (vedi la triste dipartita di Jon Lord). Nel periodo in cui abbiamo incontrato Ian si celebravano i 40 dall’uscita di due storici album come “Machine Head” e “Made In Japan”. Lo storico batterista ci ha stupito in maniera incredibile con la sua disponibilità e umiltà riservandoci un trattamento esemplare. Ma basta con i preamboli. Signore e Signori Ian Paice!

 


RRM: Parliamo di questo evento celebrativo, come mai hai scelto proprio questo locale qui a Calvari (GE) per quest’unica data in Europa?

 

Ian: Non scelgo io queste cose, ho un caro amico, Paolo, che si occupa delle mie esibizioni da solista. Le persone vanno da lui e gli chiedono se sono interessato a far questo o quest’altro. Se ho tempo e mi va di suonare allora Paolo organizza l’evento. Quindi può succedere qui come a Brindisi! Finché c’è qualcuno di bravo con cui suonare, perché io adoro suonare ed è molto importante per me continuare a farlo. Se non suoni seriamente per 3, 4 o 5 settimane puoi perdere il giro e gli standard qualitativi si abbassano. La differenza tra i musicisti veramente bravi e quelli bravi e basta è molto sottile, la differenza è del 2% … ma quel 2 “% è molto importante, quindi colgo l’occasione di suonare ogni volta che mi capita ed ho avuto l’opportunità di suonare con molti ragazzi davvero bravi.

 

RRM: Quest’anno si festeggia il quarantesimo anniversario di Machine Head e Made in Japan. Puoi raccontarci quelcosa del periodo in cui questi due album sono stati registrati? All’epoca ti aspettavi che questi due album sarebbero diventati pietre miliari nella storia del rock?

 

Ian: La cosa sorprendente riguardo a certi grandi classici è che non ti ricordi molto di quando li hai composti, perché la maggior parte dei bei dischi si sviluppano molto rapidamente, ed è in parte la ragione per cui sono belli. Perché si riesce a catturare l’idea quando è fresca, lo puoi fare se suoni il pezzo due, tre, quattro volte al massimo, se lo suonassi 20 volte forse lo renderesti perfetto ma perderebbe la magia, perché perderesti l’entusiasmo. "Machine head" è stato registrato in tre settimane in situazioni difficili, quindi io ricordo più che altro gli episodi collaterali, non tanto la composizione della musica in sé... era semplice, si andava in studio, si suonava, si riascoltava, si suonava una seconda volta, alla terza andava bene e si passava ad un altro pezzo. Mi ricordo qualsiasi cosa a parte le registrazioni....era tipo: okay questa era buona, passiamo alla prossima!

"Made in Japan" doveva essere registrato solamente per il Giappone, la Warner voleva registrare la prima rock band che avesse mai suonato in Giappone. Pensarono che potesse essere un buon modo per orientare il mercato verso la musica hard rock, quindi suggerirono di farci registrare due o tre serate in Giappone. Noi accettammo, volevamo soltanto avere a disposizione il nostro ingegnere e che loro si facessero carico di tutte le spese e abbiamo pensato “okay, voi lo pubblicate in Giappone e noi non facciamo nulla per un paio di mesi, trascorsi i quali però vorremmo farlo uscire per il resto del mondo, se sarà un buon prodotto” e la Warner accettò. Così abbiamo fatto la registrazione ed avevamo una serata libera prima dello show successivo, così abbiamo potuto riascoltare i nastri ed era una buona registrazione, non soltanto per come abbiamo suonato, ma anche l’eccitazione, i suoni. Tutto andava bene, così abbiamo deciso che l’avremmo assolutamente usata. Quindi abbiamo dato ai giapponesi la possibilità di fare uscire il loro disco in anteprima...sapete, in Giappone un disco costa circa cinque volte che nel resto del mondo!

Pensammo che sarebbe stato davvero un bel live da fare uscire, ma del resto era così vicino alla release di Machine Head e In Rock, che temevamo avrebbe venduto poche copie, invece ne ha vendute quante e più di Machine Head , perché i fans dell’epoca che ci avevano visto dal vivo potevano capire fino in fondo, ascoltando il disco si trovavano di nuovo al concerto…

Però se mi chiedi com’è stato suonare per tre sere di fila più di 40 anni fa non posso dirti un granché. Le registrazioni al Budokan erano buone ma le canzoni migliori sono prese dal Festival Hall di Osaka, che all’epoca aveva la progettazione acustica perfetta per un’arena musicale, mentre il Budokan fu progettato per accogliere tutta la gente che si catapultava agli show! Sebbene sia una grande venue non ha l’acustica migliore che si possa trovare. Invece nelle due serate che facemmo al festival i suoni erano buoni, abbiamo suonato bene, quindi sapevamo che la registrazione sarebbe stata okay…quello che proprio non riesco a fare è ricordarmi la musica…

 

RRM: Che tipo di emozioni prova un batterista durante un assolo di batteria?

