È di poche band la capacità di migliorare costantemente negli anni e (nel caso), risollevarsi dopo scivoloni o periodi bui che, per altre formazioni, hanno segnato il loro declino inarrestabile; fra questi vi sono quel gioiello oscuro dei Dark Tranquillity. A dimostrazione di questa tesi, la data, nel giorno della Liberazione, al Live Club di Trezzo che, anche se non accompagnata da un pienone storico e da qualche piccolo problema audio, ci riconsegna uno dei pilastri del death metal melodico made in Götheborg, in una condizione davvero superlativa.

 

Aprono gli italiani Black Therapy, ma a causa del traffico per il rientro dalla giornata festiva, non riusciamo ad assistere alla loro esibizione, ma il nostro fotografo è riuscito a fotografarli.

 

Diversamente, arriviamo giusto in tempo per l’inizio della gig dei tedeschi Equilibrium. Il five-piece di Starnberg (oggi in versione quartetto per l’assenza del bassista Maki, sostituito da basi assieme ai campionamenti orchestrali) attivo dal 2005 con il suo death melodico fortemente influenzato dal folk e da un propensione epica derivata dal viking, si prodiga in un concerto intenso ed energico, nonostante dei suoni di chitarra un po’ impastati e non definiti, con una batteria molto ben suonata dal drummer Hati, ma con suoni eccessivamente triggerati.

Prestazione coinvolgente e molto buona nonostante i brani, presi nella maggior parte dall’ultimo ‘Armageddon’, suonino non sempre originali, nonostante le melodie folk, abbinate ad assalti degni dei tempi d’oro dello swedish-death, creino un contrasto a volte intrigante, altre stridente e poco catchy. Al di là di questo, però, parliamo di una buona prova per una band che ha qualcosa da dire e che, cosa non da poco, grazie al frontman Robse, sa tenere il palco molto bene.

 

 

Splendono, come sempre quando sono sul palco (tra le migliori band live metal attualmente in circolazione), gli oscuri fuochi dei Dark Tranquillity, accolti dal pubblico del LiveMusic Club con tutto il calore che l’Italia, da sempre, riserva alla band di Stanne e soci. ‘Encircled’, l’opener dell’ultimo ‘Atoma’, apre una serata che, a parte i volumi un po’ bassi delle chitarre nella fase iniziale del concerto, risulta, da subito, memorabile per la prestazione del six-piece scandinavo, in grandissima forma, nonostante l’assenza live dello storico chitarrista Sundin, rimpiazzato dal talentuoso Chris Amott (fratello di Michael e co-fondatore degli Arch Enemy). Subito un passo indietro verso brani più storici come ‘Monocromatic Stains’ e ‘The Treason Wall’, che esplodono fulminea ferocia ed oscura eleganza, uniti alla voce di Stanne, brutale e melodrammatica allo stesso tempo, che sancisce ancora la classe di Stanne come uno dei migliori singer estremi dal vivo.

 

Una scenografica con comparto luci e proiezioni video d’impatto, accresce il pathos di altre track come ‘The Science of Noise’, ‘Final Resistance’ e ‘Atoma’, sulle quali la coppia di chitarre Amott/Reinholdz intreccia le danze siderali nel peculiare stile dei Dark Tranquillity, quell’alternanza di riff, fraseggi ed assoli che tratteggiano i drammi notturni di ‘Terminus’, ‘Inside the Particle Storm’ e ‘When the World Screams’, innalzati ad inni o resi intimi come sonate dalle tastiere di Martin Brändström, splendido interprete di uno strumento che ha caratterizzato la seconda parte della carriera della formazione svedese (compresa la ‘caduta’ del periodo ‘Projector’ ed ‘Haven’).

 

Con 15 brani si chiude solo la prima parte di questo affascinante concerto, che ha visto, fino a questo momento, un coinvolgimento incredibilmente caloroso da parte del pubblico, con alcuni momenti di standing ovation per i Dark Tranquillity. Iniziano gli encore ma, finora, dei tre album storici che hanno formato il suond e la leggenda Dark Tranquillity, vale a dire ‘Skydancer’ ‘The Gallery’ e ‘The Mind’s I’, nemmeno l’ombra; sarà questa, infatti, l’unica grande delusione di uno show, altrimenti, da passare agli annali. ‘State of Trust’, ‘Lost to Apathy’ e ‘Misery’s Crown’, chiudono una performance emotiva, focosa e sognante del sestetto scandinavo, sempre al massimo della sua dirompente potenza sinfonica alimentata anche dalla batteria di Anders Jivarp, ma si rimane terribilmente increduli e profondamente delusi dall’inspiegabile assenza di una parte imprescindibile del sound Dark Tranquillity: perché? Per ora, non è chiaro ma, al di là di questa brutta sorpresa (o, stranamente, grazie a questa) i Dark Tranquillity di regalano un altro grande show, dirompente, affascinante e misterioso, proprio come il loro death melodico. Per aspera ad Astra.

 

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