Sono una band inscrivibile nel giro del modern-extreme metal di scuola americana (thrash, death, death-core e metalcore, usando a sproposito questo ultimo termine), sono al terzo lavoro e, soprattutto (almeno per per quel che riguarda l”immagine della loro formazione) sono guidati da due female singer estremamente attraenti (tanto da dar vita alla falsa diceria che le voleva con un passato da playmate) ma che mostrano, soprattutto in questo ultimo album dal titolo ‘Lilith’ tutte le loro capacità canore e la loro forza dirompente, per un lavoro che, seppure molto in linea con un certo mainstream metal, non delude per impatto, varietà e freschezza. Dalla California, per il gioioso tormento delle vostre orecchie (ma anche dei vostri occhi), le Butcher Babies​ si raccontano sulle pagine di Rock Rebel Magazine.

 

 

 

Carla, Heidi, prima di tutto, grazie di aver accettato l’invito di Rock Rebel Magazine.

C&H: Figurati, grazie a voi! È un piacere poter essere qui.

 

Volevo iniziare l’intervista andando subito a chiedervi del vostro nuovo lavoro, ‘Lilith’: perché titolo come questo, così iconico? Come mai avete scelto l’immagine di questo angelo/demone (dipende dalle varie mitologie che si esaminano N.d.A.)?

H: Quest’immagine mitologica (in tutte le sfaccettature che offrono di lei le varie tradizioni) è un personaggio estremamente potente che, per noi, rappresenta una forza femminile che si ribella, in molte mitologie appunto, alla visione patriarcale della società, ridando una nuova forza e dignità alla figura della donna. Anche dal punto di vista della sessualità e dell’identità sessuale stessa, offre una visione di rinascita della donna, non più soggiogata, ma alla pari, in grado di esprimersi liberamente di fronte ed assieme alla controparte maschile. Questo lavoro, dal punto di vista lirico, è molto diverso dai precedenti, perchè abbiamo deciso di parlare espressamente di sessualità e dell’importanza che ha per l’espressione di una donna, ma anche degli uomini. Parliamo liberamente di questo argomento perchè la libera espressione di questo aspetto permette di realizzarsi completamente come individui, anche sotto gli altri profili. In passato ci eravamo promessi di non parlare di questa tematica in maniera leggera, per non essere etichettati come una band che fa leva sull’immagine e la superficialità, ma abbiamo deciso di affrontare questo aspetto della vita, con ‘Lilith’, proprio perchè cerchiamo di andare a fondo di questa problematica, di scavare nell’animo umano e della donna che vive in un mondo dove, ancora oggi, ha molti ostacoli da superare per essere rispettata per quello che è, senza dover cambiare o ‘reprimersi’.

 

Quando deste il via al progetto Butcher Babies​, avevate già pianificato l’ipotesi di un secondo o terzo album o fu per voi un vero e proprio salto nel buio, una sfida da accettare, mettendo in conto anche la possibilità che non vi fosse uno sviluppo a lungo termine?

C: Ad essere onesti, non abbiamo mai pianificato nulla, sotto il profilo creativo. Mi spiego meglio: siamo un gruppo di persone legate da amicizia e passione per la musica e ci siamo lanciati in quest’avventura proprio in virtù di questo amore per il metal. Non abbiamo pensato a come porci, a cosa fare per avere un successo preciso: abbiamo lavorato sodo, ci siamo impegnati cercando di fare al meglio quello sapevamo ed amavamo suonare. In questo sì, c’è stata pianificazione e disciplina: prove, registrazioni, scrittura dei pezzi ed esibizioni dal vivo, in tutto il paese. Abbiamo sempre cercato il miglioramento attraverso il duro lavoro e la passione nel voler realizzare al meglio la nostra musica. Il risultato è stato questo: siamo ancora qui con un terzo album sul mercato!

 

 

Costanza e passione. Semplice da dire ma difficile, spesso, da realizzare. Proprio a questo proposito, parlando di ‘Lilith’, si nota una fusione ed un’amalgama molto ben realizzata di svariate influenze metal che, di certo, oltre a denotare una molteplicità di input, dimostrano che si tratta di un lavoro complesso ed approfondito: è stata una strada lunga e difficile, la creazione di questo album?

