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Live Report ROCKLAND METALFEST 2017 con gli headliner RAGE, MOONSPELL @ Dagda Live Club, Borgo Priolo (PV) - 12 e 13 Maggio 2017

 

Report a cura di Andrea Evolti

 

 

Giorno 1

 

RAGE

Ereb Altor – Hour of Penance - Sinphobia

 

 

Terza edizione del Rockland Metalfest organizzato dal Dagda Live Club di Borgo Priolo (PV), che continua a portare nomi di spicco internazionale e realtà italiane interessantissime, nei suoi eventi, cominciando ad ottenere (anche se non ancora in maniera costante) notevoli riscontri da parte del pubblico.

 

Si parte d'impatto con i veronesi Sinphobia, dal look cyber ma dalle caratteristiche musicali death e thrash che affondano le loro radici nei primi Fear Factory e nei Carnal Forge. Con a disposizione 40 minuti circa ed un set suoni che esaltano l'apocalittica potenza del loro sound, i Sinphobia, pur davanti ad un pubblico ancora esiguo, lasciano il segno, mostrando una personalità abbastanza ben delineata, un songwriting niente male ed un'attitudine live di tutto rispetto, anche se la band deve ancora emanciparsi dal suo background musicale.

 

Il pubblico, in questa giornata che non brillerà per affluenza, è ancora abbastanza rarefatto e questo è un peccato, perché l'esibizione dei romani Hour of Penance, una delle realtà death metal più interessanti e (ormai) consolidate del panorama estremo italiano, sarà una delle migliori della giornata. Sei full-length all'attivo, tra cui il nuovo arrivato 'Cast the First Stone', sono un arsenale notevole con cui dare battaglia ed i 4 capitolini non si fanno pregare e riversano il loro death metal brutale, veloce, ma anche complesso e con un forte senso di epica oscura, sui presenti, che dimostrano di apprezzare la sostanza di una band che rifugge molti dei fronzoli live. Le chitarre della coppia Pieri/Moschini, con l'ultimo fautore della maggior parte dei fulminei e tripudianti assoli montati sulla struttura retta dalla ferocia ritmica della doppia cassa di Billia, scolpiscono gli scenari in cui si svolgono gli incubi della razza umana, narrati dalla voce ferina e cavernosa di Pieri, su strutture musicali che ricordano la ferocia del death svedese ma con la potenza e la fantasia del death nord-americano, in particolare quello dei canadesi Kataklysm e degli statunitensi Malevolent Creation, per il senso epico (dei primi) e la fluidità dinamica (dei secondi). Ottima prova, qualche pecca nei suoni, ma nulla di drammatica: peccato che in pochi abbiano assistito all'ennesima dimostrazione di forza di questa band di primo livello.

 

Dalle immagini dell'Armageddon futuro a quelle di un passato mitologico tra i fiordi, ricco di battaglie ed eroi. Ad introdurci, con una buona dose di atmosfera, sono gli svedesi Ereb Altor, quartetto dedito dal 2008 e con all'attivo già sei album, che propongono il loro viking/black dalle forti influenze doom ricco di atmosfera ma non per questo privo di aggressività e ferocia. La scaletta, infatti, alterna momenti evocativi, ricchi di pathos, ad assalti più tipicamente black, sottolineati dal passaggio di voce dal pulito allo scream del cantante/chitarrista Mats, passando dall'ultima creazione 'Blot-Ilt-Taut', ai precedenti 'Nattram' o 'Fire meets Ice'. Qualche problema, verso la metà dell'esibizione, per l'altro chitarrista, Ragnar, costretto a rimanere fermo per più di un pezzo per un'avaria alla sua testata, poi risolta. Buonissimo spettacolo, comunque, quello degli Ereb Altor, che dimostrano di essere ottimi esponenti del non semplice filone viking/black.

 

