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Live Report ORPHANED LAND + Voodoo Kungfu + Imperial Age + Crisalida @ Dagda Live Club, Borgo Priolo (PV) - 13 Novembre 2016

 A cura di Andrea Evolti

 

Progressive e folk sono, sotto molti aspetti, vicini, dato che segnano il percorso evolutivo di una scena o di una cultura e quale migliore occasione per ricordarselo, se non il tour per i 25 anni di vita degli Orphaned Land, una delle band più originali (e sottovalutate) in circolazione, capace di unire matrici doom/death e progressive alla musica folk del Medioriente e della tradizione ebraico/israeliana, ma anche arabo/magrebina. La band mediorientale, di scena al Dagda di Borgo Priolo, non era sola, però: assieme a lei, altre tre formazioni provenienti da parti diverse del mondo e tutte recanti caratteristiche della loro terra d'origine.

 

Il viaggio inizia con i cileni Crisalida, che riusciamo solo a vedere per due brani. Il quintetto guidato dalla cantante Cinthia Santibanez, dedito ad un prog molto snello e coinvolgente, dimostrano di essere perfettamente a loro agio sul palco, anche se i suoni creano qualche problema. Difficile giudicare con solo due pezzi, ma non è colpa loro, ma le premesse sono molto buone.

 

Se avete amato band come gli ultimi Therion, i primi Nightwish, i Dark Lunacy  il thrash e la classica, allora i russi Imperial Age, domenica 13 Novembre, hanno incarnato, sul palco del Dagda, i vostri sogni più sfrenati. Caratterizzati da tre cantanti di forte impostazione operistica, tra cui spicca la soprano e lead singer Alexandra Sidorova, una versione più potente e cupa della Turunen, e con due tastiere suonate dai suddetti cantanti 'di supporto' (Alexandr Osirov e Evganyia Odintsova), la band moscovita, fresca dell'ultimo lavoro 'Warrior Race', lotta contro alcuni problemi di calibrazione dei suoni, ma ne esce splendidamente vincitrice, grazie ad un mix splendido di metal operistico/sinfonico, accelerazioni death/thrash, melodie che richiamano alla loro Madre Patria ed un gusto per gli arrangiamenti vocali mangiloquente, epico ed oscuro, tanto da non apparire assolutamente l'ennesima copia degli Epica. In particolare, il lavoro di una sessione ritmica fluida e dinamica, di un chitarrista potente (Alexandr Strelnikov) ma dall'ottima tecnica solista e dal gusto ricercato e strutture corali che richiamano ai Dark Lunacy di 'The Diarist', rendono la gig degli Imperial Age l'occasione per conoscere un gruppo di grande valore.

 

Impatto scenico/visivo e identità sui generis sono caratteristiche importantissime nella musica ed i multietnici Voodoo Kungfu sembrano averlo capito molto bene. Con base operativa a Los Angeles, il five-piece americano guidato dal cantante cinese Li Nan, personaggio di certo non banale, offre un apertura di concerto dal forte impatto visivo, con il singer cinese coperto da vestiti tradizionali cinesi ed una maschera inquietante, mentre i suoi vocali dal range molto ampio, che comprendono anche tecniche di canto tibetano, gettano un alone mistico ed etnico mentre il resto della formazione (quasi tutti americani, tranne il chitarrista giapponese Ike Kawaguchi) si produce in un particolare mix di Slipknot sound, death-core, crossover e passaggi, aiutati dai campionamenti, di musica tradizionale cinese. La band suona bene, l'impatto è buono e Li Nan, con il suo cantato schizofrenico e la sua mimica istrionica è certamente motivo di interesse: l'unnico punto debole della band sembra una certa ripetitività nello schema compositivo ed un'amalgama non sempre buona tra parti folk e parti death-core. Lo spettacolo però, per gli autori di 'Dark Age' (che risale al 2011), fa centro e la performance è buona ed energica. Strangers in a Strange Land!

 

 

Il vento del deserto ha viaggiato per 25 anni, per essere qui e tracciare la rotta verso il futuro, guidato dagli occhi del passato. Ci si sente come immersi in un flusso di immagini, sensazioni, odori e suoni, come in perenne viaggio, quando si assiste ad una gig degli Orphaned Land. La formazione israeliana, che sale sul palco del Dagda e gode di suoni perfetti (dopo alcuni problemi che hanno attanagliato le prime due band), apre questo viaggio con le note di 'All is One', title-track dell'ultima fatica del quintetto di Bat-Yam (targata 2013) e subito si è rapiti dalla potenza doom/progressive, unita ai suoni del deserto ed all'affascinante nenia vocale di Kobi Farbi, narratore delle antiche memorie di una terra che viaggia verso un futuro incerto ma ricco di sogni e speranze. 'Simple Man' e 'Let the Truce Be Known', sempre dall'ultimo lavoro, mostrano la splendida coesione che caratterizza il combo israeliano, tanto da rendere meditativi anche i passaggi di maggior potenza e maestosità doom/oriental way, mix che rende unici gli OL in tutto il panorama metal, grazie alle pastose e ben armonizzate chitarre di Amsalem e Balbus, quest'ultimo addetto al bouzouki anche in sede live, o ad una sessione ritmica che sembra veramente danzare con il mutevole vento di brani come 'The Kiss of Babylon (The Sins)' o 'Olat Ha'tamid', una delle tante track nell'affascinante lingua del neo-ebraico, viene gestita dal basso pulsante di Uri Zelcha e dalla cangiante batteria (uno dei migliori in campo) di Matan Shmuely, in grado di essere brezza notturna o feroce tempesta di sabbia. Il vento della 'terra promessa' appare, sempre e comunque, guidato dalla magnetica e 'profetica' (è il caso di dirlo) voce di Farbi, nasale, salmodiante, ieratica, ma pronta a graffiare con le incursioni growl non solo dei brani degli esordi, come 'El Meod Na'Ala' tratto dallo splendido 'El Norra Alila', ma anche nei più recenti 'Sapari' e 'In Thy Neverending Way (The Epilogue)'. E' un flusso continuo di potenza cullante e furia benefica, quello dello spettacolo degli OL, che raggiunge l'apice verso la fine, nei bis, quando Farbi, accompagnato solo dalla chitarra in pulito di Amsalem, si produce in una cover del da poco scomparso Leonard Cohen 'If It Be Your Will', vero momento di magia in cui, all'ascoltatore, sembra di essere parte di tutto il mondo ed in ogni parte del mondo; ma non è tutto. Il 'rito' si conclude con l'uno/due 'Norra El Norra' (Entering The Ark)' e la splendida 'Ornaments of Gold', dal capolavoro d'esordio 'Sahara', il tutto sempre pervaso dalla magia e dai malak del deserto.

 

Un concerto unico, per una band unica, in una cornice raccolta ma caldissima. Una di quelle esperienze che ti fanno capire perchè si ama il metal e ti fa unire allo splendido saluto di Farbi & Co.: Shalom!