Un fendente di metallo rovente, uno tsunami di cemento; la marcia imperiale dei non morti. Dalle paludi della Florida, fino a Milano, per scrivere, con sangue nero pece, il verbo del Death Metal americano per eccellenza. Più di un concerto, lo show degli Obituary all’Alcatraz di Milano, è stata la conferma che metal, classe e passione sono elementi senza tempo, quando ad incarnarli sono musicisti di questo livello.

 

Si giunge appena in tempo per sentire gli ultimi due brani dei Krysthla e l’impressione, anche se incompleta, che si ha della formazione britannica è quella di una compatta macchina da live dedita ad un death/groove/core di sicuro impatto e potenza ma, almeno per quel poco che si è riusciti a vedere, molto canonico e non dalla grandissima originalità.

 

Sono californiani, sono pazzi, entusiasti, incazzati e suonano metal estremo, con tecnica e fantasia. Detto questo, chiunque dovrebbe precipitarsi a comprare (se ancora non li conosce) qualsiasi cosa e seguire, soprattutto, qualsiasi live del four-piece di Whittier che porta il nome di Exmortus. Fautori di una stimolante e letale mistura di death metal, thrash e speed, con l’apporto melodico degli assoli della coppia Jadran Gonzales/David Rivera, assoluti virtuosi e funamboli della sei-corde, la formazione statunitense, prossima alla pubblicazione del 5° lavoro (previsto per Giugno) ‘The Sound of Steel’, prendono a schiaffi in faccia il pubblico (stranamente poco numeroso) dell’Alcatraz con uno show spettacolare, potentissimo e ricco di energia, fabbricata dalla batteria vorticosa di Mario Mortus, un vero motore a reazione che spalleggia le sinfonie di riff a metà strada tra Dew Scented, Heathen e Death Angel, con l’aggiunta di una cattiveria degna dei Dark Angel e degli At the Gates più epici: una sorta di Blind Guardian della Bay Area, ibridati dalla cattiveria dei Kataklysm. La voce di Jadran, aspra, selvaggia e penetrante, corona una performance assolutamente da standing ovation, per una band che non prende il premio di migliore in campo solo perché dividono il palco con una leggenda in forma stellare come gli Obituary. Ready to ride the Death Skateboard.

 

 

Un terremoto scuote le paludi e divelle le tombe dai cui si ridestano i non morti, le carcasse del passato, i corpi dei ricordi, pronti ad avanzare al ritmo di una marcia mortifera che può trasformarsi nella più folle corsa verso il banchetto degli inutili viventi. E con tutta la forza di sisma, gli Obituary calano su Milano, per demolire, pezzo dopo pezzo, quel che rimane delle illusioni e degli abitanti di un mondo decadente. Guidati da quello che è, in assoluto, uno dei migliori cantanti death metal della storia, la formazione che fa capo ai fratelli Donald (batteria) e John Tardy (voce), freschi del nuovo ed omonimo lavoro, sferrano il primo, megalitico colpo con ‘Redneck Stomp’, la marcia dei non morti sudisti e, da qui in avanti, sarà sola e pura estasi della decomposizione. ‘Sentence Day’ e ‘Visions in my Head’ fanno capire chi è uno dei drummer death metal più potenti in assoluto, quel Donald Tardy che è in possesso di un colpo di rullante degno di un mortaio e di una doppia cassa fatta apposta per generare mosh-pit tra un pubblico un po’ esiguo ma agguerritissimo, specie per quel che riguarda lo stage-diving.

 

Trevor Peres macina riff pesantissimi che incarnano la doppietta letale ‘Chopped in Half’ e ‘Turned Inside Out’, mentre il solista Kenny Andrews, assoluto virtuoso del pedale e del ponte mobile, cesella assoli di una virtuosa melodia malata, che ci portano a ‘Find the Arise’, uno dei brani simbolo della band americana, stasera (come quasi sempre) al massimo della forma. Tra il pubblico, che si scaglia l’uno contro l’altra come le orde di zombie del remake di Dawn of the Dead, è palpabile l’energia devastante che gli Obituary riescono a trasmettere quando si arriva a ‘’Til Death’ e l’altra pietra mortuaria sul disfacimento del mondo che è ‘Don’t Care’, monoliti che si piantano nel terreno con i tempi medi scanditi dal basso di Terry Butler (una leggenda che ha suonato in 3 delle più grandi death metal band della storia) e dalle pelli martoriate della batteria di Tardy.

 

 

A sigillo di tutto, con gli encore di ‘Turned to Stone’, ‘Straight’ to Hell’ e la capostipite della Obituary-saga, ‘Slowly We Rot’, la lama arrugginita, sporca di sangue antico che è la grandiosa voce di John Tardy, assolutamente perfetto ed identico ai brani su disco, con il suo lamento ferino che è la voce dei non-morti che tornano per reclamare ciò che gli è stato tolto….perchè loro non dimenticano.

 

 

Senza ombra di dubbio, uno dei live metal che passeranno alla storia per qualità ed intensità, come tutto quello fatto, da sempre, dagli Obituary. In Death we trust!

 

 

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