 

Ian: Gli assolo di batteria sono una cosa strana... è difficile farne uno bello tutte le sere, ci sono tante cose che devono essere in linea. Devi essere nella giusta condizione mentale, la batteria deve avere i giusti suoni e devi avere idee. Se queste cose sono a posto probabilmente sei in grado di fare un assolo, ma se anche una sola di queste non va, devi bluffare, devi far finta, devi inventarti le cose, ma si vede che non sei genuino, metti in scena qualche trucchetto e cerchi di uscirne il più velocemente possibile, perché si tratta soltanto di immaginazione e l’immaginazione arriva quando il suono della batteria è dolce e bello. Se la batteria non suona correttamente non puoi far nulla. Usi semplicemente un po’ della tua competenza e fai fare alle tue mani ciò che devono fare, e poi cerchi di finire il prima possibile. Quando un assolo ti riesce bene è una sensazione fantastica.

 

RRM: E il The mule drum solo?

 

Ian: Ho fatto tanti assolo, per fortuna quello fu uno dei migliori che avessi mai fatto e considerando che avevo 22 anni non è male. Ma non tutti gli assolo sono uguali, credetemi! Se fosse stata un’altra serata non sarebbe stato lo stesso.

 

RRM: Sempre parlando di live album, negli ultimi anni molte esibizioni dei Deep Purple sono state pubblicate in tutte le varie line up, che cosa ne pensi?

 

Ian: Penso che ci siano parecchie registrazioni live della vecchia musica, i bootleg registrati dai monitor sono molto interessanti perché mettono in evidenza le differenze di ciascuna serata. Le piccole differenze nella musica che si verificano ogni sera mostrano anche una parte diversa della storia della band. E’ fin troppo facile fare uscire registrazioni live delle stesse canzoni di allora, è una cosa fuori del nostro controllo, mentre allo stato attuale abbiamo il controllo su molte cose, per cui ci assicuriamo che ciò che viene pubblicato sia effettivamente di buona qualità., oppure che sia abbastanza particolare da diventare una testimonianza storica dei Deep Purple. Non lo si fa solo con l’intento di pubblicare altre otto tracce live, in modo che il fan incallito ci spenda altri 20 euro, non è per quello. Quindi se individuiamo qualcosa di buono o di rilevante, dei vecchi tempi o persino di ieri, lo prendiamo in considerazione, ma deve essere abbastanza particolare e deve essere di buona qualità. Per alcune delle vecchie cose che abbiamo trovato, per colpa del modo in cui il contratto fu scritto non avevamo voce in capitolo. Il vecchio management e l’etichetta discografica avevano la proprietà della registrazione e potevano farci ciò che volevano, finché ci pagavano le royalties non potevamo dire nulla.

RRM E’ successo lo stesso con il California Jam?

 

Ian: Penso che il Cal Jam andasse bene perché era la migliore testimonianza audio e video di quella line up, vale i soldi di un fan che lo vuole vedere, perché non c’è molto su video di quel periodo. Abbiamo registrato un paio di show, ma quello fu speciale, non ti capita tutte le sere di suonare davanti a trecentomila persone!

 

RRM: Ci puoi raccontare qualcosa di quella sera?

 

Ian: Solamente il caos! Il nostro contratto prevedeva che noi entrassimo in scena al tramonto, poiché di solito gli headliner salivano sul palco per ultimi, ma sapevamo che se la gente ascolta musica per l’intera giornata alla fine sarà stanca, anche se si tratta dei tuoi fan. Noi eravamo gli headliner, Emerson Lake & Palmer erano i secondi in scaletta, quindi abbiamo proposto loro di suonare per ultimi, così noi saremmo saliti sul palco al tramonto e saremmo stata la prima band ad avere l’effetto delle luci per le riprese, per la tv e per l’atmosfera sul palco. I festival di solito vanno a rilento, ma questo invece fu veloce, così il nostro momento arrivò prima del tramonto. Ritchie non voleva salire sul palco, lo sceriffo disse che se si fosse rifiutato lo avrebbe arrestato. Quindi Ritchie si nascose! Alla fine lo abbiamo dovuto portare sul palco all’interno di una custodia piatta, in modo che una volta entrato in scena lo sceriffo non potesse più fare nulla, perché lo show non si poteva interrompere, altrimenti sarebbero stati guai più grossi. Al termine dello show lo abbiamo dovuto fare uscire sempre di nascosto dallo sceriffo che voleva ancora arrestarlo, insomma, fu un gran casino! Suonare è stata la parte semplice!!

