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Live Report ROYAL HUNT + Cloudscape + Infinity @ Circolo Colony, Brescia -11 Marzo 2014

Report a cura di Andrea Evolti

Foto di Fabrizio Tasso

Alcune band suonano bene, altre fanno bei pezzi da studio, altre ancora sono grandi intrattenitrici di pubblico...poi, beh, poi ci sono i Royal Hunt! Con il ritorno (avvenuto nel 2011, e con alle spalle già un album dal come-back) della sua ‘voce’ per eccellenza, lo stratosferico singer statunitense D.C. Cooper, il virtuoso gioiello danese del prog-metal melodico e dalla infinite sfaccettature rock ha regalato al pubblico (incredibilmente esiguo) del Colony di Brescia, non una performance stellare, ma qualcosa di più vicino alla magia di un musical, a quei momenti di arte che ti segnano per buona parte della tua vita.

 

Partiamo con gli ‘homies’, i ragazzi di casa degli Infinity, quintetto speed/power che mischia melodie europee di stampo Halloween/Stratovarius con alcuni spunti più americani, vuoi per il riffing di chitarre, tra cui spicca quella di Romani, che fanno pensare a qualcosa dei Riot. Elemento particolare, la voce di Elena che, sebbene non ancora al 100% delle possibilità e carente in fatto di potenza, mostra un timbro particolare ed una tecnica di tutto rispetto (qualche piccola incertezza a parte). Da seguire e non perdere d’occhio.

 

Conosciuti qualche anno fa tramite i loro primi due lavori (in particolare l’omonimo di debutto), gli svedesi Cloudscape sanno mostrare i muscoli ma anche avere il tocco sensibile del giardiniere. Potenza power di stampo più U.S. che europeo, spiccato gusto per le costruzioni vagamente influenzate da hard/rock e class-metal, il quintetto di Helsingborg, sul punto di dare alla luce il successore di ‘New Era’, ci offre una splendida prova, intensa, godibile tecnicamente e calda, grazie alla bella e tagliente voce di Michael Andersson ed al lavoro delle asce gemelle di Stefan Rosqvist e Patrick Svård (vagamente somigliante a Bud Spencer!) potenti e con assoli dalle distinte personalità. La band è sicura, energica e suona con passione, divertendo e divertendosi, grazie anche a brani energici e personali. Bello spettacolo per una band che, ad avviso di chi scrive, non ha ancora raccolto quanto merita: per intenditori.

 

 

‘Clown in the mirror - glitter and scars/Here's the pleasure and pain looks as one...Clown in the mirror - touchin' the stars,/Flyin' in dreams to the sun...’, e vi assicuro che questa potrebbe essere la sintesi migliore per lo straordinario spettacolo offerto da Andersen, Cooper & Co., alias i Royal Hunt, sul palco del Colony. Supportati da suoni quasi perfetti e dal calore di un pubblico che sembrava triplicare di numero, grazie anche al grandissimo carisma da entertainer di D.C: Cooper (un plauso al fatto che abbia dato tutto, come se fosse al Madison Square Garden!), la band scandinavo-americana da il meglio di sé sotto ogni punto di vista: tecnica, feeling, gusto, senso dello spettacolo ed empatia con il pubblico.

 

Non ha molto senso citare qualche componente della band, durante l’ora e mezza abbondante di musica e passione che I 5 musicisti hanno offerto ai presenti: in brani come la title-track del loro ultimo lavoro ‘A Life to die for’, la struggente (appunto) ‘Clown in the Mirror’, in cui D.C. Cooper ha mostrato che il suo talento deriva soprattutto dal suo amore per quest’arte e per il pubblico, l’antemica ‘Cold City Light’ o la superba ‘Last Goodbye’, da ‘Moving Target’ (il lavoro per eccellenza della band), la batteria versatile di Sorensen, il pulsare fluido, caldo e nasale del basso di Per Schelander (strepitoso come backing vocalist), hanno fatto da cornice preziosa per gli arazzi intessuti dall’estro della chitarra di Larsen e dale trionfali e multiformi tastiere del mastermind Andersen. Arazzi che sono la tela per l’ugola e l’anima di Cooper, incontenibile, inarrivabile ed encomiabile, se si conta che una prestazione di tale fattura è accompagnata da una fantastica simbiosi con il pubblico, trascinato dallo stesso singer americano in cori continui, che fanno apparire I presenti una vera folla.

 

Conclusione doppia, prima con ‘Message to God’, da Paradox e poi con altri tre brani in cui c’è tempo per uno strumentale di esibizione per i singoli componenti, sigillo per una prestazione calda e sublime come il quadro da cui prende il nome la band: semplicemente e splendidamente, arte!

Cloudscape