H: Credo che sia sempre, per qualsiasi band, una strada lunga e difficile, la creazione di un album, specie se vuoi fare un buon album, che lasci il segno. Senza un’ambizione artistica, uno stimolo ed un obbiettivo forte, sei destinato a fallire, almeno sotto il profilo della qualità che ti sei prefissato di raggiungere. Oltre a questo, devi pensare che, nella vita di un musicista, convivono molteplici difficoltà, che si affiancano al discorso creativo da studio: i tour, la lontananza da casa, la gestione della band, i contatti con la stampa, l’organizzazione dei vari dettagli, le nostre vite personali e, ovviamente, anche il fatto che devi fare i conti con il fattore economico, con i costi, le spese ed i guadagni che si devono ottenere per sopravvivere artisticamente.

 

C: La cosa più difficile ma, allo stesso tempo, più bella e stimolante, per un musicista, sia la vita on the road. Ci si diverte, si viaggia, si conosce gente, ma non è certo semplice, perchè si deve sempre cercare di suonare al meglio, anche con poche ore di sonno, di riposo, fare i conti con molte difficoltà e, soprattutto, con la lontananza da casa per lunghi periodi. Questo, almeno per me, è uno degli aspetti più duri di questo mestiere, ma anche quello che ti spinge a creare, scrivere e suonare le cose migliori. La musica, infatti, è una grande terapia per questi momenti difficili, perchè puoi focalizzarti su di essi e riconvertirli in creatività, esternando e riflettendo su tutti questi aspetti e riuscendo a comprenderli meglio, senza tenerteli dentro a soffocarti l’anima, nascondendoli. Questi dolori, quando li metti a nudo e li affronti con la musica, diventano un’incredibile energia per suonare ma anche per capire e vivere con ancora più entusiasmo.

 

A proposito di questo: prima di iniziare a suonare a questi livelli, avreste mai pensato che fosse così dura la vita on the road?

C: Se devo essere onesta, no, non immaginavo fosse così provante la vita in tour, per un musicista. Dopo il primo album, quando iniziammo veramente a suonare dal vivo ad un certo ritmo, cominciammo a renderci conto che vi sono molte difficoltà nel vivere e viaggiare per lunghi periodi, su di un tourbus. Penso che una delle difficoltà maggiori che si incontrino in questo mestiere, sia proprio lo stare a stretto contatto con altre persone, per periodi di tempo così lunghi, dovendo suonare, spostarsi, lavorare. In pratica, la convivenza forzata, in questo modo, ti toglie una privacy che davi per scontata, ed è questo uno degli aspetti che ti fanno capire che non sia una passeggiata, questo tipo di vita.

 

H: Va detto, però, che è anche molto divertente come esperienza. Certo, agli inizi, soprattutto, quando non avevamo un tourbus nostro, c’era sempre qualche problema anche tecnico (aria condizionata che non funzionava, freni che si rompevano, avarie di ogni tipo), che rendeva la situazione più complicata, più nervosa. Ora, però, avendo una nostra crew ed un nostro tourbus, le cose sono sicuramente migliorate, ma tengo sempre a sottolineare i grossi aspetti positivi di questa vita che controbilanciano le difficoltà.

 

Com’è il rapporto tra i componenti della vostra band, sia dal punto di vista umano e professionale? Come nasce, da questa situazione, una canzone delle Buthcer Babies?

H: A mio parere, la nostra forza, come molte band che suonano da tempo assieme, sia il fatto che, alla base di tutto vi sia una forte amicizia tra i componenti, un legame umano profondo. Questo porta ad avere un’intesa incredibile su molti aspetti del processo compositivo, facendo sì che ognuno possa dare il suo contributo, lasciare la sua impronta in un brano, creando un insieme che funzioni.

 

C: Per me c’è anche il fatto che, a parte il batterista (Chase Brickenden), che è dei nostri già da qualche tempo, comunque, questa band ha subito un solo cambio di componente, rimanendo con la stessa line-up per ben 8 anni consecutivi, cosa che ha fatto nascere una coesione ed un’identità molto forti: questa non è la band di Carla e Heidi. Questi sono le Butcher Babies​.

