Mark Lanegan cala al Fabrique di Milano con la sua band per la sua seconda e ultima data italiana nell’ambito del tour europeo per la promozione dell’ultimo lavoro, “Gargoyle”, uscito nell’aprile di quest’anno.

 

La serata  viene inaugurata da un paio di opening acts, tra cui va menzionato Joe Cardamomo, un performer figliastro di Bowie e Suicide che si produce in una performance di circa mezzora, introdotta prima da un filmato visionario ed accompagnata poi dal suo cantato, a tratti declamatorio, su basi electro-industrial.

Da rivalutare in separata sede: ad un ascolto più attento potrebbe rivelare sorprese, così come svaporare rapidamente. Si vedrà.

 

Alle 21, dopo un rapido soundcheck live della band, ecco salire sul palco Mark Lanegan, che attacca subito con “Deaths Head Tattoo”, brano di apertura del suo ultimo lavoro.

 

I 20 brani in scaletta si seguono asciutti ed essenziali, brevi e concisi. Accanto a pietre miliari scolpite nel tempo quali “Hit The City”, “Metamphetamine Blues”, “Bombed”, “One Hundred Days”, “Bleeding Muddy Waters” – invero l’apice della serata – , la band propone naturalmente molti passaggi dal repertorio successivo e più contaminato, specialmente da “Blues Funeral”, ma anche da ”Phantom Radio” e, naturalmente, da “Gargoyle”.

 

Tuttavia sono maggiormente i brani più rock, psichedelici e polverosi il giusto, quelli che finiscono con lo scaldare cuori dei presenti.

 

Laddove è logico e prevedibile che un artista di questa statura ad un certo punto della propria carriera provi ad esplorare nuove strade espressive, è anche vero che per quanto riguarda Lanegan il ricorso a questa modernizzazione di suoni (tastiere, synths) e stili (cassa in quattro, per dirne una) non sembra venire apprezzato più di tanto dai fans, e la resa live, fedele a quella su disco, non dissipa le perplessità esistenti al riguardo.

Scenicamente tutto è essenziale e scarno, e a parte un normalissimo gioco di luci nulla è concesso allo spettacolo. Qui si suona, si canta, e gli altri ascoltano: niente distrazioni, niente divagazioni. Lanegan, vestito di scuro, resta per tutto lo show attaccato al suo microfono e non si concede al pubblico: abbiamo contato 3-4 “Thank you” pronunciati con voce scartavetrata.

 

Stop.

 

La sua voce profonda e baritonale ci accompagna tuttavia sempre sicura e affidabile: le corde vocali di Lanegan sono il trait d’union tra Tom Waits e Nick Cave, ed il live odierno non fa che confermarlo ancora una volta.

La band macina impeccabile, con una buona resa della dinamica dei diversi brani. I volumi non sono mai esagerati, e anche quando ci si potrebbe aspettare una deflagrazione sonica imminente tutto resta sotto controllo, volutamente trattenuto, con Mark sempre al centro dell’esecuzione, e gli altri al contorno.

Invero un po’ di spazio viene infine concesso al chitarrista Jeff Fielder, in particolare nella sezione dei tre encore, che sono in semplice duo, chitarra e voce.

Peccato per l’acustica del Fabrique, che come già accaduto in altre occasioni non aiuta a cogliere bene tutti i dettagli esecutivi.

 

In definitiva uno show-non-show, con la musica al centro e poco in periferia, che conferma tutto quanto si dice nel bene e nel male sul suo principale protagonista.

 

Mark Lanegan, alla fine, è proprio e solo questo: prendere o lasciare.

 

 

 

Setlist

 

Deaths Head Tatoo

The Gravedigger Song

Hit The City

Creeping Coastline of Lights

Emperor

Nocturne

Deepest Shade

Beehive

Bleeding Muddy Waters

Harbour View Hospital

Ode To Sad Disco

Riot In My House

Harvest Home

Floor One The Ocean

One Hundred Days

Mockingbirds

Methamphetamine Blues

 

Encore

One Way Street

Bomber

Wild Flowers

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