I Rage sono più di una band; sono una garanzia. Sì, perchè anche quando ci sono dei problemi, come quelli che si presenteranno durante la loro esibizione (suoni veramente non all'altezza), tu sai che la loro classe e la loro passione, soprattutto nella gigantesca persona di Peavy Wagner, saranno lì per dare il massimo e risollevare le sorti della serata. Così è stato, infatti, dato che la band di Herne, dopo l'intro, è partita con 'Devil strikes Back', title-track dell'ultimo lavoro, ma è rimasta orfana, per un po', della chitarra di Marcos Rodriguez. Problema parzialmente risolto entro la fine del brano, ma che lascerà strascichi per più della metà del concerto, con un suono della sei corde molto debole e spento che si amalgamava male con un suono di batteria non ben definito. Qui, però, sono entrati in ballo il carattere ed il cuore dei Rage che con un Peavy che aveva anche qualche problema di voce, hanno però dato il massimo, partendo già dal secondo brano 'Shadow out of Time', passando per le più recenti 'Final Curtain' o le storiche 'Pit and the Pendulum', 'End of All Days' e 'Great Old Ones'. Peavy è un vero show man, con una voce che, nonostante i problemi della serata, esplode e domina. Vassilias Maniatopoulos è sempre preciso ed energico dietro le pelli e la fluidità della chitarra di Rodriguez appare superiore ai limiti di suono di questa serata; anche la scarsa (anche troppa, vista la presenza di una band come i Rage) affluenza di pubblico sembra non spegnere l'entusiasmo di Wagner e compagni che, attraverso 'Down by Law', il grande classico 'Don't Fear the Winter' e l'anthem da coro 'Higher than the Sky', che chiude la serata, riescono a far apparire il pubblico più numeroso di quanto sia, a riprova che, anche nelle condizioni non ottimali, i Rage ed il loro power/classic al di fuori dei trend momentanei, riescono sempre a brillare.

Unico neo, ripetiamo, la scarsa affluenza.....ma la seconda giornata riserverà piacevoli sorprese.

 

 

GIORNO 2

 

MOONSPELL

The Shadowing – Doomraiser – Path of Sorrow - Winterage

 

 

Fin dall'inizio, come dicevamo in chiusura di report della prima giornata del Rockland Metalfest, la seconda giornata offre la sorpresa di una maggior affluenza di pubblico, che andrà crescendo fino all'ottimo risultato finale con gli headliner Moonspell.....ma andiamo con ordine.

 

Il kick-off viene dato dai genovesi Winterage, six-piece con all'attivo il solo debutto 'Harmonic Passage' e dedito ad uno speed melodico d'impronta sinfonica e con la presenza di un violino, suonato da Gabriele Boschi, e da un flauto, a cura del tastierista Dario Gisotti. Riusciamo, causa un rallentamento sulla strada, a vedere solo la parte finale della loro esibizione, dove l'amalgama generale della formazione ligure appare buona ma non perfetta, con la voce del singer Daniele barbarossa, forse troppo asciutta e stridula per le strutture armoniche della formazione. Ci sarebbero le premesse per migliorare, però, quindi aspettiamo di rivederli in forma migliore e potendoli osservare fin da inizio concerto (ci scusiamo, infatti, per l'inconveniente sopra citato).

 

 

La città della Lanterna ancora protagonista sul palco del Dagda con i Path of Sorrow, quintetto dedito ad un melodic-death metal dalla notevole ferocia ed aggressività, ben incastrata nella melodia, che ricorda alcune formazioni US dedita a questo genere, ma che rivisitano il tutto con strutturazione e potenza yankee, prime fra tutte i Path of Possession (nomen omen) di George Fisher (la 'gola' dei Cannibal Corpse). Alcuni problemi di suono durante i primi brani ma, al di là di questo, una prestazione davvero notevole per una formazione agli inizi (unico lavoro 'Fairytales' dell'anno scorso), nella quale spiccano le chitarre di Davi e Jacopo e la voce di Mat, ingredienti fondamentali per brani che mostrano le influenze di primi In Flames, Liars in Wait ed i Dissection più melodici, oltre ad una composizione che richiama al thrash made in US. Bravi ed avanti così.

 

Aumenta ancora il pubblico ma diminuisce la velocità, per dar modo agli scultori degli incubi di pietra, di dar vita ai loro golem in mezzo alle nebbie della brughiera: su destrieri a 4 tempi antidiluviani, da Roma, i Doomraiser. Il quintetto capitolino, seguace del doom sabbathiano di scuola americana (St.Vitus, Tyrant e Trouble su tutti) e capitanato dal cantante Nicola Rossi, fautore anche delle linee di tastiera e moog ossianiche, dà il via alle celebrazioni esoteriche innalzando il suo wall of sound in slow motion, su i sempre più numerosi presenti che entrano subito in simbiosi con i riff megalitici di Montagna ed El Grigio, gli assoli ipnotici di marca 70's, le sporadiche ma azzeccatissime accelerazioni ed i cambi di voce di Nicole, che passa dai timbri ieratici classici ad occasionali harsh per sottolineare il cambio umorale dei brani che vanno dall'ultimo 'Reverse (Passaggio Inverso)', indietro a 'Mountains of Madness' fino all'esordio 'Lord of Mercy'. Oscuri, groovy, possenti ed incantatori come la maestosità della chiesa di St. Andrews in Scozia, i Doomraiser realizzano uno degli migliori act della giornata sotto ogni profilo, mostrando la perenne potenza artistica del doom metal.