 

L’essere una band con due cantanti femminili molto avvenenti vi ha dato dei problemi di credibilità all’inizio, presso la critica o una certa parte più ‘hard-core’ dell’audience metal, viste anche le varie voci, spesso inventate, sulla vera natura del progetto (tipo la storia che eravate delle ex-playmate), senza che la gente cercasse di andare oltre la superficie, per vedere quale fosse il vostro vero valore?

H. Oh mio Dio, ancora quella storia!! Ah ah ha! Guarda, sicuramente molti si erano fatti l’idea, all’inizio, che con due ragazze a cantare, potesse trattarsi di una band al servizio di due stelline della pop-music ma, ti assicuro, durante i primi concerti, quelli che venivano a vederci, si rendevano immediatamente conto che, davanti a loro, al di là che potessimo piacere o meno, c’era una vera metal band, che era su quel palco per fare sul serio. Siamo tutti musicisti di buona formazione. Noi stesse abbiamo studiato canto e suonato per anni, prima di iniziare l’avventura con le Butcher Babies​.

 

Visto che siamo in dirittura d’arrivo, facciamo un piccolo salto indietro e parliamo ancora di ‘Lilith’. Ci sono alcuni titoli veramente interessanti e particolari, come ‘Pomona’ e ‘Korova’: cosa potete dirci dei testi di queste due canzoni, in particolare?

H: Dunque, korova è una parola russa che Herny (Flury), il nostro chitarrista, ha imparato durante un suo tour in Siberia: significa mucca ma, in maniera anche più estesa, bestiame o preda e rappresenta bene il concetto di un essere che viene visto come cibo, come qualcosa da aggredire, fagocitare e sfruttare e questo si rifà un po’ a tutta l’idea che pervade il disco sulla forza di una donna nel combattere contro la mentalità patriarcale e la visione di essere-oggetto che c’era e che ancora oggi c’è verso molte donne. Pomona…Pomona, invece è una divertente thrash metal song su una serata di bisboccia finita male! Ah ah ah! E’ un brano soprattutto divertente, quasi goliardico.

 

C: Sai, non ci piace prenderci troppo sul serio e, ogni tanto, fare un brano puramente ridicolo o leggere, serve per ricordarci che, in fondo, stiamo suonando e non sentenziando.

 

 

Ok ragazze, siamo all’ultima domanda: quando avete detto, ai vostri amici e famigliari che avevate formato una band di metal estremo per suonare professionalmente, qual’è stata la loro reazione?

C: Qui, la storia più incredibile, credo di averla io! Vedi, io sono cresciuta in una famiglia molto religiosa ma, il problema vero, è stata mia madre, che è mormone. Per almeno 2 anni non mi ha quasi parlato, vista la sua prevenzione verso lo spettacolo e la musica metal, soprattutto. La cosa incredibile fu che, nel 2013, partecipammo ad un festival, negli States e lei decise di assistervi (incredibilmente) e, vedendo la reazione del pubblico, come suonavamo e la passione che ci mettevamo….beh, puoi anche non crederci, ma ne rimase talmente colpita che, oltre a venire ad abbracciarmi, dicendo quanto fosse fiera di me, da allora è diventata la fan numero uno delle Butcher Babies​ e spesso va pure in giro con le nostre magliette! È stata una cosa fantastica: mi ricordo che mi commossi tantissimo!

 

 

Beh, questo è un lieto fine in pieno stile Hollywood! Miracoli del metal! Carla, Heidi, grazie mille della vostra disponibilità. È stata una bellissima chiacchierata. Complimenti ancora ed in bocca al lupo per i prossimi impegni.

C&H: Grazie mille a voi di Rock Rebel Magazine e del supporto che ci avete offerto! Ci vediamo in Tour!! Stay metal!

Line-up:

Heidi Shepherd- vocals

Carla Harvey- vocals

Henry Flury- guitar

Jason Klein- bass

 

 

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