Immaginate, visualizzate: siete un ragazzino di 14 anni e vivete lungo i saliscendi di San Francisco. Avete uno skateboard con cui vi massacrate gioiosamente le ginocchia alla ricerca dell’evoluzione più veloce ed estrema. Un giorno, dato che vi annoiate, decidete di applicarci così, senza pensarci su troppo, una turbina da aviogetto (non chiedete come l’avete trovata): risultato? Beh, un concerto dei Flotsam and Jetsam!

 

Esattamente, signore e signori, i Flotsam and Jetsam, da Phoenix, Arizona, hanno creato una più telluriche singolarità musicali live dell’anno, presso il Dagda Live Club di Retorbido, accompagnati da altri pericoli pubblici della musica metal.

 

 

I Forge in Blood, meneghini di provenienza, sono i primi a lanciarsi nella folle corsa sullo skateboard del thrash metal, in questa serata. Sfortunatamente, il quintetto milanese, complici dei suoni non certo a loro favorevoli (le chitarre e, soprattutto, la voce di Rob, troppo in secondo piano rispetto alla sezione ritmica), non riesce a colpire nel segno, non tanto per l’esecuzione, quanto per le composizioni ed una certa legnosità interpretativa, forse dettata da un’amalgama ancora non consolidata della band. Peccato, perché l’energia ci sarebbe, ma manca ancora equilibrio e personalità per cavalcare il destriero del thrash.

 

 

Chi, invece, di esperienza, personalità e quintali di rabbia né ha da vendere, sono i Methedras, una garanzia di distruzione artistica ed entusiasmante e contagiosa furia che, dopo un periodo di qualche anno, vedono rientrare in formazione (mentre annunciano l’uscita del quinto lavoro, ancora senza titolo) Claudio Facheris, il ‘ruggito’ storico del four-piece bergamasco. Nati sotto la stella dei Testament, i 4 lombardi hanno sviluppato, da ‘Recursive’ fino all’ultimo ‘System Subversion’, una loro identità ben definita, equilibrio tra thrash Bay Area classico e moderno power/thrash e, soprattutto, hanno imparato a fare male quanto un machete sulle gengive, in sede live. Andrea Bochi al basso e Daniele Gotti sono il motore di un Abrams che viaggia quanto una Camaro, mentre la 6-corde di Daniele Colombo massacra un pubblico non numerosissimo, ma splendidamente bellicoso, con tonnellate di riff spessi e corposi come lastre di granito, per svariare con assoli estremamente godibili, anche nell’infuriare della battaglia. Ed in mezzo alla tempesta, a fare le veci di un William Wallace del futuro, con le sue tonsille al titanio, abbiamo la voce di Claudio Facheris, che ritorna per guidare questo splendido skateboard con un obice da campo montato sopra. Il risultato dei 50 minuti a disposizione del mezzo corazzato italiano è un frontale con una pura forma di energia primordiale ma dalla cura dettagliata dei singoli pezzi e con un affiatamento che rende i Methedras uno dei live-act più temibili sul suolo nazionale. Distruttivi!

 

 

‘Non si può stare attenti su di uno skateboard, amico!’. Così parlava un ragazzino a Bill Denborough, uno dei protagonisti di It e questa lezione, i Flotsam and Jetsam la conoscono benissimo fin dal 1986, anno di uscita del monumentale ‘Doomsday for the Deceiver’, disco che viene utilizzato per assestare colpi di thrash veloce, tagliente letale, su un pubblico non numeroso ma agguerrito e pronto a cantare ogni parola di ‘Desecrator’ o ‘Hammerhead’, per citare solo due dei pezzi che hanno mietuto più vittime. Conley e Gilbert, le due asce della formazione thrash più (ingiustamente) sottovalutata in Italia (dove rimane il ‘primo gruppo di Jason Newsted’), si sfidano in duelli di assoli brucianti, mentre intrecciano le trame taglienti ed articolate di ‘Hard on You’ o ‘Monkey Wrench’, presa dall’ultimo ed omonimo lavoro.

 

La sessione ritmica, con il pulsare cardiaco del basso di Michael Spencer e la batteria da velocità MAC 3 di Ken Mary, lancia a velocità supersoniche il famoso skateboard con jet sulle note di ‘Me’ o di un’altra track recente, ‘Iron Maiden’, dimostrando quale letale sistema ad orologeria siano i Flotsam and Jetsam. Sopra questo skateboard, però, non c’è un ragazzino tremante di paura, ma il bardo delle curve a gomito, l’ugola selvaggia e poetica di Eric A.K. (che ricorda il cantautore country Willie Nelson!), un proiettile sonico che lacera l’aria con note asciutte e screaming in falsetto da Montagne Russe assassine. Non c’è un attimo di tregua in questa folle corsa, tale è la compattezza e la sanguigna frenesia del combo di Phoenix, il quale si avvicina al traguardo di questa ‘blood race’ e lo taglia con due altri brani che hanno scritto la storia del thrash: ‘No Place for Disgrace’ (forse il brano più bello della formazione americana) e la conclusiva ‘Doomsday for the Deceiver’ a chiudere una prestazione di qualità elevatissima oltre che dall’impatto letale.

 

In assoluto, tra i più bei concerti di quest’anno per una band disposta a dare il 100% ad ogni concerto, nota e…curva, perché, come disse un ragazzino, ‘Non si può stare attenti su di uno skateboard’.

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