 

E sempre in tema di affascinante e metallica oscurità, dopo i Doomraiser, è la volta dei loro concittadini The Foreshadowing che meritano un plauso non sono per la buonissima prestazione che offriranno (grazie a dei suoni veramente ottimi), ma per essere, ormai, tra i pochissimi musicisti che si esprimono in quel grandioso filone del metal che fu il doom/gothic, vale a dire la natura musicale della trimurti (ma non solo loro) Anathema, Paradise Lost e My Dying Bride. Forti di una capacità evocativa delle atmosfere crepuscolari, unita a melodia e potenza sui tempi lenti, i The Foreshadowing, con all'attivo, dal 2007, 4 album, propongono, davanti ad una platea di tutto rispetto per numero e coinvolgimento, soprattutto i brani che vanno a comporre 'Seven Heads, Ten Horns', il loro ultimo album. La forza dei TS si manifesta nella bella amalgama armonica e timbrica delle chitarre di Pace e Chiodetti, nelle discrete ma fondamentali tastiere di Francesco Sosto e nella voce di Marco Benevento, che svaria da un tono profondo ma granitico, una via di mezzo tra Sainthorpe e Holmes ed un growl aspro che può addirittura ricordate Jeff Walker (Carcass). Il loro sound, che ha riscontro nella calda approvazione dei presenti, oscilla tra il tormento energico dei Paradise Lost di 'Icon' e 'Draconian Times' e la robustezza evocativa degli Anathema di 'Silent Aenigma' e 'Serenades'. Prova davvero convincente per una band che riesce a colpire l'emotività dell'ascoltatore in sede live, con atmosfere sì cupe, ma mai soporifere e sempre coinvolgenti. Affascinanti.

 

Siamo giunti alla conclusione del Rockland Metalfest e non poteva svolgersi meglio dato che i Moonspell hanno potuto suonare davanti ad una pubblico nutrito e calorosissimo, proveniente da diverse parti d'Italia. Ribeiro e compagni, in tour per celebrare i 25 anni della band ed i 20 di 'Irreligious', l'album che li ha consacrati sulla scena metal, propongono brani in larga parte provenienti dal suddetto album e dal precedente 'Wolfheart', oltre che alcune track prese da 'Night Eternal' e l'ultimo degli 11 full-length, 'Extinct'. La scena, però, oltre che per il quintetto dark/gothic lusitano, è per 'Irreligious', che tiene banco per metà del concerto con 'Opium' (vero anthem della band), 'Awake', 'Raven Claws', fino ad arrivare a 'Mephisto' ed 'Herr Spiegelmann'. I suoni della band sono molto buoni e la chitarra Ricardo Amorim, anche se leggermente soffocata dall'esuberanza dei volumi della batteria di Gasper (metronomo impeccabile e dal tocco robusto), incide nelle carni le melodie malate, oscure e dalla violenza bohemien della band portoghese, con Ribeiro vero istrione ed assoluto frontman di razza, in grado di catalizzare, con un magnetismo notevole, un pubblico estremamente reattivo. La seconda parte, in cui si esalta ancor di più il certosino operato del tastierista Paixão, si dedica a quello che molti considerano il vero apice artistico della band, nella sua forma più genuina (quella doom/black degli esordi), ovvero 'Wolfheart'. 'Wolfshade' e la teatrale 'Vampiria', dove Ribeiro sale ancora in cattedra per la sua voce catacombale e mesmerizzante e per la teatralità della sua presenza scenica, con tanto di mantello vampiresco. Si esaltano le tradizioni delle origini lusitane con 'Ataegina', assolutamente trascinante con il suo giro tastieristico folk, mentre si chiude con 'Trebaruna' e la colossale 'Alma Mater', la parte canonica del concerto, prima degli 'encore', che si spostano più sul periodo recente del quintetto portoghese: 'Breathe (Until We Are No More)' e la title-track del medesimo disco di provenienza, 'Extinct' precedono il gran finale di 'Night Eternal' e l'imperiosa 'Full Moon Madness', track di chiusura anche dell'album 'Irreligious'.

Un grandissimo finale con una band in splendida forma, tanto da farla apprezzare anche a chi non è estimatore del combo lusitano e la certezza che il Rockland Metalfest si sia chiuso in un modo che, al di là di alcuni problemi tecnici e di un avvia non propriamente esaltante, lascerà di certo il segno per qualità ed energia musicale.

 

 

Al prossimo anno.