CONDIVIDI

10 Giorni Suonati Festival

BLACK COUNTRY COMMUNION

JOHN MAYALL

Castello Sforzesco Vigevano (Pv)- 28 giugno 2011

Report a cura di Fabrizio Tasso

Foto di Francesco Prandoni

La bellezza di poter assistere ad eventi live, è in molti casi, il rimanere stupiti dai musicisti che sono davanti a te. Nella mia vita di concerti ne ho visti davvero tanti, ma penso che questa data del festival “10 Giorni Suonati”, organizzata da Barley Arts, rimarrà per sempre impressa nella mia memoria. Innanzitutto la location è quanto di più suggestivo potessi sperare. Il Castello di Vigevano è la culla ideale per un evento di questa portata. Gia all’entrata si rimane sbalorditi dalla maestosità del luogo. Le mura e le costruzioni risalenti alla fine del 1400 fanno da contorno al palco. Quest’ultimo è allestito molto bene, infatti, oltre ad essere abbastanza grande, è dotato di un gran set luci e di un impianto acustico perfetto. In più sono presenti vari stand che propongono cibi tipici e birra artigianale, che non guastano mai. Ma veniamo al sodo. Ad aprire la serata è John Mayall, bluesman dalla fama internazionale. Mayall, attivo fin dal 1964, ha rappresentato con la sua band (i Bluesbreakers) il punto di connessione tra il blues tradizionale degli anni 50 e il rock blues degli anni 60. In più è stato il talent scout di vari musicisti, tra i quali un certo Eric Clapton! Mayall è dotato di una classe sopraffina! Il suo ingresso sul palco solitario e l’esecuzione del primo pezzo supportato solo d’armonica è da brividi. Non mi era mai capitato di emozionarmi così. E’ bastata solo l’enfasi che quest’uomo (classe 1933) ha sfoderato in quei pochi minuti per farmi spalancare la bocca dalla meraviglia. Ma è solo l’inizio. Per il secondo pezzo entra la band che supporterà Mayall per il resto del concerto. Il resto del gruppo è composto da musicisti incredibili. Rocky Athas alla chitarra riceve subito una standing ovation per il suo assolo su “So Many Roads”, lentone blues da far accapponare la pelle. Mayall possiede una voce calda che trasuda blues da tutte le parti, in più è un maestro sia con l’armonica sia con le tastiere. Tutti i pezzi sono straordinariamente eseguiti. Mi colpiscono molto “Nothing To Do With Love”, tipica blues song interpretata con grande trasporto e dotata di un gran giro di pianoforte e “California” per il duetto tra John e Greg Rzab (il bassista), dove al suono dell’armonica risponde quello del basso. L’assolo di basso poi è fenomenale, almeno quanto quello di Jay Davenport alla batteria, che chiude la prima parte dello show. Pochi secondi e Mayall con la sua band riprende possesso del palco per il bis. Viene eseguito un pezzo “rhythm and blues” strumentale dal ritmo trascinante che fa ballare tutti. Direi che buona parte del pubblico era presente per lui e adesso capisco il perché. All’età di 78 anni John Mayall tiene il palco con una passionalità e un carisma che ben pochi musicisti sono in grado di avere. Mi riprometto di andare a scavare nella sua immensa discografia, dato che ho passato una delle ore più emozionanti della mia vita in sua compagnia.

Sono quasi le 22 e dopo tutte queste emozioni aspetto con trepidazione la prima data in Italia dei Black Country Communion. Allo spegnersi delle luci parte come intro “La cavalcata delle Valchirie” di Wagner, che precede l’entrata sul palco di Glenn Hughes e compagni. Si parte in quarta con “Black Country” e “One Last Soul” tratte dal loro primo cd omonimo. La prima è devastante con il suo groove trascinante, dove basso, chitarra e batteria si fondono con un’ efficacia incredibile. La seconda sterza verso sonorità più melodiche, con un Glenn Hughes protagonista assoluto con la sua ugola d’oro. Sono felice di constatare che la voce di Glenn non è stata minimamente scalfita dallo scorrere del tempo. Probabilmente è uno dei pochi ad aver conservato ancora la tonalità con la quale ha iniziato a cantare. Si prosegue con “Save Me” e “The Battle Of Hadrian’s Wall”, grandi songs presenti sul loro secondo cd intitolato ”2”. Specialmente la seconda è meravigliosamente eseguita da Bonamassa, che imbracciata la chitarra a doppio manico ci accompagna con la sua voce in questa epica battaglia. Oltre ad essere uno straordinario chitarrista possiede anche un sorprendente timbro vocale. In questa canzone finalmente Hughes può muoversi a piacere in lungo e in largo per il palco, libero di cimentarsi nelle sue classiche pose. Si torna al rock con “Beggarman”, introdotta dalle tastiere di Derek Sherinian. Ottima esibizione dell’estroso tastierista, che da sfoggio di tecnica e feeling. Applausi a scena aperta anche per lui. Perfetto anche Jason Bonham dietro le pelli, motore inesauribile della band. Ci si calma un attimo con “Song Of Yesterday”, cantata in duetto da Bonamassa e Hughes. Ma è solo un’impressione momentanea. La canzone parte lenta, ma cresce nel finale dove l’assolo di Joe lascia esterrefatti tutti, quasi come il drumming selvaggio di Bonham. Ancora Rock ad alto voltaggio con “I Can See Your Spirit”. Ottima la scelta di inserire come cammeo nel mezzo della canzone, un accenno a “Rock N Roll” dei Led Zeppelin, con Jason che finisce il pezzo in piedi incitando gli applausi del pubblico. Ancora grande classe con “Cold”, pezzo blues interpretato ancora in maniera fantastica da Hughes e con “The Ballad Of John Henry”, prelevata dal repertorio solista di Joe Bonamassa. Altre dosi di adrenalina ci vengono riversate addosso con “The Outsider” e “The Great Divide”. Le due canzoni sono rese ancora più impetuose rispetto alle loro versioni in studio. La band è di una coesione strepitosa. Non deve essere stato facile conciliare l’estrosità dei musicisti coinvolti, ma il grande pregio dei Black Country Communion è di suonare come una band e non come quattro fenomeni distinti. Ne è la prova lampante “Sista Jane” che chiude il concerto prima dei bis. Questa canzone rappresenta l’apoteosi della performance. Il duetto vocale Bonamassa-Hughes è favoloso. Sbalorditive sono anche le citazioni inserite nella canzone, ossia “All Right Now” dei Free e “Won’t Get Fooled Again” degli Who, supportate dallo sbattere delle mani dei presenti.

Pochi istanti è i bis vengono serviti. Prima una grande versione di “Man In The Middle”, subito seguita da una maestosa interpretazione di “Burn” dei Deep Purple, che chiude questo emozionante concerto. Sono contento di essere stato partecipe di una serata come questa. Tutto è stato perfetto, dai musicisti coinvolti in questa kermesse, al luogo dove si è svolto e dall’organizzazione davvero seria e competente (cosa alquanto rara al giorno d’oggi). Se adorate i concerti con scenari suggestivi il “10 Giorni Suonati” è il festival che fa per voi, munitevi però di un buon repellente per zanzare per evitare eventuali fastidi!!

Black Country Communion Set list:

1. Black Country

2. One Last Soul

3. Save Me

4. The Battle For Hadrian’s Wall

5. Beggarman

6. Song Of Yesterday

7. I Can See Your Spirit

8. Cold

9. The Ballad Of John Henry

10. The Outsider

11. The Great Divide

12. Sista Jane

bis

13. Man In The Middle

14. Burn

Pubblicato il 29 giugno 2011