Vedere i Septicflesh, dal vivo, è una sorta di privilegio, non solo per le indubbie capacità on stage di una delle band seminali del death dalle tinte atmosferiche, sinfoniche e gotiche (nel vero senso della parola…..niente ammorbidimenti commerciali per teenager che hanno letto da poco Twilight…), ma anche per il grande impatto emotivo e l’energia che la formazione ellenica, guidata dal carismatico frontman Spiros Antoniou, riesce a trasmettere al pubblico, specie in un club intimo ma anche dalle ottime caratteristiche acustiche e non (specie dopo il rinnovo) qual è il Circolo Colony di Brescia. Pronti per scendere le scalinate infernali con Dante e Virgilio?

 

Prima di fare il nostro ingresso nelle Malebolgie dei 4 daimon greci, ci attende l’Antinferno che ha, come primi guardiani, gli abruzzesi Arkana Code, un po’ disorientati sul palco (l’emozione gioca questi scherzi anche a musicisti non proprio di primo pelo) ma assolutamente non male sotto il profilo tecnico e della loro proposta artistica, la quale si concretizza in un death metal di stampo classico statunitense, con tempi medio-veloci ed alcuni richiami agli Immolation. Purtroppo la formazione italiana sembra avere poco mordente sulle assi del palco, nonostante pezzi più che discreti ed il buon operato del chitarrista solista Paolo Ponzi, ma i pezzi del loro debutto ‘Brutal Conflict’ sembrano perdersi un po’ nel vuoto. Peccato.

 

Da occidente al vicino oriente, con la sorpresa di questa serata, vale a dire gli egiziani Odious, sicuramente non candidati al premio band più originale del pianeta, ma in grado di dare vita ad una performance interessante e trascinante. Con due dischi all’attivo ed 8 anni di pausa tra uno e l’altro, la formazione nordafricana propone un gradevole death metal atmosferico dalle tinte mediorientali che si rifà ai Therion del periodo ‘Lepaca Kliffoth’, ad i primi Orphaned Land ed anche ai Pentagram turchi. Il frontman Bassem Fakhri, buona tecnica vocale anche se nulla di trascendente, guida molto bene il four-piece che ha nei campionamenti orchestrali e nella linearità degli strumenti dal vivo, il suo punto di forza. Prova di buon livello, soprattutto solida e di carattere.

 

Si continua a scendere negli inferi musicali ma, con la proposta del black-metal combo colombiano/statunitense Inquisition, vero oggetto di culto di gran parte dell’underground black, si percorrono dei territori davvero ostici, nonostante una notevole prova live, anche se con tutti i limiti che la formazione d’istanza a Seattle mette in mostra, primo fra tutti, la scelta di suonare live senza bassista. Dagon è la colonna portante del duo, con un lavoro di chitarra estremamente complesso, soprattutto per un combo così tradizionalmente black metal, che si sposa molto bene col senso di ferale e devastante violenza del black scandinavo, unito ad una varietà ed un’atmosfera che molto deve alla scuola metal nord e sud americana. Il duo d’oltreoceano, con all’attivo 7 lavori, eccelle, soprattutto nei brani veloci ed articolati, dove può mettere in mostra la sua potenza ferina e la capacità di creare atmosfera mentre, sui pezzi mid-tempo come ‘Dark Mutilation Rites’, esce una ripetitività che appesantisce molto una prova live di notevole intensità, soprattutto grazie ai passaggi aggressivi quali ‘From Chaos They Came’ o ‘Command of the Dark Crown’. Uno spettacolo, comunque, d’impatto anche se la voce di Dagon (un’impostazione, per chi scrive, veramente troppo piatta e quasi difficile da sopportare) ed una proposta non certo varia, ne fa un culto per pochi…..ma loro ne sarebbero felici. Un vento sulfureo.

 

Giungiamo alla fine della scalinata nelle viscere dell’Inferno, dove si trova il Cocito e dal quale escono fuori i 4 demoni ellenici, avvolti in tute simil-Dune, pronti a far risuonare le acherontee sinfonie della loro ultima fatica ‘Codex Omega’, che si apre esattamente come principia questo concerto: con ‘Dante’s Inferno’. Spiros, con la sua possente e gutturale voce, che richiama lo stile caro a David Vincent dei Morbid Angel, inizia le le danze oscure dettate dalla filarmonica Septicflesh.

Chitarre un po’ zanzarose nei primi brani, ma già con ‘Martyr’ i suoni migliorano, mostrando tutta la magniloquente potenza e l’annichilente sinfonia della band greca, spinta dalla batteria di Lechner, pronta a spostarsi dai più possenti assalti death, alle aperture sinfoniche ed ai passaggi dai ritmi più sottilmente industrial-dance-dark, senza che il live-act perda la minima imperiosità o nobiltà del proprio sound, anche perchè i SF sono sempre stati prime-mover di molte soluzioni poi divenute trend. ‘Prototipe’, ‘Communion’ e la mastodontica ‘Prometheus’ infiammano il pubblico, sempre pronto a rispondere alle incitazione dell’oscuro Leonida Spiros, fiancheggiato dalle massicce e melodiche chitarre di Christos e del live session Psychon. Siamo giunti all’epilogo, al momento dell’uscita dagli Inferi, per risplendere dopo la rinascita e la purificazione del fuoco: ‘Portrait of a Headless Man’, ‘Anubis’ e ‘Dark Art’ mettono il sigillo ad una grandissima prestazione per una band davvero particolare, unica e seminale per tutta una scena. Una grande rinascita, attraverso l’oscurità artistica, targata dal talento dei Septicflesh.

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