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Live Report METALITALIA FESTIVAL 2015 @ Live Club, Trezzo d’Adda (MI) - 30 Maggio 2015

Report a cura di Andrea Evolti



METALITALIA FESTIVAL 2015

 

TESTAMENT

+

EXODUS

+

Fleshgod Apocalypse + Onslaught

Dark Lunacy + Ultra-Violence

Sinister + Ulvedharr

 

Live Club, Trezzo d’Adda (MI), 30 Maggio 2015

 

 

Edizione 2015 del Metalitalia.com Festival e va detto subito che, oltre ad una bill di tutto rispetto e l’idea di un prezzo contenuto, l’organizzazione dell’evento e la gestione del Live Club, sono state davvero buone ed hanno reso ancor più fruibile e piacevole l’evento al pubblico (stand per merchandising ufficiale a prezzi ragionevoli, CD e vinili in quantità notevoli e con tante rarità, un angolo per provare strumenti musicali, zona coperta per i meet&greet e spazio all’aperto sull’erba con sdraio sedie ed amache per riposarsi) accorso subito numeroso fin dall’apertura porte per poi raggiungere il sold-out verso sera: una bella soddisfazione non solo per gli organizzatori ma anche per chi si era stancato di vedere manifestazioni con nomi di richiamo, in Italia, che peccavano sotto il profilo organizzativo.

 

Si inizia con una delle 4 band italiane della giornata (che faranno una splendida figura!), gli Ulvedharr da Bergamo e ci troviamo di fronte ad un robusto thrash/death di scuola Sepultura (più qualche influenza del death-swedish made in Stoccolma, tipo Dismember/Unleashed), periodo ‘Arise’, fatto di tempi medi granitici e sostenuti ed accelerazioni fulminee. In particolare la voce della chitarra ritmica Ulv, richiama la band che fu dei fratelli Cavaliera, più l’ottimo apporto della sei corde solista Fhredreyk che mischia lo stile di Kisser ad una più personale e tecnica visione dello strumento. Buona band e buon concerto, anche se dovranno cercare di togliersi dall’ombra dei Sepoltura.

 

Una vera icona del brutal-death calca le assi del Live: gli olandesi Sinister, con la loro violenza corposa ed asfissiante e la bellezza di 12 album, l’ultimo dei quali ‘Dark Memorials’ proprio di quest’anno, guidati dal singer Aad Kloosterwaard, scagliano su di un pubblico reattivissimo e numeroso già da ora, tutta la loro ferocia e brutalità, forse con un suono non perfettamente definito per le chitarre, ma mortalmente efficace. Un vero turbine di apocalittico orrore investe chi fa slam-dancing nelle prime file, a dimostrazione che classe ed esperienza, nel death metal più brutale, non si inventano. Distruttivi e senza compromessi.

 

 

Che bello ricevere una palata in faccia di violenza, energia e talento, specie se fatta con il thrash metal di scuola Bay-Area, meglio ancora se la band è italiana e risponde al nome di Ultra-Violence! Un vero e proprio tornado di energia e virtuosismo thrash della West Coast (ma proveniente da Torino) si abbatte sul Live ed il pubblico si immola ad incarnare la dinamica ferocia dei 4 piemontesi, freschi della seconda fatica ‘Deflect the Flow’. Death Angel, Vio-Lence, Heathen, Anthrax, Forbidden, il tutto amalgamato mirabilmente a creare un carattere musicale ben ancorato alla tradizione ma non avulso dal contesto moderno. Pastiglia e Vecchiotti sono pirotecnici ai riff ed agli assoli, con la cartavetrosa voce del primo a dare nerbo in stile Nuclear Assault ai brani del four-piece italiano ed un Simone Verre alla batteria sempre al massimo, sempre in drifting musicale. Poco da dire di fronte a questa forza della natura tutta nazionale: nulla da dire se non….Thrash ‘till Death! Da seguire senza se e senza ma.

