Capisci che l’universo e chi sta sopra di esso ti vuole dire che sei sulla strada giusta (e pericolosa, in genere), quando al bar del Bloom Club di Mezzago (MB), vedi Michel Away Langevin entrare e passare tra la gente, come se niente fosse e mettersi a giocare ad un cabinato del 1981 di Space Invaders; e fare pure il record di punteggio! Ecco, quello è uno dei segni che la fiction è solo una pallida copia della realtà.

 

Prima che l’astronave cyberorganica dei Voivod atterri sul palco del Bloom di Mezzago, facciamo la conoscenza live degli Earth Ship, four-piece tedesco (stasera in assetto power-trio, per l’assenza del secondo chitarrista Schultz) dedito ad una mistura di doom ’70s, sludge, un po’ di catramoso sound Down ed una voce molto vicina a quella dei Mastodon. Nei 40 minuti circa a loro disposizione, i freaks tedeschi mostrano un groove notevole, una bella mano pesante ed un ottimo affiatamento, cosa che mette in risalto le coinvolgenti composizioni tratte dai loro 4 lavori, in particolare ‘Hollowed’ e ‘Whitered’. Bel gruppo, che soddisfa, stuzzica e non appare affatto derivativo o sottomesso alle sue influenze. Let’s join the black mud!

 

 

I motori al plasma rallentano per la manovra di atterraggio e, subito, come dopo un teletrasporto, appaiono dalle anguste porte del piccolo backstage, i 4 alieni più umani del metal (o i 4 umani più alieni, fate voi). Popoli del sistema solare, i Voivod atterrano per portarci la ‘Killing Technology’!

 

I franco-canadesi sono, come sempre e come sempre (probabilmente) saranno, in forma sovrannaturale (anche se la forma esterna è umanoide), se si eccettuano problemi di suono alla chitarra, cosa che darà qualche noia a Chewy per tutto il concerto senza, però, inficiare la sua grandiosa ed epica performance, condita da assoli di primissimo livello, che donano ai classici ‘Chaosmöngers’ ed ‘Overreaction’, come alla recente ‘Post Society’, un senso di epica capacità visionaria che ci trasporta in un viaggio ai confini degli universi interiori. Away controlla che i propulsori warp generino i giusti wormhole per viaggi interdimensionali, violenti ma anche onirici e melodici, come la splendida ‘The Prow’ o l’inquietante ‘The Ravenous Machine’, il tutto supportato dal navigatore ed addetto agli scudi Rocky, con il suo poderoso basso distorto. Al comando della nave organica, alle evocazioni in codice binario, l’arma lirica, la voce allucinata, sognante e siderale di Snake, frontman grandioso perchè assolutamente naturale, che ci regala perle come la distruttiva ‘Korgüll the Exterminator’ o ‘Lost Machine’.

 

Una tempesta temporale colpisce il Bloom, perché sembrano pochi minuti, ma il concerto volge già verso la fine, come con un salto nell’iperspazio, che annulla distanze e tempi: ‘We are Connected’ e ‘Voivod’ chiudono la show, incredibile, come al solito, e visionario, del vampiro spaziale, che riparte per i suoi manieri accanto alle pulsar, non prima di averci dedicato un ultimo brano, la cover (una delle tante prodotte dal quartetto canadese) di ‘Silver Machine’, titolo del loro secondo EP post-Target Earth e tra i pochi brani degli Hawkwind della durata inferiore ai 10 minuti.

 

Follia, genio, ricercatezza, potenza, tecnica e tanto, tanto viscerale sudore: il cybervampiro di Andromeda colpisce ancora e assoggetta un nuovo pianeta, prima di volare dove nessun essere, organico, inorganico o transorganico, sia mai volato prima. Gli invasori non sono tra noi: gli invasori siamo noi!

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