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25

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2013

LiveReport AMON AMARTH + CARCASS + Hell @ Live Club, Trezzo d’Adda (MI), 24 Novembre 2013

a cura di Andrea Evolti 

Doveva essere un'occasione importantissima per i deathster più esigenti e per i fan dei Carcass, tra le formazioni più importanti nel metal estremo degli ultimi 20 anni, ma, anche se si sapeva che la formazione di Liverpool non sarebbe stata la headliner della serata, essendo questi i viking metaller Amon Amarth, di certo non ci si sarebbe aspettato uno spazio così esiguo per Walker e soci. Va detto che questo è stato l'unico neo (e di certo non imputabile all'organizzazione italiana) di una serata di ottima musica e grande riscontro di pubblico.

 

Ad aprire, una formazione, i britannici Hell, che trovano spazio nel panorama metal, dopo essere stati un side-project messo in naftalina dal 1982! Capitanati dai fratelli Bower e dalla chitarra del pluriosannato produttore (fra tutti, Nevermore) Andy Sneap, il five-piece di Nottingham, forte di una scenografia in pieno stile NWOBHM satanic-horror, di una teatralità incredibile e della splendida voce del singer David Bower (fratello del chitarrista Ken), ci offre 30 minuti di entusiasmante British Metal rivisitato in chiave moderna, tra Judas Priest, Saxon e Diamond Head (con un pizzico di Merciful Fate). Davvero una bella sorpresa.

 

Carcass, 42 minuti....sì, sono queste le impietose (e discutibili) leggi di mercato per cui, l'esibizione dei deathster di Liverpool, ritornati dopo anni e vicissitudini varie, con un gran bel disco 'Surgical Steel', sono costretti a suonare prima degli Amon Amarth (ben di tutto rispetto, sia chiaro, ma con una storia non paragonabile, per ora, al combo inglese...ma sono scelte di management) e solo per un tempo così esiguo. 6 brani, 6 momenti in cui, grazie a ottimi suoni, il four-piece britannico da il via alla sua sinfonia autoptica per virtuosi del bisturi con 'Buried Dreams' da Heartwork, per l'esplosione di gioia di un Live Club colmo fino al sold-out (impatto visivo davvero impressionante), seguito poi da 'Carnal Forge' per poi addentrarsi in quella che è l'ultima, intrigante creatura: 'Surgical Steel'. Steer ed il nuovo arrivato Ash sembrano essere entrati subito in sintonia, mostrando affiatamento nelle trame dei riff e personalità nell'interpretazione degli assoli (ad Ash toccano quelli che furono di Amott). Un salto indietro con 'Pyosisified (Rotten to the Gore) ' e l'incalzante 'Corporal Jigsore Quandary', dove si sottolinea la fluidità ritmica del nuovo drummer Wilding e poi, tripudio della folla, con mosh-pit (nonostante gli spazi di movimento quasi inesistenti nelle prime file) per 'Heartwork', dove la lacerante voce di Walker porta all'estasi gli amanti della dissezione artistica. Poi tutto s'interrompe...troppo presto, troppo breve; più che una domanda, sorge la certezza che certe cose, a certe band ma, soprattutto, ai fan ed alla musica, non andrebbero fatte.

 

Gli Amon Amarth non erano in una situazione tanto facile: dopo il breve ma splendido show dei Carcass, di fronte ad un locale in sold-out (molto probabilmente anche per l'aspettativa di un maggior tempo di esibizione da parte della band britannica) era facile, anche per una formazione che sta mietendo successi di vendite nel nostro paese, sentire una certa tensione: ma chi non ha colpe dorme sereno, si suole dire. Questo detto calza a pennello per i 5 svedesi fautori di questo incrocio fra melodic-death e viking-attitude, dato che non sono responsabili di scelte non loro e che dimostrano di saper tenere il palco e di suonare con grande qualità ed intensità. Con alla guida il bardo bevitore di birra Johan Hegg, la band di Stoccolma incendia gli animi dei presenti con l'impatto scenico di ottime luci ed fondale mitologico-norreno imponente e, soprattutto, con la loro musica potente ed antemica che ha visto la svolta da swedish-death melodico classico a questo tipo di viking metal melodico dal terzo album 'The Crusher', anche se la consacrazione è arriva con 'Fate of Norns'. Le chitarre girano su tempi medi ed assoli lineari e melodici, adatti ad accompagnamenti di cori antemici da parte di un pubblico totalmente catturato dalla presenza scenica e dalla voce growl di Hegg, mentre la batteria di Andersson macina raffiche di doppia cassa (anche se con un uso un po' eccessivo di trigger, specie su rullante e tom). Lo show scivola via pulito, lineare...ed infuocato, con una risposta di pubblico calorosissima, incentrato, ovviamente, sugli ultimi lavori, da 'Deceiver of the Gods' a ritroso, non badando molto al primo periodo della band (per il sottoscritto, in tutta onestà, il migliore della band scandinava). Finale con bis, ovazioni e Miolnir ipertrofico palesemente plastificato (questa poteva essere evitata: se si deve fare, meglio farlo al meglio!) innalzato da Hegg.

 

Un concerto che conferma le doti di grandi intrattenitori e buoni musicisti degli AA, ma che lascia un grande amaro in bocca ed una certa irritazione per lo spazio in cui sono stati relegati musicisti che rispondono al nome di Carcass: big troubles happen.