 

I Dark Lunacy sono un gruppo particolare e di grande qualità e, nonostante qualche problema di suono che ha reso poco ascoltabile il quartetto d’archi che oggi li supportava (un vero peccato), la band emiliana ha, ancora una volta, dimostrato tutto il suo valore e la bontà della propria proposta, sempre capitanata dalla voce di Mike. Reduci dall’ultimo ‘Day of Victory’, il quartetto parmigiano mostra sempre la sua compattezza nelle strutture musicali portanti, accompagnato dai campionamenti e dagli archi live che rendono maestoso il loro death melodico che mischia Dark Tranquillità e thrash, specie sul loro anthem per eccellenza, ‘Aurora’ dal grandioso ‘The Diarist’. Lievemente penalizzata dal suono la chitarra di Daniele Galassi mentre la batteria di Alessandro Vagnoni e precisa ed inarrestabile, per un live di tutto rispetto da parte di una formazione particolarissima.

 

Tutto il discreto fascino dello speed/thrash inglese, in versione ultra-vitaminica. Gli Onslaught sono questo: poco fumo e moltissima sostanza metal, chitarre possenti, veloci e ricche di una particolare melodia e, soprattutto, sfottuto carattere da bulldog inglesi! La loro gig al Metalitalia, in questo è stata esemplare: sinergia con il pubblico altissima, dinamismo, potenza, pulizia esecutiva e tanto, tantissimo thrash. Rockett e Davies svuotano i caricatori delle loro chitarre, per lo più presi dall’ultimo ‘VI’, sul gorgo centrale del mosh-pit umano formatosi sotto le comburenti note della band britannica, che gode di suoni compatti ma agili, mentre la sessione ritmica Williams/Hourihan non dà la minima tregua, viaggiando a velocità siderali ma mostrandosi fluida nei cambi, nonostante una pesantezza di suoni da caterpillar. A lanciare gli urli di battaglia, Mr. Keeler, instancabile frontman dal carisma essenziale e combattivo. Un’ora circa di devastante thrash/speed di alta qualità, energico, con pochi fronzoli ma non per questo privo di cura, per una audience termicamente già a livelli critici. Adrenalina made in UK di primissima qualità. Inarrestabili.

 

Quando uno deve fare mea culpa, è meglio che lo faccia platealmente. Non avevo mai ascoltato né visto i Fleshgod Apocalypse, forze per supponenza o pigrizia….ed eccomi punito per la mia ubris! Un’epifania, una rivelazione di potenza techno-death e flavour sinfonico-operistico che lascia allibiti, non solo per l’incredibile ed inquietante impatto visivo (anche abbastanza sobrio, se si vedono altri act). Il quintetto romano, accompagnato dalla bravissima (ed raggelante, nelle sue movenze da spettrale) soprano-session Veronica Bordacchini, incentra gran parte dello show sulla terza ed ultima fatica ‘Labyrinth’, sulle sue immense capacità tecnico compositive e su allestimenti visivi calcolati ed efficaci. Annichilente il guitar-work delle due asce Riccardi/Trionfera, virtuosi che fondono Death, Obscura, Dimmu Borgir, Emperor con tale naturalezza da creare un sound unico, imponente e virtuoso, sorretto dalla batteria inarrestabile di Francesco Paoli e dal pianoforte (verticale, suonato dando le spalle…altra trovata visiva azzeccatissima) di Francesco Ferrini. Completano questo organismo sovrannaturale, questa sorta di oscura divinità onirica del metal nazionale, il comparto voci, con i growl strazianti e feroci di Riccardi spalleggiati dalle vocal pulite e penetranti (proprio come Vortex, ma con uno stile più penetrante e meno ieratico) del bassista Paolo Rossi, che dettano entrambe con i meravigliosi vocalizzi di Veronica. I FA non sono una band comune ed i risultati, alla fine della loro esibizione parlano chiari:sono una manifestazione artistica del metal di grandissimo valore e dagli effetti deostruenti di un uragano: il fatto che siano italiani e che (giustamente) fondino la loro vena creativa sulla tradizione classico-operistica nazionale, può essere solo un vanto in più per il metal di casa nostra. Un nuovo oscuro astro è sorto.