 

RRM: Quali furono le innovazioni introdotte dai Deep Purple nel contesto musicale dell’epoca?

 

Ian: Tieni presente che eravamo tutti ragazzi, io ero il più giovane, avevo 20-21 anni, per me ogni giorno era una festa. Ogni giorno si faceva un concerto, si andava in un locale, ci si ubriacava un po’ e alla fine ti pagavano. Quindi era grandioso, la mia vita era un’unica grande festa.

Anche se gli altri ragazzi erano un pochino più grandi anche loro si divertivano ancora molto, quindi non riflettevo su ciò che stavo facendo, stavo suonando con dei grandi musicisti davanti a un sacco di persone che apprezzavano ciò che facevo. Facevo soldi, non pensavo ad altro, perché ero un ragazzo, ero meravigliosamente stupido! Meravigliosamente ingenuo e stupido, e mi divertivo un sacco!

 

RRM: Hai lavorato con dei cantanti straordinari nel corso degli anni, per citarne solo alcuni: Ian Gillan, Joe Lynn Turner, David Coverdale…da chi sei rimasto maggiormente colpito e quali pensi che siano le loro caratteristiche principali e i loro contributi alla band.

 

Ian: Il contributo di Ian all’epoca fu incalcolabile, poiché a quei tempi era davvero unico, nessun altro faceva ciò che lui era in grado di fare, nessun altro aveva quello screaming. Molti ragazzi ora ci riescono, molti ragazzi possono cantare stairway to heaven, ma non l’hanno scritta. E’ chi lo fa per primo ad essere importante! Ian fu il primo a portare la voce rock a questo livello, hai presente? Questa cosa da pazzo animale! Quindi lui ebbe un’importanza incredibile. David è un grande cantante. David imparò a diventare un grande cantante, ma era diverso da chiunque altro? Non saprei? Ci sono così tanti cantanti blues, Paul Rodgers, David Coverdale, se continui probabilmente metti insieme dieci tizi che hanno una gran voce. La voce fisicamente migliore fu Joe Lynn, ma non aveva la capacità di distinguersi. Non è una critica, alcune persone si distinguono per natura, alcune hanno la grazia di possedere una bella voce, Joe Lynn lo è, forse proprio perché ha questo dono non ha mai cercato di migliorarsi. Penso che le persone che devono combattere un po’ più duramente trovano il modo di distinguersi, e le persone fanno riferimento a questo.... Joe Lynn era un grande cantante ma non era la persona giusta per i Deep Purple...ma non c’era nessun altro a disposizione!!

 

RRM ultima domanda, c’è un altro anniversario che ricorre quest’anno, cioè il trentesimo anniversario dell’album Saints and Sinners dei Whitesnake. Puoi raccontarci qualcosa del tempo che hai trascorso con la band?

 

Ian: I Whitesnake sono stati la band più divertente in cui abbia mai suonato, non la smettevamo mai di ridere...beh veramente abbiamo smesso di ridere quando abbiamo scoperto quanti soldi non guadagnavamo e quanti invece ne guadagnava David!!! Ma quando eravamo in tour era come andare a Disneyland, era tutto surreale. Mickey e Bernie erano troppo divertenti, ogni giorno si faceva casino, magari li cacciavano da un hotel perché erano troppo ubriachi...non finiva mai…solo divertimento! I 18 mesi in cui sono stato nella band sono stati veramente un bel periodo. Per fare il disco andammo in questo castello pazzesco sul confine tra Galles e Inghilterra. Eravamo nelle cantine, nelle segrete...e in questi posti così antichi, tipo 500-600 anni cominci ad immaginarti delle cose….e magari sei lì sotto da solo e senti un rumore e pensi che ci siano fantasmi ovunque! “che succede?? C’è qualcosa laggiù!!!... e poi era un gatto!!! Ma quando hai bevuto un pò ci credi sulserio!! Ci siamo divertiti un sacco...

 

RRM: Grazie per il tempo che ci hai dedicato Ian, è stato un onore intervistarti!

 

Ian: Grazie a te ed un saluto a tutti i lettori di, come si chiama il giornale?

 

RRM: Rock Rebel Magazine!

 

Ian: A Tutti i lettori di Rock Rebel Magazine allora!