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Recensione SADIST - Hyaena

SADIST

Hyaena

Scarlet Records

Data Pubblicazione: 16 Ottobre 2015

 

 

 

Mistero, furia, forza, imprevedibilità, ferocia vitale: per molti esploratori del XIX (ma ancora adesso per molti occidentali), l’Africa è

sempre stato questo. Questo continente stupendo, enigmatico, affascinante ed anche dolorosamente segnato da colonialismi e guerre varie, viene raccontato dai Sadist nella loro ultima ed attesissima fatica, ‘Hyaena’. La nuova release completa una specie di triangolo, di trilogia musicale iniziata con la loro reunion e l’omonimo disco e proseguita con ‘Season in Silence’.

 

 

L’apertura dell' album è affidata a ‘The Lonely Mountain’ e mai brano potrebbe sintetizzare meglio il livello raggiunto del four-piece di Recco: selvaggia armonia. La potenza dinamica di ‘Sadist’, la melodia ricercata ed inquietante di ‘Season….’, si scalda sotto il sole cocente della savana per sferrare un attacco adrenalinico ma calibrato, per poi attirare le vittime (noi), come i migliori predatori, verso una tana situata nella giungla, dove emergono le atmosfere placidamente inquietanti di ‘Tribe’. Le macabre melodie di tastiere del funambolico Talamanca, qui pronte a giocare un ruolo chiave, senza minimamente mettere da parte l’operato sublime di una 6 corde assolutamente sui generis, aprono un pezzo come ‘The Devil Riding the Evil Steed’, dove il riffing intricato e possente di Talamanca, viene supportato dalla stellare sezione ritmica Marchini/Spallarossa, assolutamente in stato di grazia, per una track che ha il fascino misterico di un pezzo uscito da ‘Above the Light’, con tanto di stacco recitato da un parlante madrelingua di un idoma africano, per poi segnare il ritorno del brano con chitarre stoppate e passaggi di keyboard barocche.


I Sadist mostrano di aver raggiunto un punto elevatissimo nella loro seconda parte di carriera, dove passato e presente si fondono e trovano la via verso il futuro, che può essere ‘Eternal Enemies’ o la bellissima e dalla mistica violenza ‘Scratching Rocks’ dove Trevor, l’anima interpretativa dei misteri dell’Africa, della sua natura selvaggia eppure così non-cinica, evolve e completa ulteriormente il suo spettro vocale di grandioso cantante death, utilizzando anche timbri più harsh ed, a volte, virando verso cantati anche thrash. Talamanca passa dai riffing intricatissimi, possenti, ma anche in grado di scolpirci melodie nell’anima dopo solo un paio di ascolti (è, comunque, un disco ricco di elementi, non tutti assimilabili dopo un solo ascolto) ad assoli onirici e di elevata fattura, dalla forte impronta fusion, eseguiti molto spesso nelle parti non veloci dei brani, come a permetterci di ascoltare le mille sfumature che la sua chitarra esplora ed offre alle tastiere, da lui stesso suonate, il link per unire il tutto, supportato dal liquido ed avvolgente basso di Andy, il suono della pioggia nella savana ed inserito su di un treno che costeggia la Rift Valley del Mozambico che porta il nome di Alessio Spallarossa, veloce, multiforme e cuore dalle superbe aritmie jazz/fusion, inserite nel contesto prog-death di un disco eccezionale, che gode anche di suoni perfetti, caldi e vivi, oltre che cristallini e potenti, altro merito ascrivibile ai Nadir Studios proprio di Tommy Talamanca (produrre il proprio disco è un vantaggio da sfruttare fino in fondo, e la band ligure ci è riuscita benissimo).

 

Si rimane stupiti, storditi ed affascinati da track come ‘Scavenger and Thief’ o ‘Gadawan Kura’, strumentale arioso, sognante, riferito alla tribù degli uomini-iena della Nigeria, che trasmette la grazia della forza e della fierezza di questa popolazione, con un tocco musicale vicino a certe atmosfere di Steve Vai, proprio per il livello di equilibrio di questo disco, ricco di novità senza dimenticare l’identità, di tecnica senza scordare il calore, di potenza death senza privarsi della ricerca progressive e delle influenze extra-metal.


Un disco da avere, anche con il rischio di non essere capito al primo ascolto, ma che merita l’attenzione di un secondo viaggio, quello di ritorno…..perché questo è il mal d’Africa e, allo stesso modo, l’amore per il death metal: qualcosa di selvaggio ed aggraziato che ti entra nel sangue per non lasciarti più. Una gemma selvaggia.

 

 

Andrea Evolti

 

 

Track List:

1.

The Lonely Mountain

 

 

2.

Pachycrocuta

 

 

3.

Bouki

 

 

4.

The Devil Riding the Evil Steed

 

 

5.

Scavenger and Thief

 

 

6.

Gadawan Kura

 

 

7.

Eternal Enemies

 

 

8.

African Devourers

 

 

9.

Scratching Rocks

 

 

10.

Genital Mask

 

 

 

 

Line-up:

Tommy Talamanca

Guitars, Keyboards 

Andy Marchini

Bass 

Trevor Nadir

Vocals 

Alessio Spallarossa

Drums 

 

Link:

www.sadist.it

www.facebook.com/Sadist