Non sempre un concerto è un mero evento musicale ma, nel caso si tratti dei Fates Warning, questa possibilità diventa legge universale e per il povero scribacchino è un guaio, visto che raccontare la band di Cincinnati dal vivo è un’impresa paragonabile a quella di dipingere la Gioconda con un evidenziatore. Ci proveremo ma, almeno, sarà la narrazione di un viaggio interiore stupendo, come può confermare il pubblico del Legend Club di Milano che il 20 Gennaio ha viaggiato nei mondi narrati da Alder & Co.

 

 

Prima che i 5 americani salgano sul palco, ad aprire la serata vi è un gradevolissimo deja vu: i veronesi Methodica. Il five-piece veneto, già visto l’anno scorso di supporto ai Queensryche, dimostra, ancora una volta, che le svariate influenze prog-metal che vanno dai Dream Theater e (appunto) Fates Warning, fino ai più ricercati e meno famosi The Quiet Room o Ice Age, pur essendo ben chiare, non appaiono assolutamente prevaricanti e, al contrario, permettono l’emergere ed il delinearsi di una personalità già molto solita ed intrigante. Nei 50 minuti circa a loro disposizioni, gli autori di ‘Searching for Reflections’ e ‘The Silence of Wisdom’, guidati dalla corposa e calda voce di Massimo Piubelli, coinvolgono e trascinano un pubblico di gusti difficile e che dimostra di apprezzare l’operato dei 5 italiani, motivo in più per continuare a seguire le loro atmosfere sferzate da possenti ed articolati cambi di tempo. Una promessa che sta diventanto realtà.

 

Ancora una volta di fronte alle porte dei reami del sogno, di cui i 5 americani sono sacerdoti, guardiani e viaggiatori, ci si può solo lasciar condurre, come Dante da Virgilio, nei viaggio tra i fantasmi del futuro che ritorna: signore e signori, questi sono i Fates Warning. Questo è il Metal nella sua forma più nobile e poetica. Sì, perchè dopo il duetto iniziale di From the Rooftops (l’ingresso nell’ultimo dei mondi visitati, quello di ‘Theories of Flight’) e di quel gioiello di ricordi sussurranti ed immagini che trepidano come l’acqua di uno stagno silenzioso di Life in Still Water, il resto del concerto è un crescendo di emozione, gioia, nostalgia, rabbia e paura fermate dai colori ad olio dell’eternità. Pale Fire, Seven Stars, A Pleasant Shade of Gray part III, Firefly, sono versi di un poema mutevole ed inalterabile allo stesso tempo, superbamente narrato da un Alder in stato di assoluta grazia e suonato da Matheos, Abdow, Vera e Jarzombek come se le note e gli strumenti fossero parte delle loro memebra, con una naturalezza quasi sovrannaturale.

 

Intensità, talento e calore: poco altro da dire se non che, la seconda ed ultima parte del concerto è il vero apice, il fulcro della visione. La romantica e violentemente nostalgica A Pleasant Shade of Gray part IX, incastonata nei due movimenti di Ivory Gates of Dream, Quietus ed Acquiescence, echi di un passato che è solo futuro in attesa, prepara la strada a all’escalation di Eleventh Hour, Point of View, Through Different Eyes, Monument ed Eye to Eye, che porta, ancora una volta chi è stato presente, nel reame più lontanto da questo mondo, che è anche il più vicino al proprio animo più intimo e, paradossalmente, al vero volto di questa realtà, tutt’altro che banale.

 

In assoluto, uno dei concerti dell’anno e di questi ultimi anni, per una band che non ha paragoni alcuni.

 

QUI le foto del concerto 

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