Si può fare un album non eccezionale, ma la prova on stage è quella che ti fa capire quanto una band sia veramente in forma e quanto possa ancora dare al metal. Sono bastati, in questo, 3 brani agli Arch Enemy, mercoledì 17 Gennaio, sul palco ‘laterale’ dell’Alcatraz di Milano (scelta che, sebbene crei un bell’impatto visivo, limita molto la visibilità per il pubblico, data la capienza notevolmente ridotta da quest’impostazione), per far capire a tutti i presenti che sono ancora una delle più devastanti macchine da guerra live in circolazione e che, nel prossimo futuro, ci sarà da aspettarsi (lo si spera) altre pietre miliari del death melodico.

 

Il feroce traffico meneghino ci blocca nella sua tenaglia e, purtroppo, riesce a farci perdere sia gli ucraini Jinjer che gli svedesi Tribulation e permettendoci solo di assistere (stavolta in tutta tranquillità) alla performance dei finnici Wintersun, veri nuovi pupilli di una folta schiera di fan, specialmente in Italia. Guidati dal poliedrico cantante e mastermind Jari Mäenpää, i 5 scandinavi autori dell’ultimo ed ottimo ‘The Forest Seasons’ mettono in mostra tutte le qualità del loro death melodico/sinfonico, molto spesso estremamente personale ed interessante ma, a volte, colpevole di scadere in una deriva speed melodica un po’ fuori dalle loro corde. Per fortuna, la maggioranza del materiale da loro proposto e la loro sicurezza live, con meritato supporto di suoni e di pubblico, fa risaltare, principalmente, l’intrigante mistura fra la sinfonica e drammatica carica alla Dark Tranquillity e il senso epico alla Blind Guardian. Le due asce, Asim Searah e Teemu Mäntysaari sono protagoniste delle magniloquenti strutture dei Wintersun, tessendo arazzi arcani, epici e travolgenti quanto i loro assoli, eccellenti anche se, ogni tanto, fuori luogo e troppo ‘solari’. La voce multiforme di Jari, infine, completa il tutto, con una perfermance trascinante e di alta fattura, sia nei growl che ricordano, a tratti, il buon Mikael Stanne, sia per voci pulite e melodiche, che danno un senso di completezza alle molteplici sfaccettature di una band con grandi potenzialità, anche se ancora alla ricerca del perfetto equilibrio.

 

 

Ci sono concerti fatti per svagarsi, divertirsi, ballare oppure lasciar vagare in pensieri in libertà. Gli Arch Enemy, invece, sono una band che fa dannatamente sul serio, sul palco ed è fatta per una sola cosa: reagire e combattere durante i tempi più bui….e questi tempi lo sono. ‘The World is Yours’, ‘Ravenous’, ‘Stolen Life’: dopo questo inizio, potremmo già andare tutti a casa con le ossa rotte, specie le prime file che subiscono l’urto di uno degli inizi più devastanti che la band cosmopolita, creata da Michael Amott, abbia mai sfoderato, con Loomis ed Erlandsson ormai in perfetto affiatamento con il chitarrista anglo-svedese e, soprattutto, con l’ennesima prova di talento, personalità e forza trascinante di Alissa White-Gluz, ormai front-woman di razza ed assoluto perno degli AE.

 

 

Suoni, in assoluto, di primo livello, che permettono, oltre al subire tutta la dirompente carica dell’arsenale del combo anglo-svedese-americano, di apprezzare il lavoro alle pelli di Erlandsson, in unione al basso cupo e rombante di D’Angelo, i solismi di Loomis ed Amott (autore di una prestazione stellare) e delle capacità vocali della White-Gluz, che riesce a trasformare ‘War Eternal’, ‘Blood in The Water’ o uno dei classici come ‘My Apocalypse’, in vere incursioni di bombardamento a tappeto. Il pubblico, numeroso, crea veri e propri maelstrom umani nelle prime file e la band non sembra voler dar loro tregua, dedicando la maggior parte del tempo alla musica, anche se Alissa si dimostra, comunque, ottima entertainer e stabilendo un feeling molto intenso con i presenti. Ma gli Arch Enemy, come detto prima, sono una band per i momenti in cui bisogna combattere e, di conseguenza, si riprendono le ostilità con ‘You Will Know my Name’ ed ‘Eagle flies Alone’, uno dei singoli dell’ultimo ‘Will to Power’ che, se non appare esaltante nella versione studio, viene trasformato in una quasi killer-track on stage. ‘As the Pages Burn’ precede ‘Intermezzo Libertè’ ed il particolare, oltre che ottimo, assolo di Loomis con chitarra pulita dalle melodie spagnoleggianti, prima che il bombardiere Arch Enemy intraprenda la picchiata finale con le storiche ‘Dead bury their dead’, l’antemica ‘We Will Rise’ ed gli encore conclusivi ‘Avalanche’, ‘Snow Bound’ e la letale ‘Nemesis’ seguite dai ‘titoli di coda’ di ‘Fields of Desolation’, strumentale azzeccatissimo per veder diradare i fumi della distruzione portati da questa devastante macchina bellica che, in ogni caso, dimostra una condizione live che ben pochi, in questo momento, possono vantare.

 

Facefront, sempre e comunque!

 

 

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