In Gran Bretagna Paul Weller è un istituzione nazionale, come la famiglia reale, i pub, i bus a due piani, i black cab. La sua storia passa dalla rabbia del punk, dalle sottoculture proletarie, all’eleganza del Soul per arrivare ad una carriera solista prolifera e musicalmente varia in alcuni episodi davvero lontana dalle sonorità degli esordi. Fedele ad uno stile ben definito, è soprannominato il “ModFather” il portavoce di quel Modernismo che invita a vestirsi con stile per affrontare un mondo difficile; a non rispettare le regole ma con eleganza.

 

Con un album fresco di stampa, acclamato da critica e pubblico, il quasi sessantenne Sir Weller arriva a Milano (12 settembre) per la terza ed ultima tappa in terra italiana. Siamo in uno dei templi della musica Milanese pronto ad accogliere il nostro menestrello che nelle sue canzoni canta i pregi e i difetti della sua patria. L’Alcatraz si presenta a metà con un tendone dopo il mixer a delimitare la fine della platea, non si arriverà al pienone ma ad un comunque buon numero per considerare la serata un successo; si sente spesso parlare inglese, segno che i suoi concittadini presenti a Milano non si sono lasciati sfuggire l’occasione. Capisci che la maggior parte del pubblico segue Weller fin dagli esordi sia dall’età sia dallo stile dell’abbigliamento, i giovani sotto i trenta sono davvero pochi; il Modernismo è ben presente questa sera, le polo con i bordini rigati di una nota marca britannica non si contano.

 

 

In apertura si esibisce Nic Cester frontman dei JET accompagnato da una band di ottimi musicisti italiani, i The Milano Elettrica. Deliziano i presenti con il loro Soul e Blues molto ben suonato, Nic sfoggia una gran voce che entusiasma e coinvolge meritandosi i calorosi applausi.

 

Sistemazione veloce del palco per accogliere il protagonista della serata. Paul Weller si presenta con un maglioncino grigio, portato sempre con eleganza, seguito da tutti i musicisti della band. Saluto veloce e si parte. “White Sky”“Long Time” per incominciare con il botto; è in gran forma e la grinta non manca nonostante i capelli bianchi. Una scaletta che spazia dal passato al presente con la nuova “Nova”, che potrebbe stare tranquillamente in un album dei Blur. Si attinge a piene mani dalla lunga carriera solista “prolifica”, dal primo disco all’ultimo “A Kind Revolution”. Non delude, non stanca, le ballate come “You Do Something To Me” si alternano a pezzi più ritmati come la applauditissima “Shout To The Top”, classico della parentesi Style Council.  Senza troppe parole si arriva alla fine della prima parte del live con un inno che parla del suo essere eclettico, “The Changingman”.

 

Seconda parte e primo bis in acustico che comprende un pezzo dei Jam, “Monday”, e tra le altre anche, la recente “Hopper”. Piccola pausa e terza parte in elettrico, la speranza di qualche altra canzone dei Jam sale tra il pubblico, dai che ci siamo… eccola, “Start” infiamma la sala, tre minuti abbondanti di puro godimento e pelle d’oca. Finito? No, le luci non si accendono e gli strumenti restano sul palco, la Band rientra, Paul ringrazia per la calorosa accoglienza e chiude la bella serata con “Town Called Malice”, una delle più belle canzoni della discografia dei The Jam. Un gran concerto che resterà nei cuori e nelle orecchie di tutti noi.

 

 

Consentitemi di raccontare un aneddoto che riguarda una canzone eseguita nella serata. Dunque, siamo in Toscana, agosto 1981, il juke box del bar sul mare, dove noi giovani vacanzieri ci trovavamo per passare le serate, conteneva un 45 giri che aveva da un lato “My Girl” dei Madness e dall’altro “Start” dei Jam, per uno strano contatto astrale, ogni volta che selezionavamo la canzone del trio Mod il marchingegno meccanico si incantava e la ripeteva in continuazione, unico modo per interrompere il loop era staccare la spina. Naturalmente noi, piccoli punk, ci divertivamo ad incantare il juke box fino all’arrivo del padrone del bar che, infastidito, staccava la corrente.

 

Set – List
White sky
Long time
I’m where I should be
My ever changing moods
Nova
The weaver
Saturn’s Pattern
Going my way
Hung up
Shout to the top
Into tomorrow
From the floorboards up
Above the clouds
You do something to me
Whoo sé mama
She moves with the fayre
Friday street
Porcelain gods
Peacock suit
The changingman

In acustico:
Monday
Wild Wood
Dust til dawn
Hopper
Out of the sinking

Bis:
These city streets
Broken stones
Start!
Whirlpool’s end
Town called malice

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