Un locale di musica metal, live, pieno, è una visione entusiasmante; lo è ancor di più quando la motivazione è quella di band di richiamo ma anche valore, come è stato Domenica 5 Novembre per il Dagda Live di Retorbido (PV), che ha visto la data dei tedeschi Orden Ogan supportati (anche se sarebbe meglio dire ‘affiancati come co-headliner’) dai rinati Rhapsody of Fire e dai canadesi Unleash the Archers, per uno show all’insegna di metal, energia, sudore e passione.

 

 

A far esplodere un locale già pieno fin dall’apertura porte, ci pensano gli anglo-canadesi Unleash the Archers, five-piece dedito ad un robusto U.S. power dalle forti tinte epiche, dalla velocità e dalla potenza che, nei dardi scagliati sul pubblico e quasi tutti presi dall’ultima loro creatura, ‘Apex’, mostra il suo punto di forza nella linearità di un songwriting energico e catchy, oltre che nella bella e robusta voce della singer Brittney Slayes, unita alle due chitarre di Saunders e Truesdell, davvero in buona forma, anche se non sempre impeccabili sui growl più cupi (buoni, invece, quelli più taglienti). Bella band che ci ricorda l’immenso patrimonio metal classico nordamericano, sempre, assolutamente up-to-date.

 

 

Per alcuni (ed anche per il sottoscritto, va detto) vedere i Rhapsody Of Fire di spalla (anche se con una scaletta più vicina al co-headlining) ad un’altra formazione, sul proprio suolo natio, potrebbe sembrare un’ingiustizia e l’impressione non sarebbe proprio priva di fondamento, vista la splendida performance che il quintetto ha offerto ai numerosi e scatenatissimi fan del combo italiano. Mattatore della serata, oltre all’ultima release ‘Legendary Years’, un’antologia di brani, risuonata con la nuova formazione, in onore del 20ennale dell’uscita di ‘Legendary Tales’, proprio la nuova voce dei bardi italici, Giacomo Voli, protagonista di una prestazione di altissima fattura ed intensità, assieme al chitarrista Roberto De Micheli. Da ‘Holy Thunderforce’, passando per ‘Emerald Sword’, ‘Dawn of Victory’ o ‘Flames of Revenge’, la voce di Voli, sì meno teatrale e magniloquente di quella di Lione, ma con un’incisività ed impasto melodico molto più adatto ai brani maggiormente eterogenei ed aggressivi (qui i Rhapsody O.F. Dovranno fare alcuni restyling di brani in sede live), ha catturato l’entusiasmo di tutti, regalandoci una grande band pronta per una nuova vita….e nuove, incredibili avventure. Glory to the Emerald Sword!

 

 

Sono sotto i riflettori per il grande successo ottenuto e, di conseguenza, si trovano sotto i colpi di una critica che (non a torto, almeno negli intenti), li ritiene un po’ troppo easy-listening ed alla ricerca del ‘consenso plenario’ ad ogni costo, i 4 druidi germanici degli Orden Ogan, hanno avuto la possibilità di demolire, almeno nella maggior parte dei punti, il castello accusatorio, con una prestazione davvero convincente che, anche se non li ha incoronati come ‘nuova realtà musicale del metal’, ne ha, comunque, dimostrato la bontà in sede live, le capacità compositive e la genuinità delle loro creazioni.

 

‘The New Shores of Sadness’ è il canto di battaglia che apre l’assalto dei 4 di Arnsberg (accompagnati da due caserecci manichini pseudo-Terminator, realizzati in chiaro stile SF ’80s retro e richiamanti l’ultimo lavoro….miracoli di Stranger Things!), i quali mostrano subito la loro capacità di coinvolgere il pubblico con l’intensità dei brani proposti, vere marce trionfali che si mischiano all’epicità delle influenze folk ed ad un catching compositivo che caratterizza il loro speed-power dai toni epici. ‘Gunmen’, l’ultima release, la fa da padrone, nonostante non manchino brani come ‘Here the End of the World‘, ma, ovviamente, sono le track come ‘Vampires in Ghost Town’, ‘Forlorn and Forsake’ o ‘Fields of Sorrow’ a mostrarci una formazione strumentalmente affiatatissima e capace di trascinare con brani, sì lineari, ma non certo scontati (cosa che ricorda, con tutti i distinguo, i loro connazionali Rage), un pubblico in assoluta simbiosi con la band e pronto ad esplodere ad ogni riff.

 

La precisione del drumming di Meyer-Behorn e del basso di Niels Löffler supportano le trame di Levermann e gli assoli incisivi, antemici ed essenziali di Tobi, essenza di track come ‘Lord of the Flies’ o ‘Gunman’ ma, proprio il frontman Levermann (anche lui creatore di ottime melodie soliste), si rivela l’unica pecca della formazione; la voce, se pur buona e timbricamente adatta ai loro brani, dal vivo palesa qualche imprecisione (anche se piccola) ed una saltuaria povertà di carattere. Certo, il chitarrista e frontman tedesco tiene ottimamente il palco, ma questi piccoli difetti fanno pensare che, per portare sul palco brani come ‘One Last Chance’, si dovrà guardare, con tutta probabilità, ad un singer a tempo pieno (che potrebbe essere lo stesso Levermann, decidendo di seguire le orme di Kürsch dei Blind Guardian).

 

 

Ciononostante, le dirompenti ‘Angels War’, ‘We Are Pirates’ e la track simbolo ‘The Things We Believe In’, chiudono in maniera imperiosa una serata di alto livello musicale, per una band che, prima di cercare originalità e sensazionalismo a tutti i costi, persegue ed ottiene la magia principale dell’arte metal: canzoni che ti entrano dentro e ti trascinano in prima linea, ovunque ed in qualunque momento.

Facebook Comments