 

Da sempre ingiustamente esclusi dal quartetto del Thrash storico (che dovrebbe essere un quintetto), gli Exodus si prendono l’ennesima grande rivincita, con una performance che spiana via ogni dubbio su che cosa sia il vero thrash metal Bay-Area. Guidati da uno Steve Zetro Souza forse un po’ meno mobile che in passato, ma dall’ugola tagliente come un rasoio, il quintetto californiano, oggi orfano di Gary Holt (per impegni con gli Slayer), sostituito da Kragen Lum, assalta alla gola un pubblico che offre un colpo d’occhio suggestivo, con sold-out del Live, con ‘Black’ e ‘Blood in, Blood out’, title-track dell’ultimo, grandioso disco (con il quale sono stato, forse, un po’ troppo severo e pignolo), con effetti degni dello tsunami più apocalittico: mosh-pit e stage-diving selvaggio, che viaggiano al tempo della batteria di un sempre più indistruttibile Tom Hunting, mentre le chitarre di Lum e Lee Altus, oltre a snocciolare riff stile meteorite di ‘Piranha’ o ‘Metal Command’, per la gioia degli intenditori, duellano sofisticamente a velocità brucianti. Il rapporto fra Exodus e pubblico è sempre incredibilmente caloroso e stretto, ma la band non eccede in discorsi, preferendo premiare la focosa audience con esecuzioni di altissima fattura di ‘Blacklist’ dove la voce di Souza incide veramente le carni, o ‘Last Act of Defiance’, uno dei pezzi più feroci e belli mai scritti dalla band di San Franscisco. Quartetto finale da urlo e corsa contro il muro, con ‘Bonded by Blood’, ‘War is my Sheperd’, ‘Toxic Waltz’ (panico!) e ‘Strike of the Beast’. Dopo, solo macerie fumanti, silenzio ed un pubblico strematamene esaltato, ma già pronto per il rush finale.

 

 

Ultimo atto della giornata e, come purtroppo succede, si deve attendere un po’ dato che alcuni ritardi tecnici costringono i Testament a ritardare di più di mezzora (strumentazione e scenografia della band californiana si dimostrano abbastanza ingombranti) l’inizio della loro performance, con conseguente indisposizione da parte del pubblico e decurtamento (successivamente) della scaletta di almeno 2 pezzi. Per fortuna le luci si abbassano e, supportati di un multicolore ed impressionante light-show, i Testament, con il ritorno di Steve Di Giorgio al basso, fanno il loro ingresso e colpiscono duro con ‘Over the Wall’, per poi passare alla storia più recente con ‘More than meets the Eye’ e ‘Native Blood’. Hoglan sugli scudi per la capacità di adattare il suo drumming alle differenti ‘epoche’ musicali rappresentate dai vari brani dei Testament, senza perdere il suo tocco e la fluida potenza, mentre Di Giorgio, che passa dal 6 al 3 corde, fa vibrare di liquidi impulsi le strutture su cui si poggiano i riff di Peterson e gli assoli del sempre ispirato Skolnick, che si supera su ‘First Strike is Deadly’, ‘Eerie Inhabitants’ e ‘Trial by Fire’, ‘sfidato’ in più di un’occasione da Peterson con una risposta notevole per quanto riguarda lo shredding. E Chuck….Chuck Billy è sempre lui: la montagna vocale oltre che umana, l’ugola fatta con le pietre del Gran Canyon, il tuono dei deserti e degli spiriti dell’ovest, abile anche nel ritornare, come in ‘The Preacher’ o ‘Practice what you preach’ al periodo più tagliente della sua storia vocale. Tutto d’un fiato, questo concerto, con il solito supporto energetico di un pubblico mai domo, prima dei 3 colpi finali:’D.N.R.’, ‘3 Days in Darkness’ e (per chi vi scrive) una delle canzoni simbolo della band, ispirata a ‘I Figli del Grano’ di King: ‘Disciples of the Watch’! Finale con il botto per questo festival di alta qualità, anche se il taglio di alcuni pezzi della gig dei Testament non ha evitato un certo malumore finale da parte del pubblico.

 

A parte questo, una manifestazione molto ben organizzata e di alta qualità musicale: si spera che questo possa essere, anche in futuro, il trend delle prossime manifestazioni metal in Italia. Per ora, pollice in alto, stay tuned ed appuntamento all’anno prossimo.